Nuove copertine per l’edizione UK di The Mortal Instruments!

Guardate un po’ come sono belle le nuove copertine inglesi di TMI, Shadowhunters! :3

 

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Ecco cos’ha detto Cassie a riguardo:

 

« Un sacco di persone mi hanno chiesto informazioni sul design delle nuove copertine di TMI che verranno prodotte in Inghilterra/Australia/Nuova Zelanda/Irlanda. Dunque, queste copertine non rimpiazzeranno quelle esistenti. Quelle esistenti verranno ancora vendute. Verranno vendute anche queste, nella sezione degli adolescenti o in quella degli adulti. L’editore ha semplicemente dato loro un aspetto alternativo.

Queste qui sono alcune delle mie preferite tra quelle dei miei romanzi. Sono state tutte realizzate dall’artista Mila Fürstová. In ogni forma potete vedere dei dettagli messi lì con attenzione: Clary e Jace separati in Città di Ossa, insieme in Città del Fuoco Celeste, Alicante nella rosa di Città di Vetro.

La Fürstová ha realizzato anche la copertina per l’album dei Coldplay Ghost Stories, che io amo!

Queste cover sono delicate ed eteree e adorabili – molto diverse delle mie altre copertine. Amo la varietà! »

 

 

Voi che ne dite? Vi piacciono? :)

Extra tradotto: “Dove gli Angeli temono di camminare”

Nuova scena tagliata da Città di Vetro, Shadowhunters! ;) Non sono ancora finite (e penso che continueremo a caricarvene ancora per qualche giorno…). :3

Stavolta l’estratto viene dal settimo capitolo del romanzo, e ha per protagonisti Clary, Sebastian e Magnus.

PS: lo ribadiamo: dal momento che si tratta di regali fatti ai nostri fan, vi chiediamo cortesemente di non prelevare la traduzione. :)

“Siamo qui,” annunciò bruscamente Sebastian – così bruscamente che Clary si chiese se non l’avesse davvero offeso in qualche modo – e scivolò giù dalla schiena del cavallo. Ma il suo volto, quando alzò lo sguardo verso di lei, era tutto sorrisi. “Abbiamo fatto un buon tempo,” commentò, legando le redini al ramo più basso di un albero vicino. “Migliore di quanto pensassi.”
Le fece capire con un gesto che poteva smontare, e, dopo un attimo di esitazione, Clary scivolò dal cavallo e finì tra le braccia di lui. “Scusami,” disse, mortificata. “Scusami – non avevo intenzione di afferrarti.”
“Non mi scuserei per questo.” Il respiro di Sebastian era caldo contro il collo di Clary, e lei rabbrividì. Le mani di lui rimasero solo un altro attimo sulla sua schiena prima di lasciarla riluttantemente andare. “Mi piace quel cappotto,” commentò, gli occhi che si soffermavano su di lei come un attimo prima avevano fatto le mani. “Non solo dà una bella sensazione al tatto, ma il suo colore fa sembrare i tuoi occhi ancora più verdi.”
Tutto questo non stava aiutando le gambe di Clary a sentirsi meno instabili. “Grazie,” disse, sapendo perfettamente che stava arrossendo, e pregando con tutto il cuore che la sua pelle chiara non mostrasse così rapidamente il colore. “Quindi – è questo?” Si guardò intorno – stavano in una specie di piccola valle circondata da basse colline. C’erano numerosi alberi dall’aspetto nodoso sparsi per la radura. I loro rami contorti avevano una specie di bellezza scultorea contro il cielo grigiastro. Ma, altrimenti… “Qui non c’è nulla,” commentò Clary aggrottando le sopracciglia.
“Clary.” Nella voce di Sebastian c’era una risata. “Concentrati.”
“Vuoi dire – un incanto? Ma di solito non devo…”
“Gli incanti a Idris sono spesso più forti che in qualsiasi altro luogo. Potresti doverti sforzare più del solito.” Le posò le mani sulle spalle e la fece voltare gentilmente. “Guarda la radura.”
Clary la osservò. E fece silenziosamente il trucco mentale che le permetteva di togliere l’incanto dalle cose nascoste. Si immaginò sfregare l’acquaragia contro una tela, eliminando i livelli di pittura per rivelare la vera immagine al di sotto – ed eccola lì, una piccola casa di pietra con un tetto fortemente a campana, il fumo che vorticava fuori dal camino in svolazzi eleganti. Un sentiero tortuoso fiancheggiato da sassi conduceva alla porta d’ingresso. Mentre guardava, il fumo che usciva sbuffando dal camino smise di curvarsi verso l’alto e cominciò a prendere la forma di un tremolante punto di domanda.
Sebastian rise. “Immagino che significhi: ‘Chi c’è?’.”
Clary si strinse il cappotto intorno. Sentiva improvvisamente, inspiegabilmente freddo – il vento che soffiava tra l’erba non era così fresco, ma le sembrava comunque di avere del ghiaccio nelle ossa. “Sembra uscita da una favola.”
Sebastian non si disse in disaccordo; si limitò ad avanzare verso la porta. Clary lo seguì. Quando raggiunsero i gradini, Sebastian le prese la mano. Il fumo che usciva dal camino smise immediatamente di formare un punto di domanda e cominciò ad assumere i contorni di cuori sbilenchi. Clary sfilò la mano dalla sua presa, si sentì subito in colpa e raggiunse il battiporta per dissimulare il suo imbarazzo. Era pesante e di ottone, a forma di gatto, e quando Clary lo lasciò colpì la porta d’ingresso con uno rumore soddisfacente.
Il rumore fu seguito da schiocchi e scoppiettii. La porta tremò e si aprì. Dietro, Clary riusciva a vedere solo oscurità. Lanciò un’occhiata a Sebastian, la bocca improvvisamente asciutta. Come la casetta di una fiaba, aveva detto. Se non che le cose che vivevano nelle casette delle fiabe non erano sempre benevole…
“Almeno non è decorata con caramelle e pan di zenzero,” disse Sebastian, come se stesse leggendo i suoi pensieri. “Entrerò io per primo, se vuoi.”
“No.” Clary scosse la testa. “Entreremo insieme.”
Avevano appena oltrepassato la soglia quando la porta sbatté dietro di loro, lasciando fuori tutta la luce. L’oscurità era implacabile, impenetrabile. Qualcosa sfiorò Clary, nel buio, e lei urlò.
“Sono solo io,” disse Sebastian, irritato. “Ecco – prendi la mia mano.”
Clary sentì le dita di lui cercare a tentoni le sue, e questa volta gli afferrò la mano con un senso di gratitudine. Stupida, pensò, aggrappandosi con forza alle dita di Sebastian, era stata stupida ad andare lì in quel modo – Jace sarebbe stato furioso…
Una luce sfavillò improvvisamente nel buio. Apparvero due occhi, verdi come quelli di un gatto, che volteggiavano nell’oscurità come gioielli. Chi c’è?, chiese una voce – morbida come pelliccia, affilata come schegge di ghiaccio.
“Sebastian Verlac e Clarissa Morgenstern. Ci hai visti arrivare attraverso il sentiero.” La voce di Sebastian suonò chiara e forte. “So che ci stavi aspettando. Mia zia Elodie mi ha detto dove trovarti. Hai lavorato per lei, in passato…”
So chi siete. Gli occhi si chiusero per un istante, lasciandoli nuovamente al buio. Seguite le fiaccole.
“Le cosa?” Clary si voltò, la mano ancora in quella di Sebastian, in tempo per vedere numerose torce accendersi formando una linea, ognuna che prendeva fuoco dalla successiva, finché davanti a loro non si illuminò un cammino scintillante. Lo percorsero mano nella mano come Hansel e Gretel che seguono le scia di briciole nella foresta oscura, anche se Clary si chiedeva se i bambini della favola si fossero tenuti per mano con così tanta forza…
Il terreno scricchiolava debolmente sotto di loro. Abbassando lo sguardo, Clary vide che il sentiero era fiancheggiato da frammenti di un nero lucido, simili ai gusci di insetti enormi. “Scaglie di drago,” spiegò Sebastian seguendo il suo sguardo. “Non ne avevo mai visti così tanti…”
I draghi sono reali?, avrebbe voluto chiedere Clary, ma si fermò. Certo che i draghi erano reali. Cos’è che Jace le diceva sempre? Tutte le storie sono vere. Prima che potesse ripetere quel pensiero ad alta voce, la strada si aprì, e i due si ritrovarono in un giardino aperto baciato dal sole. Almeno, a prima vista sembrava un giardino. C’erano alberi, le cui foglie splendevano d’oro e argento, e sentieri circondati da fiori, e al centro del giardino stava una specie di padiglione con pareti fatte di seta luminosa. Il sentiero di fiaccole continuava davanti a loro, conducendo al padiglione, ma, mentre lo seguivano, Clary vide che i fiori su entrambi i lati erano geniali creazioni di carta e stoffa. Non c’erano insetti ronzanti, nessun uccello cinguettante. E, quando alzò lo sguardo, vide che sopra di loro non c’era il cielo, ma solo uno sfondo blu e bianco, con una singola luce che scintillava sopra di loro nel punto in cui sarebbe dovuto essere il sole.
Avevano raggiunto il padiglione. Dentro, Clary riusciva solo a scorgere il flebile luccichio di una candela. La sua curiosità vinse sulla preoccupazione, e lasciò andare la mano di Sebastian per abbassarsi e attraversare lo spazio tra i pesanti arazzi di seta.
Clary fissò. L’interno del padiglione somigliava a qualcosa di uscito da una copia illustrata de Le Mille e una Notte. Le pareti erano di seta d’oro, il pavimento ricoperto di tappeti ricamati. Fluttuanti sfere dorate lasciavano fuoriuscire un incenso che profumava di rose e gelsomino; l’odore era così pesante e dolce che la fece tossire. C’erano cuscini decorati con le perline ovunque, e un enorme divano basso ricoperto di cuscini con le nappe. Ma non era questo che Clary stava fissando. Si era preparata per qualcosa di fantastico, persino bizzarro. Non alla vista, però, di Magnus Bane – con indosso una canottiera a rete dorata e un paio di harem pants di seta trasparente – che fumava gentilmente un fantasticamente enorme narghilè con una dozzina di serpeggianti braccia a forma di pipa. “Benvenuti nella mia umile dimora.” Il fumo che fluttuava intorno alle orecchie di Magnus formò delle piccole stelle mentre lui ghignava. “Posso offrirvi qualcosa? Vino? Acqua? Birra Ichor?”
Clary ritrovò la voce. “Una spiegazione sarebbe gradita. Che diamine ci fai qui?”
“Clary.” Non si era resa conto che Sebastian l’aveva seguita nel padiglione, ma eccolo lì a fissarla con orrore. “Non c’è bisogno di essere maleducata.”
“Non capisci!” Si voltò verso Sebastian, turbata dalla sua espressione. “C’è qualcosa che non va…”
“Va tutto bene, Clary,” le disse lui. Si voltò verso Magnus, la mascella serrata. “Ragnor Fell,” cominciò, “sono Sebastian Verlac…”
“Che bello,” rispose gentilmente Magnus, e poi schiccò le dita.
Sebastian si immobilizzò sul posto, la bocca ancora aperta, la mano parzialmente protesa per salutarlo.
“Sebastian!” Clary si allungò per toccarlo, ma era rigido come una statua. Solo il leggero alzarsi e abbassarsi del suo petto mostrava che era ancora vivo. “Sebastian?” lo chiamò, di nuovo, ma era tutto inutile: in qualche modo Clary sapeva che lui non riusciva né a sentirla né a vederla. Si voltò verso Magnus. “Non posso credere che tu l’abbia appena fatto. Cosa c’è che non va, in te? Quella roba nella pipa ti ha sciolto il cervello? Sebastian è dalla nostra parte.”
“Non ho una parte, Clary, mia cara,” le rispose Magnus agitando il suo narghilè. “E, davvero, è tutta colpa tua se ho dovuto congelarlo fuori dal tempo per qualche istante Vedi, sei andata tremendamente vicino a dirgli che non sono per davvero Ragnor Fell.”
“Questo perché non sei per davvero Ragnor Feel.”
Magnus soffiò una nuvola di fumo fuori dalla bocca, e la osservò pensierosamente tra la foschia. “A dire il vero,” disse, “a tutti gli effetti, sono io.”
La testa di Clary aveva cominciato a dolere; se per il fumo pesante per la stanza o lo sforzo di contenere l’impellente bisogno di tirare un pugno a Magnus in un occhio, non era certa. “Non capisco.”
Magnus batté il palmo della mano sul sofà. “Vieni a sederti accanto a me e ti spiegherò tutto,” miagolò. “Ti fidi di me, no?”
In verità, no, pensò Clary. Del resto, però, di chi si fidava? Di Jace? Di Simon? Di Luke? Nessuno di loro era nei paraggi. Dopo aver lanciato un’occhiata di scusa al Sebastian congelato, si unì a Magnus sul divano.

Extra tradotto: il primo capitolo originale di City of Glass!

Buon Natale, Shadowhunters! Ci auguriamo che la vostra giornata sia cominciata bene, e che abbiate ricevuto tanti bei regali. :3

Per ringraziarvi dell’affetto con cui molti di voi ci seguono, ho deciso di regalarvi tanti extra tradotti, ma… alcuni sono rimasti a metà, perché negli ultimi giorni ho avuto problemi personali e non sono riuscita a finirli. :(
Tuttavia, il più lungo dei regali è già pronto da un po’ – quindi, beh, eccolo.
(Nel pomeriggio/in serata arriverà altro. ;) E il resto… a Capodanno!)

Come penso abbiate già intuito (il titolo di questo post è piuttosto chiaro, no?), quello che trovate qui di seguito è la prima versione del primo capitolo di Città di Vetro – completa di commento dell’autrice! ;)
Cassie, passo passo, spiegherà la ragioni per cui ha eliminato questo o quel passaggio, regalandoci pure degli approfondimenti sui personaggi e sulla trama.

Spero sinceramente che vi piacerà. Personalmente, ho trovato tutto molto interessante. ^^

Ancora buon Natale, Shadowhunters!

PS: visto che si tratta di un regalo di Natale, non prelevatelo, per favore.

« Cari lettori:

Il primo capitolo che Cassandra Clare ha originariamente scritto per CITTÀ DI VETRO è quasi irriconoscibile dal primo capitolo nella versione finale.

Qui, Cassandra Clare rivisita il primo capitolo originario dell’ultimo libro della trilogia The Mortal Instruments, fornendo approfondimenti sui personaggi, sul processo di scrittura e sull’immaginazione dietro questa serie bestseller del New York Times. »

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A SUDDEN DEPARTURE

[Il primo capitolo è adesso intitolato “Il Portale”, che penso sia un titolo molto migliore.]

Clary chiuse il suo zainetto e diede un’occhiata alla stanza per accertarsi di non aver dimenticato nulla. Madeleine le aveva detto che sarebbe stato freddo, a Idris, per via della sua elevata altitudine [Ciò resta vero, nel libro, anche se la spiegazione è stata tagliata. Clary ha freddo durante quasi tutta la sua permanenza a Idris.], e quindi Clary aveva messo in valigia le sue magliette a maniche lunghe, alcuni jeans e i maglioni. Non aveva un giubbotto invernale, ma non aveva in programma di restare a Idris abbastanza a lungo da averne bisogno. Ci sarebbe rimasta solo il tempo necessario per recuperare ciò che le serviva per salvare sua madre. Poi sarebbe tornata.
Per la terza volta in quindici minuti, digitò con forza il numero di Simon sul telefono di sua mamma. Suonò e suonò, per poi giungere alla segreteria telefonica.
Era la voce di Eric, non quella di Simon, quella nel messaggio registrato. “Signore, signore,” diceva. Benché fosse la millesima volta che Clary ascoltava la registrazione, non poté non alzare gli occhi al cielo. “Se siete giunte a questo messaggio, vuol dire che il nostro ragazzo, Simon, è fuori a far festa. Ma, per favore, non litigate tra voi. C’è sempre abbastanza Simon in giro.” Poi un urlo soffocato, qualche risata e un lungo bip. [Amo questo messaggio telefonico, e mi è dispiaciuto vederlo andare via. Molto tempo fa, quando lavoravo come giornalista, c’era un ragazzo nell’ufficio che mandava in giro dei messaggi indirizzati alle “Signore, signore”, promettendo che ci sarebbe sempre stato abbastanza di lui in giro. Ho sempre desiderato rubacchiare quella battuta, ma immagino che dovrò aspettare un’altra occasione.]
Clary riattaccò aggrottando le sopracciglia. Dov’era? Sapeva che sarebbe partita oggi. Come poteva non essere lì ad augurarle buon viaggio?
Certo, il loro ultimo incontro era stato un po’ teso. Simon si  era seduto sul letto, guardandola con un’espressione quasi spaventosamente distaccata mentre lei inveiva contro Madeleine e Idris e la cura per sua madre.
“Capisci, mia madre sapeva che un giorno Valentine sarebbe venuto a cercarla,” gli aveva detto senza fiato. “Sapeva che, potendo, avrebbe cercato di torturarla per scoprire il nascondiglio della Coppa Mortale. Ha usato questa pozione che uno stregone aveva preparato per lei. Se l’è portata a New York da Idris. Sapeva che l’avrebbe ridotta in questa sorta di morte apparente, e così non sarebbe stata di nessun aiuto per Valentine. Deve averla presa quando ha sentito arrivare il Ravener. Non capisci? È per questo che i dottori non riuscivano a trovare niente che non andasse, in lei. L’unica cosa che la curerà sarà prendere di nuovo la stessa posizione.”
“Dove dovresti trovare altra pozione?” aveva chiesto Simon. “Non sembra il genere di cosa che puoi semplicemente comprare in una bodega locale.” [I lettori non-Newyorkesi mi chiedono spesso cosa sia una bodega. È, almeno a New York, un piccolo negozio all’angolo che vende alimenti e caramelle.]
“Deve prepararla lo stesso stregone che l’ha fatta la prima volta.”
“Vuoi dire Magnus Bane?” aveva domandato Simon. “È lui lo stregone che tua mamma ha usato per quegli incantesimi per la memoria, quindi…”
“No, non è stato Magnus. Non mi stavi ascoltando? Si è portata la pozione da Idris. È stato qualcuno che conosceva lì.”
“Quindi…?” Simon aveva lasciato che il resto della frase aleggiasse delicatamente nell’aria.
“Andrò a Idris,” gli aveva risposto Clary.
Lui era sbiancato. Dal momento che era già molto pallido, tutto ciò era impressionante. “A Idris? Da sola? Clary…”
“Non da sola. Con i Lightwood. Madeleine ha detto che ci andranno comunque. Devono: il Conclave sta convocando a Idris tutti i capi delle diverse città per un qualche genere di incontro.”
“Ma andare a Idris – non sembra sicuro, Clary.”
“È sicuro come qualsiasi altro posto,” aveva risposto. “Voglio dire, con nessuno certo su quale sarà la prossima mossa di Valentine, o persino su dove sia…”
“Forse per te è meglio stare con i Lightwood,” aveva detto Simon dopo una pausa. “Con Jace, in ogni caso. Non lascerà che ti accada nulla.”
Non aveva detto, Cosa mi succederà mentre non ci sei?, ma Clary sapeva che è a questo che stava pensando. Simon era un vampiro da poco meno di una settimana e stava ancora cercando di adattarsi. Clary era una delle poche persone con cui poteva parlarne, e sarebbe partita. Clary aveva pensato a come dovesse essere per lui, tenere il segreto, andare a scuola ogni giorno, fingere che tutto stesse andando bene. [I lettori mi chiedono sempre se Simon e Clary, mentre succedono tutte queste cose, stiano ancora andando a scuola. Ecco la risposta: Simon sì, ma Clary no. In effetti, Clary deve decidere, in Città di Vetro, se desidera tornare a scuola o vuole continuare la sua educazione da Shadowhunter.] “Simon, mi spiace…”
Lui aveva interrotto le sue scuse con un gesto della mano. “Devi fare ciò che è necessario per aiutare tua madre,” aveva detto. “Non mi metterei in mezzo.”
“Puoi stare con Luke,” gli aveva risposto Clary. “Resterà qui. Per la maggior parte del tempo in ospedale, lo riconosco, ma è comunque nei paraggi, e sai che a lui non dà fastidio se hai bisogno di qualcuno con cui parlare.”
“Posso parlare con Maia,” aveva detto Simon.
“Ottimo,” aveva replicato Clary con notevole mancanza di entusiasmo. Anche Maia era un licantropo. Un licantropo con una cotta per Simon. Clary non era mai riuscita a sentirsi particolarmente entusiasta di lei, sebbene ci avesse provato. “Immagino che debba sapere cosa stai passando, eh?”
Simon non aveva risposto. “Questo tuo piano, il tuo voler andare a Idris,” aveva detto. “Jace ne è a conoscenza?”
Clary aveva scosso il capo.
“Andrà fuori di testa.”
“No, non lo farà,” aveva risposto Clary. “Per lui non ci saranno problemi.” [Nella versione finale di questa scena, sono andata un po’ oltre, spiegando che Clary sa già che è una bugia, e che per Jace ci saranno problemi.]

Per Jace c’erano problemi.
“Non andrai,” le disse. Aveva il viso pallido e la fissava; la guardava come se lei si fosse nascosta e gli avesse tirato un pugno nello stomaco. “A costo di legarti e sedermi su di te fino a quando non ti sarà passato questo stupido capriccio, non andrai.”
“Perché no?” chiese Clary.
La schiettezza della domanda sembrò rendere Jace persino più arrabbiato. “Perché non è sicuro.”
“Oh, perché qui è così sicuro, giusto?” scattò Clary. “Sono quasi stata uccisa una decina di volte, nell’ultimo mese, e ogni volta è successo proprio qui, a New York.”
“Questo perché Valentine si stava concentrando sugli Strumenti Mortali nascosti qui.” Jace stava parlando attraverso i suoi denti digrignati. “Adesso sposterà la sua attenzione su Idris, lo sappiamo tutti…”
“Non siamo sicuri di nulla,” disse Maryse Lightwood. Clary si era quasi scordata che la donna era in libreria con loro. Stava seduta dietro a quella a cui Clary pensava sempre come alla scrivania di Hodge, una tavola spessa che attraversava le schiene di alcuni angeli di mogano inginocchiati. Il volto di Maryse era attraversato da vividi segni di stanchezza. Suo marito, Robert Lightwood, era rimasto ferito dal veleno demoniaco durante la battaglia della settimana prima, e da quel momento aveva avuto bisogno di cure costanti. “E il Conclave desidera incontrare Clarissa, lo sai, Jace.” [Le persone mi chiedono spesso da dove abbia preso l’idea del Conclave. Ho concepito l’organizzazione dei Nephilim come qualcosa di simile a un’organizzazione religiosa; sono, dopotutto, quasi una religione a sé stante. Quindi ho basato la struttura sulla Chiesa Cattolica – “Clave” (NdT: il nome inglese) è un adattamento dalla parola “Conclave”, l’incontro che i cardinali tengono quando bisogna eleggere un nuovo Papa; e i Fratelli Silenti sono in un certo senso dei monaci, e c’è un Inquisitore, ecc.]
“Il Conclave può andare al diavolo” disse Jace.
Maryse aggrottò le sopracciglia.
“E il Conclave vuole un sacco di cose,” aggiunse Jace. “Non dovrebbe necessariamente ottenerle tutte.”
Maryse gli lanciò un’occhiataccia, come se sapesse perfettamente ciò di cui stava parlando e non lo apprezzasse. “Il Conclave ha spesso ragione, Jace. Non è irragionevole da parte loro voler parlare con Clary, dopo quello che ha dovuto passare. Ciò che potrebbe dire loro…”
“Dirò loro tutto ciò che desiderano sapere,” disse Jace. “Mi torchieranno per settimane.” [Ho cancellato questo commento di Jace dalla bozza finale. Inizialmente avevo pensato che il nuovo Inquisitore avrebbe fatto delle domande a Jace, ma poi ho capito che, in effetti, il nuovo Inquisitore aveva piani molto più sinistri per i Lightwood.]
“E spero che quando lo faranno sarai un po’ più collaborativo e un po’ meno cocciuto,” osservò Maryse. Spostò i suoi occhi blu, così simili a quelli di Alec, su Clary. “Quindi vuoi andare a Idris, giusto?”
“Solo per qualche giorno,” rispose Clary. “Non vi darò alcun fastidio. Madeleine ha persino detto che posso stare a casa. Ne ha una ad Alicante.”
“So che ce l’ha. La domanda non è se darai qualche fastidio; è se sarai disposta a incontrarti col Conclave, mentre sei lì. Vogliono parlarti. Se dici di no, dubito che riusciremo a ottenere l’autorizzazione per portarti con noi.”
Jace stava scuotendo la testa.
“Incontrerò il Conclave,” fece Clary.
Maryse si massaggiò le tempie coi polpastrelli. “Allora è tutto a posto.” Lei non sembrava a posto, però; sembrava tesa e fragile quanto una corda di violino che è stata tirata fino al punto di rottura.
“Ma…” cominciò Jace.
Maryse agitò una mano per farlo tacere. “È abbastanza, Jace.”
La bocca di Jace era una linea dura. “Ti accompagno fuori, Clary.”
“Posso accompagnarmi fuori da sola,” gli rispose lei, ma Jace l’aveva già afferrata per il gomito e la stava trascinando verso la porta. Erano appena a metà del corridoio quando le lasciò andare il braccio e si voltò per guardarla in faccia, accigliato come un gargoyle. “Non mi stavi proprio a sentire, Clary? Ti ho detto che non puoi venire.”
“Ma Maryse ha detto che posso, e non sei tu a dare gli ordini, qui in giro, no?”
“Maryse si fida troppo del Conclave,” disse Jace. Si affrettò per il corridoio, obbligando Clary a correre per tenere il passo. “Deve crederli perfetti – e io non posso dirle che non lo sono, perché…” [Se fidarsi o meno del Conclave, l’organo di governo degli Shadowhunters, è una tematica che attraversa tutto Città di Vetro.]
“Perché è il genere di cosa che direbbe Valentine.”
Le spalle di Jace si irrigidirono. “Nessuno è perfetto,” fu tutto ciò che rispose. Erano arrivati nell’atrio; Jace si allungò e colpì il pulsante dell’ascensore con l’indice. “Nemmeno il Conclave.”
Clary incrociò le braccia sul petto. “È davvero per questo che non vuoi che venga? Perché non è sicuro?”
Un lampo di sorpresa gli attraversò il volto. C’erano delle ombre intorno ai suoi occhi, notò Clary senza volerlo, e le sue guance erano scavate. Il maglione nero che indossava faceva solo risaltare maggiormente la sua pelle chiara, segnata di lividi, e le ciglia scure; era uno studio sui contrasti, qualcosa da dipingere in sfumature di nero, bianco e grigio, con spruzzi di oro qui e là, come i suoi occhi, per un accenno di colore… [Clary è in parte basata su una mia amica artista. Non vede il mondo come me – io sono una persona di parole –, ma visivamente; una volta mi ha detto che, guardando le cose, pensa a come le disegnerebbe.]
“Che intendi?” domandò Jace, strappandola alle sue fantasticherie mentali sulla pittura. “Per quale altro motivo non dovrei volere che tu venga?”
Clary deglutì. “Perché…” Perché mi hai detto che non provi più nulla per me, e, vedi, è molto imbarazzante, perché io invece provo ancora qualcosa per te. E scommetto che lo sai.
“Perché non voglio che la mia sorellina mi segua ovunque?” C’era una nota affilata nella sua voce, per metà beffarda, per metà qualcos’altro. L’ascensore arrivò sferragliando; Jace si allungò per aprire il cancelletto decorato, e la lana soffice del suo maglione solleticò il retro del collo di Clary.
“Non andrò lì perché ci sei tu. Voglio andarci perché desidero aiutare mia madre. Te l’ho detto.”
“Posso aiutarti. Dimmi dove andare, a chi chiedere. Mi procurerò ciò di cui hai bisogno.”
Clary entrò nell’ascensore, voltandosi per guardarlo. “Madeleine ha detto allo stregone che ci sarei andata io. Sta aspettando la figlia di Jocelyn, non suo figlio.”
“Dille che c’è stato un cambio di programma. Andrò io, non tu.”
Si morse il labbro. “Madeleine ha detto…”
“Madeleine ha detto, Madeleine ha detto,” la imitò Jace con furia. “Quella donna ti ha fatto il lavaggio del cervello?”
“Ha detto,” continuò Clary, “che lo stregone potrebbe addirittura non credere che tu sia chi dici di essere. Ha detto che metà della gente a Idris pensa che tu sia davvero il figlio di Valentine. Quindi cosa ti fa credere che qualcuno che l’ha aiutata darebbe mai una mano a te? Voglio dire, il motivo principale per cui mia madre ha preso quella pozione era tenere le mani di Valentine lontane da…”
“E io non sarei migliore di lui? È questo che stai dicendo?”
“Cosa? No, certo che no, sai di non essere per niente come lui, Jace…” [Quanto sia o non sia come Valentine è il problema principale con cui Jace combatte in Città di Vetro.]
“Apparentemente,” le disse, “non abbastanza da passare quest’informazione a Madeleine.”
Sbatté con violenza il cancelletto tra loro. Per un attimo, Clary lo osservò tra le grate – la rete del cancello che divideva il suo volto in una serie di rombi delineati dal metallo. Un unico occhio d’oro la osservava attraverso uno dei rombi; al suo interno sfarfallava un’ira furibonda.
“Jace…” disse di nuovo Clary.
Ma con uno sobbalzo e un rumore l’ascensore aveva già cominciato a muoversi, trasportandola giù nel buio silenzio dell’Istituto.

Quella era stata l’ultima volta che aveva visto Jace. Da quel momento non aveva risposto al telefono, quando lei aveva cercato di chiamarlo, quindi Clary aveva organizzato il suo viaggio a Idris coi Lightwood utilizzando Alec come una specie di riluttante e imbarazzata persona di riferimento. Alec. Sospirò e aprì di nuovo il telefono. Tanto valeva chiamarlo e controllare a che ora sarebbero venuti a prenderla mentre andavano fuori città. Visto che non c’era più un Portale funzionante nell’area di Manhattan, si sarebbero dovuti recare in un luogo che non le avevano rivelato e utilizzare il Portale che stava lì. [Nella versione finale non è più così. Ho pensato che aggiungere un Portale nell’area di Manhattan avrebbe dato la sensazione che ci fossero troppi Portali, quindi adesso è Magnus a creare per loro un Portale temporaneo con la magia.] Erano così riservati, gli Shadowhunters, pensò Clary; era come se non riuscissero a dimenticare che una parte di lei era stata cresciuta credendo di essere una mondana, una persona ordinaria. Non sarebbe mai stata davvero una di loro, al corrente dei loro segreti. [Ho cancellato anche questa parte, dalla versione definitiva, per una questione di spazio, ma credo che sia molto naturale, da parte di Clary, sentirsi così, ed è di sicuro qualcosa di cui continua a preoccuparsi.]
Neanche Alec stava rispondendo al telefono. Clary chiuse il cellulare e imprecò. “Per l’Angelo…”
Una leggera risatina giunse dalla soglia. Clary si guardò intorno. Era stato Luke; aveva le mani in tasca e la guardava con aria affettuosa e divertita. La sua camicia di flanella era spiegazzata – probabilmente si era di nuovo addormentato sulla sedia di plastica dell’ospedale. “Adesso imprechi anche come una Shadowhunter,” le disse.
“Immagino che sia contagioso,” rispose Clary. Gli sorrise. “Sono lieta che almeno tu sia venuto a salutarmi.”
“Ci siamo salutati la scorsa notte,” le ricordò Luke. Era vero. Erano andati all’ospedale a vedere Jocelyn. Clary aveva dato un bacio a sua madre e le aveva promesso che sarebbe tornata con la cura. Anche Madeleine era andata lì con loro, sebbene lei e Luke si comportassero in maniera strana e tra loro fossero rigidi [Non abbiamo modo di vedere Luke e Madeleine interagire, nella versione finale di Città di Vetro, ma c’è una storia su come Madeleine conoscesse Luke e Jocelyn, e sul perché fosse a conoscenza della cura di Jocelyn.], e aveva promesso a Luke che si sarebbe presa buona cura di Clary, a Idris. E poi Clary e Luke erano tornati a casa di lui, si erano mangiati una pizza e avevano guardato la TV fino a mezzanotte, quando lui era tornato all’ospedale.
“Beh, Simon sembra aver deciso di starmi alla larga, quindi è bello avere un secondo addio da qualcuno.”
“Probabilmente è solo preoccupato perché andrai a Idris.”
“Anche tu sei preoccupato, ma ti sei presentato comunque.”
“Ho il vantaggio dell’esperienza a dirmi che mettere il broncio non risolve nulla,” spiegò Luke con un ghigno. “E che, inoltre, non ha senso cercare di dire a te o a tua madre cosa fare.” Portò un braccio dietro la schiena e tirò fuori un sacchetto di carta marrone. “Ecco, ti ho preso qualcosa per il viaggio.”
“Non dovevi!” protestò Clary. “Hai fatto così tanto…” Pensò ai vestiti che le aveva comprato dopo che tutto ciò che possedeva era andato distrutto. Le aveva preso un nuovo telefono, nuovo materiale per disegnare, senza che lei glielo chiedesse. Quasi tutto ciò che possedeva adesso era un regalo da parte di Luke.
“Volevo.” Luke le allungò il sacchetto.
L’oggetto all’interno era nascosto da diversi strati di carta velina. Clary li strappò, le dita che afferravano qualcosa di soffice quanto il pelo di un gattino. Lo tirò fuori, e le scappò un debole gemito di sorpresa – era un cappotto di velluto verde bottiglia, vecchio stile, con fodera di seta color oro, bottoni d’ottone e un ampio cappuccio. Se lo poggiò addosso, lisciando affettuosamente il soffice materiale con le mani. “Sembra il genere di cappotto che indosserebbe Isabelle,” esclamò. [Ho sempre desiderato che Clary ricevesse questo cappotto verde. Si ricollega all’abito di velluto verde in cui ha sognato di ballare, in Città di Ossa. In più, a Clary capita di rado di indossare cose carine – è il genere di ragazza che mette jeans e maglioni.]
“Esattamente. Adesso vestirai di più come una di loro,” disse Luke. “Quando sarai a Idris.”
Clary alzò lo sguardo verso di lui. “Vuoi che sembri una di loro?”
“Clary, tu sei una di loro.” Il sorriso di Luke era venato di tristezza. “Inoltre, sai come trattano gli estranei. Tutto ciò che puoi fare per adattarti…” [Luke, essendo stato un tempo molto all’interno della società del Conclave, e poi parecchio all’esterno, sa di cosa sta parlando.]
Clary fu colta da una fitta di senso di colpa. “Luke, vorrei che venissi con me…”
“Per me non è sicuro, a Idris. Lo sai. Oltretutto, non posso lasciare Jocelyn.”
“Ma…” Clary si interruppe quando il suo telefono cominciò a suonare. Si lanciò alla sua ricerca, muovendosi a tentoni tra le lenzuola aggrovigliate e le pile di carta velina scartata. Poi si avvicinò a Luke stringendolo con aria trionfante.
“È Simon?” le chiese lui.
Clary lanciò un’occhiata al numero sullo schermo, e il suo sorriso svanì, trasformandosi in un’espressione perplessa. “È Jace.” Aprì il telefono. “Pronto?”
“Clary?” La sua voce familiare le fece correre un brivido lungo la colonna vertebrale. “Dove sei?”
“Da Luke. Dove altrimenti dovrei essere?”
“Bene.” C’era una nota di sollievo, nella sua voce, che a lei parve strana. “Resta lì.”
“Certo che resterò qui. Sto aspettando che veniate a prendermi.” Clary esitò. “State venendo a prendermi, giusto?”
Jace rimase in silenzio.
“Jace, che sta succedendo? È successo qualcosa? Non andiamo a Idris…?”
Jace sospirò. “Noi ci andiamo,” disse. “Ma tu no.”
“Che intendi con io no?” La voce di Clary si alzò di svariate ottave. Luke trasalì. “Maryse ha detto che potevo andare! Ne avevamo già discusso!”
“C’è stato un cambio di programma,” le spiegò Jace. “Non verrai, dopotutto.”
“Ma il Conclave voleva incontrarmi…”
“È venuto fuori,” le disse, “che c’è qualcuno che desiderano incontrare di più. E io ho posto come condizione per portarlo il tuo non venire.”
A Clary parve di aver fatto un passo in un secchio d’acqua fredda. “Portare chi?” sussurrò.
“Simon,” rispose Jace.
“Cosa vuole il Conclave da Simon? È solo un mondano…”
“Non è un mondano, Clary. È un vampiro. Un vampiro che può camminare alla luce del sole. L’unico vampiro a poter camminare alla luce del sole di cui si sia mai sentito parlare da quando esiste il Conclave. È ovvio che siano interessati a lui.”
“Gli faranno male?”
“No,” disse Jace, impaziente. “Certo che no. Hanno promesso ufficialmente che non gli avrebbero fatto nulla.”
“Non ti credo,” rispose Clary. Prese un respiro tremante. “Jace, non farlo. Non verrò, d’accordo, prometto di restare qui, ma, per favore, non portare Simon con te.”
“Però il pericolo per te andava bene, eh?” le disse lui in tono arrabbiato. “Clary, neanche Simon sarà al sicuro, qui. È unico. Un’aberrazione magica. Ci sono già voci sulla sua esistenza che corrono tra i Nascosti. I vampiri si sono incontrati, la scorsa notte, per discutere di cosa farsene di lui – alcuni si sono detti d’accordo con l’ucciderlo, in quanto pericolosa mutazione, e altri volevano fare degli esperimenti su di lui per scoprire se ciò che gli è successo possa essere replicato. Per non dire che è il nemico pubblico numero uno dei licantropi…” [Mi spiaceva un po’ perdere tutte le drammatiche azioni secondarie successe nella comunità dei vampiri dopo il cambiamento di Simon. Ho pensato che il fatto che Simon fosse così unico avrebbe dato inizio a un’enorme quantità di conflitti all’interno della società dei Nascosti, ma tutto ciò che è successo è al momento più accennato che dichiarato in maniera definitiva. A Simon viene detto chiaramente che i vampiri non sono felici – diamine, non sono felici? –, ma questi riferimenti su ciò che sta specificamente succedendo a New York sono stati eliminati.]
“Ma Luke controlla i licantropi…”
“Non tutti i licantropi del mondo, Clary! Ciò che è successo a Simon – è enorme, senza precedenti. Tutti vorranno avere una parte di lui. Il posto più sicuro per Simon è a Idris, col Conclave, specialmente quando non noi non saremo qui a proteggerlo.”
“E tu hai detto che Maryse si fida troppo del Conclave. Dovresti parlare,” disse Clary con amarezza. “Come puoi fare una cosa simile, Jace? Mia madre…”
“So di cos’ha bisogno tua madre per stare bene,” disse Jace. [Jace non chiama mai Jocelyn “nostra madre”, sebbene pensi che lei lo sia.] “E me lo procurerò per te, te lo giuro sull’Angelo.”
“Per quello che vale. Non capisco, Jace. Perché stai facendo tutto questo?”
Lui esitò solo per una frazione di secondo, tra un respiro e l’altro. La sua voce, quando parlò, era piatta. “Non posso credere che tu non lo sappia.”
“Non farlo,” gli disse. Una piccola parte di lei si chiese se non si stesse comportando in maniera irragionevole, ma fu schiacciata dal soffocante senso di abbandono e terrore. “Per favore, Jace…”
“Mi spiace, Clary,” le rispose lui, e attaccò.
Silenzio. Clary digitò di nuovo il suo numero e ricevette in risposta un segnale statico di linea occupata. Colpì il tasto per richiamare, e scoprì che il telefono le era stato gentilmente tolto di mano. “Clary,” le disse Luke, gli occhi blu pieni di compassione. “Per quel che sappiamo, ha probabilmente già attraversato il Portale. Non ha senso…”
“Non è vero!” gli urlò lei. “Non era neanche previsto che partissero già! Non possono essersene andati!”
“Clary…”
Ma lei lo stava già superando, ascoltando il suo stesso respiro affannato mentre correva fuori dalla casa e verso Kent Street, diretta alla metropolitana. [Quest’intera trama non c’è più, nel libro. Avevo pensato di fare in questo modo, all’inizio, quando sapevo di dover portare Simon, Jace e Clary a Idris, e che dovevo tenere Clary e Jace separati. Adesso, tutto si svolge in maniera diversa – Jace non ha più offerto amichevolmente Simon in cambio di Clary, né l’ha chiamata per dirle che non poteva andare a Idris. Si può essere protettivi, e si può essere iperprotettivi, e, per me, tutto ciò stava superando una linea. Non volevo che Jace trattasse Clary come una bambina. E dubitavo anche che lei l’avrebbe mai perdonato per aver fatto una cosa simile a Simon, e questo avrebbe creato dei problemi in futuro.]
Ci erano voluti parecchi minuti, a Clary, per liberarsi dell’incantesimo intorno all’Istituto. Sembrava che alla vecchia cattedrale fosse stato aggiunto un altro livello di camuffamento, come una nuova mano di vernice. Toglierla con la mente fu difficile, persino doloroso. Alla fine, lo strato se ne andò, e Clary riuscì a vedere la chiesa per quello che era. Le alte porte di legno risplendevano come se fossero appena state lucidate.
Mise una mano sul pomello. Sono Clary Morgenstern, una dei Nephilim, e chiedo di entrare nell’Istituto… [Questa è una delle prime volte che Clary chiama se stessa “Clary Morgenstern”. Si è sempre definita Clary Fray, ma sa che è questo il suo vero nome, e che deve usarlo se vuole entrare nell’Istituto. Questo pezzettino è stato preservato nella versione finale.]
La porta si aprì. Clary entrò dentro. Si guardò intorno, sbattendo le palpebre, cercando di capire cos’è che le sembrasse all’interno della cattedrale.
Lo capì mentre la porta le si chiudeva dietro, imprigionandola in un’oscurità rischiarata solo dalla fioca luce che filtrava attraverso il rosone in alto sopra la sua testa. Non era mai stata nell’Istituto senza che decine di fiammelle illuminassero gli elaborati candelabri che costeggiavano il corridoio tra i banchi.
Tirò fuori la sua stregaluce dalla tasca e la sollevò. La luce divampò dal suo interno, facendo fluire brillanti fiotti di luce attraverso le dita di Clary. Illuminò gli angoli polverosi dell’interno della cattedrale mentre lei si avvicinava all’ascensore collocato nella parete accanto all’altare nudo. Clary pigiò con impazienza il bottone.
Non successe nulla. Passato mezzo minuto, lo cliccò di nuovo – e di nuovo. Poggiò l’orecchio contro la porta dell’ascensore e ascoltò. Neanche un suono. L’Istituto era diventato buio e silenzioso, come una bambola meccanica con un cuore meccanico che si è infine spento.
Clary fece un passo indietro e si lasciò cadere su uno dei banchi. La sedia era dura, stretta e scomoda, ma Clary lo notò a stento. Se n’erano andati. Andati a Idris, dove lei non poteva seguirli. Andati dalla sua vita, portando Simon in un posto in cui lei non poteva proteggerlo. Ricordò Magnus dire: “Quando tua madre è scappata dal Mondo delle Ombre, è da loro che si stava nascondendo. Non dai demoni. Dagli Shadowhunters.” Aveva avuto ragione, e lei aveva sbagliato a fidarsi dei Nephilim. Aveva pensato che ai Lightwood importasse di lei, ma tutto ciò che gli interessava era il loro prezioso Conclave. Persino Jace…
A quel pensiero, la gola le si contrasse, e Clary sentì le lacrime arrivare in un fiotto caldo. Cominciò a singhiozzare, stringendo la stregaluce al petto, dove pulsò e scintillò come un cuore luminoso.
“Clary.” Il sussurro giunse inaspettatamente dal silenzio dietro, facendola voltare. C’era una figura alta, simile a uno spaventapasseri sgraziato. Indossava un completo di velluto nero su una luccicante camicia verde smeraldo, e numerosi anelli scintillavano sulle sue dita sottili. Il tutto coinvolgeva anche degli stravaganti stivali e un buon numero di brillantini. [Gli abiti di Magnus sono una delle cose di cui amo di più scrivere.]
“Magnus?” sussurrò Clary.
“Clary, mia cara.” La sua voce era melodiosa come al solito. Si sedette sul banco, accanto a lei, il mantello che gli si muoveva intorno come fumo. “Va tutto bene?”
“No. Se ne sono andati – e hanno preso Simon – Jace mi ha chiamato e ha detto – ha detto…”
“Lo so,” disse Magnus. “Ha giocato sporco. Ha un sacco di suo padre in sé, tuo fratello Jonathan.” [E questa è proprio la ragione per cui ho cancellato questa trama – Jace sa essere arrogante e fastidioso, ma non è disonesto. Di solito gioca secondo le sue regole, e le avrebbe infrante, se avesse fatto qualcosa del genere.]
Il giorno prima, persino un’ora prima, Clary gli avrebbe chiesto di non dire questo genere di cose. Ora si morse il labbro e basta. “Non posso fare niente?” sbottò. “Ci dev’essere un modo per arrivare a Idris…”
“L’aeroporto più vicino è a un paese di distanza. Se riuscissi a superare il confine – ammesso che tu riesca anche solo a trovarlo –, dovresti affrontare un viaggio lungo e pericoloso via terra, attraverso ogni genere di territorio dei Nascosti. Non ce la faresti mai, non viaggiando da sola.”
Si voltò verso di lui. “Ma tu…”
“Per portarti lì dovrei disobbedire a un ordine diretto del Conclave, Clary,” le disse Magnus. “Mi piaci, ma non così tanto.”
Clary emise una risatina soffocata. “E che mi dici di un Portale? Se riuscissi a procurarmene uno?”
“Ma non puoi. I Portali a Renwick e da Madame Dorotea sono andati distrutti, e non ho idea di dove potresti trovarne un altro. Questo genere di informazione viene custodita gelosamente. E, devo dirtelo, Clary…”
“Lasciami indovinare. Il Conclave ti ha detto di non darmi alcun tipo di aiuto.” Clary parlò in tono amaro. “So come lavorano. Se Jace ha stretto un qualche tipo di accordo con loro, probabilmente sono stati molto attenti a dargli ciò che chiedeva.”
“E che ha chiesto?” domandò Magnus, gli occhi da gatto che gli brillavano per la curiosità.
“Penso che abbia detto loro che gli avrebbe portato Simon se gli avessero promesso di tenermi fuori da qualsiasi cosa stia succedendo a Idris,” ammise Clary, quasi riluttante a dirlo.
La bocca di Magnus si curvò a un’estremità. “Deve amarti davvero.”
“No,” disse Clary. “Credo sia solo perché non desidera avermi intorno. Lo metto a disagio.”
Magnus mormorò qualcosa. A Clary sembrò un’imprecazione esasperata seguita dalla parola Shadowhunters, ma non ne era sicura. “Senti,” le disse. “Penso che Jace probabilmente abbia ragione. Resta fuori da ciò che sta succedendo a Idris – ci sarà un disastro politico.”
Clary alzò lo sguardo verso di lui. La luce della stregaluce catturava i contorni dei suoi zigomi affilati e l’oro nei suoi occhi. “Ma Simon,” protestò. “Pensi che starà bene?”
“Jace non ha detto che farà in modo che non gli succeda nulla?”
“Sì,” confermò Clary. “L’ha giurato sull’Angelo.”
“Allora sono sicuro che starà bene,” disse Magnus, ma Clary aveva notato la leggera esitazione nella sua voce prima che parlasse. [Un altro motivo per cui mi sono sbarazzata di questa particolare trama è che dubitavo che qualcuno avrebbe creduto che Jace da solo sarebbe stato in grado di tenere Simon lontano dalle orde di pericoli; e, in effetti, avrebbe avuto ragione.] Non rispose nulla; si limitò a rigirarsi la stregaluce tra le dita, osservando la luce sfavillare sulla stoffa verde scuro del suo cappotto. Solo un’ora prima era stata così felice di indossarlo…
“Simon è qualcosa di molto speciale, Clary,” aggiunse Magnus. “Un vampiro capace di resistere alla luce del sole. Non è indifeso. Potrebbe non aver bisogno della tua protezione. Farà bene a imparare a usare i doni che ha.” Si alzò: era una figura spettacolarmente alta e magra, oscura e filiforme sotto la fioca luce. “E così anche tu.” [Qui, Magnus sta dicendo a Clary una cosa che lei finisce col realizzare da sé durante la versione finale di Città di Vetro. Pensava a se stessa come a una ragazza senza poteri e abbandonata da Jace e dai Lightwood, così come riteneva ancora che Simon fosse un ragazzo ordinario, ma nessuna delle due cose è vera. Simon adesso è una creatura soprannaturale, e Clary è una ragazza in possesso di un potere enorme che non sa ancora come utilizzare al meglio. Quando lo utilizza per cercare di arrivare a Idris, scatena un grosso caos – ma tutti devono iniziare da qualche parte!]

Extra tradotto: La Storia di Jocelyn

Dopo mesi e mesi che rimandavo la fine di questa traduzione, finalmente possiamo presentarvi tradotto uno degli extra più lunghi rilasciati da Cassie, Jocelyn’s Story.

Come leggerete nella nota introduttiva di Cassie, originariamente questo extra era stato scritto per essere inserito in Città di Vetro – salvo poi eliminarlo perché troppo lungo e descrittivo.

Abbiamo pensato che leggere questa “prima bozza” degli avvenimenti vi avrebbe fatto piacere. :) Fateci sapere nei commenti cosa ne pensate!

(Tra parentesi: l’extra è davvero lungo, quindi vi chiediamo la solita cortesia di non ripostarlo sulle vostre pagine/siti web. Se siete interessati a condividerlo con i vostri lettori, pensiamo sarà sufficiente pubblicare il link e, eventualmente, un breve estratto dall’extra. Ma non tutto, per favore.)

« Questa è la storia di Jocelyn da giovane, così come la racconta a Clary, quindi ricorda – il “tu” in questo racconto è Clary, che sta ascoltando.
Tutto ciò era originariamente stato scritto per Città di Vetro, ma era una storia troppo lunga, spiegava troppo, ed è stato necessario accorciarla e alterarla. Sebbene sia divertente credere che è così che le cose sono andate secondo Jocelyn, l’estratto di seguito va considerato “non-canon” o “universo alternativo”, quindi non sorprendetevi se i futuri libri sugli Shadowhunters dovessero contraddire questa versione, o se è questo racconto stesso a essere in conflitto con affermazioni di Città di Vetro. »

Ho incontrato tuo padre a scuola; avevo più o meno la stessa età che avevi tu quando hai conosciuto Simon. È il genere di amico che dovrebbero avere tutti. Nel mio caso, però, non era tuo padre quell’amico – ma Luke. Stavamo sempre insieme. In effetti, all’inizio io Valentine lo odiavo, perché mi aveva portato via Luke.
Valentine era lo studente più popolare, a scuola. Era tutto ciò che potevi aspettarti da un leader naturale – bellissimo, brillante, con quel genere di carisma che spingeva gli studenti più giovani a supportarlo. Era abbastanza gentile, ma in lui ho sempre scorto qualcosa che mi spaventava – brillava, ma di uno scintillio freddo, come quello di un diamante. E, proprio come un diamante, aveva estremità affilate, taglienti.
Quando aveva diciassette anni suo padre fu ucciso durante un’incursione contro un branco di licantropi. Non era stata un’incursione normale – il branco non aveva fatto niente per rompere la Legge, ma questo l’avrei scoperto solo anni dopo. Nessuno ne era a conoscenza. Tutto ciò che sapevamo era che Valentine era tornato a scuola completamente cambiato. Le sue estremità affilate erano diventate visibili per tutto il tempo, così come il pericolo in lui. E cominciò a reclutare.
Attirava gli altri studenti verso di sé come una falena è attratta dalla luce – e, come le falene, il desiderio che provavano per lui sarebbe stato alla fine la loro rovina. Condusse Hodge al suo fianco, e Maryse e Robert Lightwood – i Penhallow, i Wayland. Gli si avvicinavano, si raggruppavano intorno a lui e facevano qualsiasi cosa chiedesse loro. Aveva cercato di approcciare anche me parecchie volte, ma ero rimasta distante, a guardarlo con sospetto. E poi andò da Luke…
So che Luke si è spesso chiesto perché Valentine l’aveva voluto nel suo Circolo. A quel tempo non era granché, come guerriero; non un combattente nato. Non gliel’ho mai detto, ma a volte penso che Valentine l’abbia visto come un mezzo per raggiungere uno scopo. Come un mezzo per raggiungere me…
Valentine è sempre stato il genere di persona che sa ciò che vuole. E voleva me. Non ho mai saputo la ragione. Mi è stato chiaro fin dalla prima volta che l’ho scoperto a guardarmi attraverso il campo d’allenamento. Il suo sguardo – non era sognante o pieno di bramosia, ma calcolatore e sicuro di sé. Il suo freddo desiderio mi aveva messo i brividi. Ma quando trascinò Luke dalla sua parte, e Luke mi parlò con così tanto entusiasmo della sua intelligenza e gentilezza, capii che non potevo più restare da parte. Dovevo unirmi al Circolo, vedere cos’aveva attirato così tanto il mio amico.
Per certi versi, Valentine – tuo padre – era esattamente come Luke l’aveva descritto. Il Circolo si incontrava di notte, spesso nel campo d’allenamento deserto o nella foresta, sotto gli alberi, e durante le riunioni Valentine parlava degli argomenti a lui cari: i demoni, i Nascosti, e ciò che lui definiva “la perversione delle leggi del Conclave”. Per quel che lo riguardava, l’Angelo non aveva mai voluto che vivessimo in pace con i Nascosti, ma anzi desiderava che li eliminassimo dalla faccia della Terra insieme ai demoni. Gli Accordi erano una farsa; non eravamo mai stati destinati a vivere in armonia coi “mezzi uomini”.
Le sue parole erano di fuoco, mentre il suo contegno era – gentile. Aveva un modo tutto suo di farti sentire come se fossi l’unica persona al mondo di cui gli importava, l’unica di cui rispettava per davvero l’opinione. Le sue convinzioni erano assolute, e così anche la sua dedizione al Circolo. All’inizio pensavo fosse crudele fanatismo, ma col tempo le sue convinzioni mi hanno affascinata. Sembrava pieno di passione. Riuscivo a vedere ciò che anche Luke vedeva in lui. E in breve mi sono ritrovata mezza innamorata di lui.
Ma valeva lo stesso per tutte le ragazze del Circolo, e probabilmente anche per alcuni dei ragazzi. Non puoi appartenere a una cosa simile – un culto della personalità – senza essere almeno un po’ innamorato del tuo leader. Valentine cominciò a chiedermi di restare dopo gli incontri, solo per parlare. Disse che apprezzava la mia mente pratica e la mia intelligenza distaccata. Sapevo che le altre ragazze erano gelose. Sono certa che pensassero – beh, puoi immaginare cosa pensavano. Ma tra me e Valentine non successe mai niente. Voleva davvero parlare e basta – del futuro, della Legge, del Circolo e della direzione in cui si stava muovendo. Alla fine, quella ad arrendersi e baciarlo per prima sono stata io.
“Lo sapevo,” è stata la prima cosa che mi ha detto subito dopo, e poi, “Ti ho sempre amata, Jocelyn.” E, sai, era serio. Rimanemmo tutta la notte fuori nella foresta, a parlare. Mi raccontò di come pensava che avremmo condotto il Circolo insieme, per sempre. Di come non avrebbe potuto farlo senza di me. Disse, “Ho sempre saputo che avresti cominciato ad amarmi a tua volta, non ne dubitavo.”
Non avevo idea del perché avesse scelto me. Non mi sembrava di avere niente di speciale. Ma Valentine rese chiare le sue intenzioni: da quel momento in poi, noi due restammo insieme, e non  guardò mai più una donna, non in quel modo, né allora né durante gli anni del nostro matrimonio. Le altre ragazze smisero di parlarmi, ma a me sembrava solo un piccolo prezzo da pagare. Luke – Luke era felice per me. La cosa mi aveva sorpresa un po’, mi ero chiesta – ma lui era felice. Era evidente.
Valentine era così devoto che mi ci volle molto, molto tempo per notare i cambiamenti in lui. Era come se la morte di suo padre gli avesse raschiato via alcuni morbidi strati di umanità, e per questo era diventato crudele in maniera strana, peculiare – ma solo a sprazzi, attimi così veloci che potevo mentire a me stessa e convincermi che niente fosse mai accaduto.
C’era una ragazza, nella nostra classe, che voleva unirsi al Circolo. Suo fratello maggiore era stato morso da un vampiro, e quindi diventato uno di loro: avrebbe dovuto uccidersi, o lasciare che fosse la sua famiglia a farlo, ma non aveva voluto e girava voce che fosse ancora in contatto coi suoi familiari. Valentine le diede uno spuntone appuntito di metallo e le disse di andare da suo fratello, pugnalarlo e poi tornare da lui con le sue ceneri; solo così le avrebbe permesso di entrare nel Circolo. La ragazza corse via in lacrime. Più tardi lo affrontai, gli dissi che non poteva comportarsi in maniera così crudele, o non sarebbe stato meglio dei Nascosti. “Ma è un mostro,” mi rispose. Gli dissi che il fratello di lei poteva pure essere un mostro, ma lei no. Era una Nephilim, e non c’erano scuse per torturarla. Credevo di essere così di larghe vedute, così tollerante – ripensarci adesso mi fa rivoltare lo stomaco.
Pensavo si sarebbe arrabbiato, visto che l’avevo rimproverato, ma non fu così. Si calmò. “A volte ho paura di perdermi in tutta questa faccenda, Jocelyn,” mi disse. “È per questo che ho bisogno di te. Tu mi tieni umano.” Era la verità. Potevo sempre allontanarlo dai suoi piani più estremi, deviare la sua rabbia, calmarlo. Nessun’altro ci riusciva. Sapevo di avere questo potere su di lui, e mi faceva sentire importante, indispensabile. Credo di aver scambiato quel sentimento per amore…
Dopo aver finito la scuola, ci sposammo nella Sala degli Accordi, con tutti i nostri amici presenti. Anche allora sentivo uno strano presentimento. Durante la cerimonia alzai lo sguardo e vidi, attraverso il tetto di vetro, uno stormo di uccelli volare in alto. Realizzai che la mia vita non sarebbe più stata la stessa. A quel punto tentai di incontrare lo sguardo di Luke – stava accanto a sua sorella, nella prima fila dedicata agli ospiti, ma, anche se Amatis sorrideva nella mia direzione, Luke non mi guardò mai…
Andammo a vivere in un maniero nella campagna fuori Alicante che apparteneva ai miei genitori, anche se loro, da quando avevano cominciato a invecchiare, si erano trasferiti in una casa sul canale all’interno della città. Valentine stesso era cresciuto in un’abitazione proprio ai confini della foresta Brocelind; sosteneva però che il suo maniero fosse caduto in rovina in seguito alla morte dei suoi genitori, e io ero abbastanza felice di vivere nella casa patronale. Abitavamo solo a un quarto di miglio dalla casa di alcuni nostri amici, i Wayland – il che era conveniente, per Valentine, visto che Michael Wayland era tra i più entusiasti membri del Circolo, e andare a trovare la sua famiglia faceva in modo che non restassimo troppo insieme per tutto il tempo.
Dicono che gli uomini dopo il matrimonio cambino. Se Valentine fosse effettivamente cambiato, o se fossi stata semplicemente io a cominciare a vedere con più chiarezza la sua vera natura, non saprei. Divenne sempre più ossessionato dalla sua causa, e sempre più feroce nelle sue esecuzioni. Continuò a mentire, affermando di non aver mai ucciso un Nascosto che non avesse rotto gli Accordi, ma sapevo che non era vero. Una notte condusse il Circolo a sterminare una famiglia di licantropi nella loro stessa casa, sostenendo che avevano ucciso dei bambini umani e poi bruciato i loro corpi, e infatti nel camino trovammo delle ossa carbonizzate. Più tardi lo sentii dire a Hodge, ridacchiando, che è abbastanza facile ottenere delle ossa umane nella Città di Ossa, se si ha voglia di cercarle.
Cominciò a sparire dal nostro letto a tarda notte, facendo del suo meglio per non svegliarmi; tornava poi all’alba, ricoperto dal fetore del sangue e di cose anche peggiori. Trovai degli abiti insanguinati nel bucato, strane ferite e tagli sulle sue mani e sulle braccia. Di notte venivo svegliata da pianti e urla che sembravano provenire dall’interno delle mura di casa nostra.
Lo affrontai, chiedendogli di dirmi cosa faceva per davvero tutte le notti. Ma lui si limitò a ridere. “Ti stai solo immaginando le cose, Jocelyn,” disse. “Probabilmente è per via del bambino.”
Lo fissai. “Del bambino? Che bambino?”
Ma aveva ragione, ovviamente. Ero incinta. L’aveva saputo persino prima che lo capissi io. Tentai di reprimere le mie paure, dicendomi che stava solo cercando di proteggermi. Gli incontri del Circolo non erano il posto adatto per una donna incinta, mi diceva, e così io restavo a casa. Ero così sola – supplicai più volte Luke di venire a trovarmi, ma aveva tempo solo di rado. Il Circolo e i suoi rapporti lo tenevano impegnato. Ma come potevo lamentarmi? Valentine era un marito straordinariamente attento, non lasciava mai che alzassi un dito, mi portava bevande rafforzanti che aveva mescolato lui stesso, e un tè forte e dolce, ogni notte, che mi faceva addormentare. E se a volte mi svegliavo con strane ferite o lividi, beh, Valentine mi rispondeva che doveva essere perché avevo camminato nel sonno – un disturbo comune tra le donne in gravidanza, mi assicurava.
E poi una notte fui svegliata da un tremendo battere contro la porta. Corsi al piano di sotto e trovai Valentine in piedi sui gradini, tenendo – stava tenendo Luke, lo portava come un bambino, ed entrambi erano ricoperti di sangue. Valentine barcollava per la stanchezza. “Un attacco di licantropi,” spiegò. “Potrebbe essere troppo tardi…”
Ma non volli sentir dire che poteva essere troppo tardi. Lo aiutai a trascinare Luke al piano di sopra, in una camera vuota, e inviai un messaggio a Ragnor Fell, lo stregone che i miei genitori assumevano spesso in caso di malattia. I morsi dei licantropi non rispondono alle rune di guarigione – c’è troppo potere demoniaco, in loro. Luke stava urlando e si agitava e inzuppava le coperte di sangue; io cercavo di assorbire con una spugna il sangue che stava perdendo dalla spalla, ma ne arrivava sempre più, e poi più ancora.
Valentine gli stava accanto, guardando verso il basso. “Forse avrei dovuto lasciarlo lì a morire,” disse con gli occhi neri che bruciavano, “forse sarebbe stato più pietoso di ciò che gli succederà.”
“Non dirlo,” intimai. “Non osare dire una cosa simile. Non tutti i morsi trasformano in licantropi.” E a quel punto arrivò Fell, e Valentine lasciò a metà il suo discorso sull’abbandonare Luke e si fece da parte mentre noi lo curavamo. Dormii nella camera di Luke, quella notte, e al mattino lui era sveglio, in salute e capace di sorridere.
Non che qualcuno di noi avrebbe sorriso granché, nelle successive tre settimane. Ti dicono che c’è solo una possibilità su due che il morso di un licantropo trasmetta la licantropia. Io penso piuttosto che le possibilità siano tre su quattro. Raramente ho visto qualcuno scampare al morbo, e per quanto abbia silenziosamente pregato in quelle orribili settimane, Luke non fu un’eccezione. Appena giunse la luna piena, Mutò.
Il mattino dopo lo trovammo davanti a casa nostra, coperto di sangue e con i vestiti a brandelli. Allungai le braccia verso di lui, ma Valentine mi fece scostare. “Jocelyn,” disse, “il bambino.” Come se Luke fosse stato sul punto di correre da me e strapparmi il bambino dalla pancia, o avesse avuto intenzione di farmi qualche genere di male. Era Luke, ma Valentine mi spinse via e trascinò Luke giù dai gradini, nel bosco.
Quando tornò, parecchio tempo più tardi, era solo. “Dov’è Lucian, dov’è?” chiesi.
“Gli ho dato un coltello e detto di fare ciò che deve. Se ha un qualche genere di onore, farà come gli ho suggerito.” Sapevo di cosa stava parlando. Aveva detto a Luke di uccidersi, e Luke quasi sicuramente gli avrebbe obbedito.
Penso di essere svenuta. Ricordo una terribile e fredda oscurità, e poi di essermi svegliata nel mio letto, con Valentine al mio fianco. Si stava ravvivando i capelli. “Adesso non portare il lutto per lui,” disse, “avremmo dovuto farlo settimane fa, quando è morto per davvero. Ciò che stava sui gradini d’ingresso di casa nostra, oggi, non era Lucian.”
Ma io non gli credei. Anche dietro tutta quella maschera di sangue, avevo scorto gli occhi di Luke mentre mi guardava, quella mattina. Avrei riconosciuto quello sguardo ovunque, e non apparteneva a un mostro. Seppi allora, con terribile certezza, che perdendo Luke avevo perso la cosa più  importante di tutta la mia vita.
Fui avvolta da una terribile tristezza. Se non fosse stato per il bene del bambino, non credo che durante gli orribili mesi successivi avrei mangiato o dormito. Potevo solo sperare che Luke non si fosse suicidato, ma avesse solo deciso di andarsene. Andai da Amatis augurandomi che mi avrebbe aiutata a cercarlo, ma aveva già i suoi problemi a tormentarla. Valentine aveva affidato a Stephen il posto da luogotenente di Luke – ma non riusciva a tollerare che fosse sposato con Amatis. Sosteneva che fosse per il modo in cui lei si era opposta al trattamento che aveva riservato al fratello, ma la mia teoria era che vedendola si risvegliassero in lui i sensi di colpa per Luke. In ogni caso, riuscì a convincere Stephen a divorziare e risposarsi con una giovane bellissima di nome Céline. Amatis era devastata, al punto da rifiutarsi di vedermi, incolpando me insieme a Valentine per la sua infelicità. E così persi un’altra amica.
Disperata, mi recai da Ragnor Fell e lo supplicai di cercare notizie di Luke tra i Nascosti. Rimase a lungo in silenzio, dopo la mia richiesta. Poi disse: “Alcuni mi guarderebbero davvero molto male, se ti aiutassi.”
“Ma conosci la mia famiglia da anni!” protestai. “Mi conosci sin da quando ero una ragazzina.”
“A quel tempo eri Jocelyn Fairchild. Adesso sei Jocelyn Morgenstern, la moglie di Valentine.” Pronunciò il nome di Valentine come se fosse veleno.
“Valentine stermina solo chi infrange gli Accordi,” risposi debolmente, pensando a quella famiglia di licantropi e alle ossa che Valentine aveva nascosto nel loro caminetto. Ma di certo poteva essersi trattato di un caso isolato, no?
“Non è vero,” disse Fell, “e fa anche peggio che uccidere. Se farò questo per te, se cercherò Lucian Graymark, allora voglio che tu faccia qualcosa in cambio per me. Dovrai seguire tuo marito, una notte, e vedere dove va.”
E così feci. Una notte finsi solo di bere il tè che mi aveva portato e di addormentarmi al suo fianco. Quando si alzò e lasciò la stanza, lo seguii. Lo vidi entrare in libreria e prendere un libro; quando lo tolse, la parete scivolò via e lasciò dietro di sé un buco oscuro…
Non ti ho mai raccontato la storia della moglie di Barbablù  quando eri una bambina, vero? Ne dubito; quel racconto ancora mi terrorizza. Il marito disse a sua moglie di non guardare mai nella stanza chiusa a chiave, ma lei guardò e trovò i resti di tutte le mogli che lui aveva ucciso prima di sposare lei, esposti come farfalle in una teca di vetro. Ero spaventata – ma avevo fatto una promessa a Fell. Dovevo scoprire ciò che stava facendo Valentine. Una notte attesi finché non lasciò la casa, e poi andai in libreria e tolsi il libro dal suo posto.
Utilizzai la mia stregaluce per guidarmi giù nell’oscurità. L’odore – oh, l’odore lì dentro, come sangue e morte e putrefazione. Aveva scavato in quelle che un tempo erano state le cantine del vino. Ora c’erano delle celle, con cose imprigionate al loro interno. Creature demoniache, legate con catene elettriche, che si contorcevano e agitavano e gorgogliavano, ma anche di più, molto più di così – corpi di Nascosti, in stati diversi della morte e del morire. C’erano licantropi, i cadaveri per metà sciolti dalla polvere d’argento. Vampiri che erano stati tenuti a testa in giù nell’acqua santa finché la loro pelle non si era staccata dalle ossa. Fate con la pelle trafitta dal gelido acciaio.
Anche adesso, non riesco a pensare a Valentine come a un torturatore. Non per davvero. Non è che si godesse il loro dolore. Sembrava star perseguendo un fine quasi scientifico. C’erano libri pieni di note accanto a ogni cella, registri meticolosi riguardo ogni esperimento, su quanto tempo ci avesse messo ogni creatura a morire. Dai suoi scarabocchi, sembrava quasi che avesse iniettato in quegli esseri sangue di demone – ma non poteva essere vero. Chi sano di mente farebbe mai qualcosa del genere?
C’era un vampiro la cui pelle era stata ripetutamente bruciata per scoprire se era possibile arrivare a un punto oltre il quale la povera creatura non avrebbe più potuto rigenerarsi. Di fronte alla pagina in cui aveva registrato quel particolare esperimento, Valentine aveva scritto una serie di note con un titolo che riconobbi. Jocelyn.
Il cuore cominciò a martellarmi nel petto. Con le dita che mi tremavano, voltai le pagine; le parole mi si impressero a fuoco nel cervello. Jocelyn ha di nuovo bevuto la miscela. In lei non ci sono cambiamenti visibili, ma, di nuovo, è il bambino a interessarmi… Con le dosi regolari di ichor demoniaca che le sto somministrando, il bambino potrebbe essere in grado di qualsiasi prodezza… La scorsa notte ho sentito il battito del cuore del bambino, più forte di qualsiasi altro battito umano; il suono sembrava quello di una campana possente, rintoccava l’inizio di una nuova generazione di Shadowhunters, il sangue degli angeli e dei demoni miscelato per produrre poteri oltre ogni possibile immaginazione… il potere dei Nascosti non sarà più il più grande su questa terra…
C’era più di così, molto di più. Artigliai le pagine, le dita che tremavano, la mente che scorreva i miei ricordi, ripensava alla mistura che Valentine mi aveva dato da bere ogni notte, i lividi sul mio corpo al mattino, le punture. Tremai tutta, così tanto che il libro mi cadde di mano e colpì il pavimento.
Il suono mi risvegliò dal mio stato di torpore. Corsi su per le scale, attraverso il varco in libreria, fino a tornare in camera. Freneticamente cominciai a raccogliere le mie cose, gettando solo ciò che avevo di più caro nella borsa. Avevo vagamente progettato di correre a casa dei miei genitori, capisci, e supplicarli di farmi restare con loro. Ma non riuscii ad arrivare fino a quel punto. Chiusi la borsa, mi voltai verso la porta – e lì c’era Valentine, che mi guardava in silenzio.
I miei nervi, già provati, si spezzarono come corde rotte. Gridai e lasciai cadere la borsa per terra, indietreggiando lontano da mio marito. Lui non si mosse, ma vidi i suoi occhi scintillare come quelli di un gatto nella luce dell’alba. “Che significa, Jocelyn?”
Non potevo mentire. “Ho scoperto la tua porta nella libreria,” dissi. “E visto ciò che c’è lì sotto. Il tuo teatro da macellaio.”
“Quelle cose lì sotto sono mostri…”
“E io che sono? Sono un mostro?” gli urlai. “Che mi hai fatto? Che hai fatto al nostro bambino?”
“Nulla che lo ferirà. Ti assicuro che è parecchio in salute.” Il volto di Valentine era un’immobile maschera bianca.
Perché non mi ero mai resa conto, prima di allora, di quanto potesse sembrare mostruoso? Eppure il suo tono non si alzò, non cambiò mai mentre mi parlava dei suoi esperimenti, del modo in cui aveva cercato di insegnare a se stesso come uccidere più efficacemente i Nascosti, come sterminarli in grossi numeri. Aveva addirittura tentato di iniettare loro del sangue demoniaco – ma, con sua somma sorpresa, non aveva ottenuto l’effetto desiderato. Anziché risultare fatale, li aveva solo resi più forti, veloci, e in grado di resistere ai danni che cercava di far loro. “Se ha quell’effetto sui mezzi uomini,” disse, col viso che gli splendeva, “pensa a ciò che potrebbe fare agli Shadowhunters.”
“Ma quelle creature sono già in parte demone – noi no! Come hai potuto pensare di fare degli esperimenti sul tuo stesso bambino?”
“Prima ho sperimentato su me stesso,” disse con calma, e mi raccontò di come si era iniettato sangue di demone nelle vene. “Mi ha reso più forte, veloce,” annunciò, “e sono un adulto – pensa cosa farà a un neonato! Il guerriero che potrebbe svilupparsi da questo…”
“Sei pazzo,” gli dissi, tremando. “Tutto questo tempo ho pensato di starti tenendo umano, ma non lo sei. Sei un mostro – peggio di quelle robe patetiche che tieni giù nelle celle.”
Era un mostro – lo sapevo – e tuttavia, per certi versi, riuscì a sembrare profondamente offeso da ciò che gli avevo detto. Mi si avvicinò. Cercai di aggirarlo e raggiungere la porta, ma mi afferrò per il braccio. Inciampai e caddi, colpendo il pavimento. Mentre tentavo di rialzarmi, un dolore bruciante mi attraversò il corpo. Mi sentivo gli abiti incollati addosso, umidi e pesanti; guardai in basso, e scoprii di essere distesa in una pozza del mio sangue che continuava a espandersi. Cominciai a urlare, non fermandomi neanche mentre perdevo conoscenza.
Mi risvegliai nel mio letto, intontita e disperatamente assetata. “Jocelyn, Jocelyn,” mormorò una voce nel mio orecchio. Era mia madre. Mi scostò i capelli dalla fronte e mi diede dell’acqua. “Eravamo così spaventati,” disse. “Valentine ci ha chiamati…”
Guardai in basso, a quel punto, e vidi il mio stomaco ora piatto. “Il mio bambino,” sussurrai con le lacrime che mi bruciavano gli occhi. “È – morto?”
“Oh, Jocelyn! No!” Mia madre saltò in piedi e si affrettò verso qualcosa nell’angolo. Una culla – la mia culla, quella in cui avevo dormito da neonata. Sollevò un fagotto di coperte e mi si avvicinò piano, cullandolo tra le braccia. “Ecco,” disse, sorridendo. “Stringi tuo figlio.”
Lo presi con stupore. Sulle prime pensai che si adattava perfettamente alle mie braccia, che la coperta in cui era avvolto era morbida, e che era così piccolo e delicato, con solo un ciuffo di capelli chiari sulla cima della testa. Ripresi a respirare – e a quel punto lui aprì gli occhi.
Fui scossa da un’ondata di orrore. Mi sentivo come se stessi facendo il bagno nell’acido – sentivo la pelle bruciarmi via dalle ossa, e tutto ciò che potei fare fu non gettarlo per terra e cominciare a urlare.
Dicono che ogni madre sia in grado di riconoscere istintivamente il suo bambino. Suppongo che sia vero anche il contrario. Ogni nervo nel mio corpo mi urlava che quello non era mio figlio, che tra le mie braccia stava qualcosa di orribile e innaturale e inumano, simile a un parassita. Come faceva mia madre a non rendersene conto? Eppure lei mi stava sorridendo come se non ci fosse nulla si sbagliato. “È un bambino così buono,” disse. “Non piange mai.”
“Si chiama Jonathan,” esclamò una voce dalla porta. Alzai lo sguardo e vidi Valentine osservare il quadro che gli presentava davanti con espressione quasi impassibile, anche se il lieve sorriso sulle sue labbra mi diceva che sapeva perfettamente anche lui che nel bambino c’era qualcosa di terribilmente sbagliato. “Jonathan Christopher.”
Il bambino aprì gli occhi, come riconoscendo il suono del suo nome. Aveva gli occhi neri, neri come la notte, insondabili come gallerie scavate nel suo cranio. Potevo guardarli e vedere nient’altro che un vuoto terribile.
Fu a quel punto che svenni.
Quando mi risvegliai, molto più tardi, mia madre se n’era andata. Valentine l’aveva mandata a casa – non ho idea di come avesse fatto – e adesso stava seduto sul bordo del mio letto, tenendo il bambino in braccio mentre mi guardava. Anche gli occhi di tuo padre erano neri, e li avevo sempre trovati sorprendenti, così in contrasto coi suoi capelli quasi bianchi; in quel momento, però, mi ricordarono unicamente quelli del bambino. Mi ritrassi da entrambi.
“Il nostro bambino ha fame,” disse Valentine. “Devi sfamarlo, Jocelyn.”
“No.” Mi voltai dall’altra parte. “Non posso toccare quella… quella cosa.”
“È solo un bambino.” La voce di Valentine era morbida, persuasiva. “Ha bisogno della sua mamma.”
“Sfamalo tu. Sei tu ad averlo creato. Non è il mio bambino.” Mi si ruppe la voce.
“Lo è. Il tuo sangue, la tua carne. E se non gli dai da mangiare, Jocelyn, morirà.” Lasciò il bambino steso sulle coperte accanto a me e se ne andò dalla stanza.
Fissai la piccola creatura al mio fianco per un sacco di tempo. Sembrava un bambino – i suoi pugni piccoli e spiegazzati, il viso minuscolo e il ciuffo di capelli bianchi sul capo avevano tutti un’aria infantile. I suoi occhi simili a gallerie erano chiusi, la bocca aperta in un pianto silenzioso e miagolante. Cercai di immaginare di lasciarlo semplicemente lì, lasciarlo finché non fosse morto di fame, e il mio cuore parve trasformarsi in vetro. Non potevo farlo.
Sollevai Jonathan tra le braccia. Anche mentre lo toccavo, provai la stessa ondata di repulsione e orrore di prima, ma stavolta la combattei. Scostai la vestaglia e mi preparai a sfamare mio figlio.
Forse in questo bambino c’era qualcosa, una piccola parte di me; qualcosa di umano, qualcosa che potessi raggiungere, in qualche modo.
Per tutti i mesi successivi, mi presi cura come meglio potevo di Jonathan. Tutto il mio corpo sembrava rivoltarsi contro di lui. Non producevo latte ed ero costretta a dargli da mangiare con una bottiglia. Potevo tenerlo in braccio solo per poco tempo prima di sentirmi sul punto di svenire, debole, come se stessi troppo vicina a qualcosa di radioattivo. Mia madre veniva e lo teneva d’occhio, a volte, il che era un sollievo immenso. Non sembrava notare niente di sbagliato nel piccolo, anche se di quando in quando la trovavo a fissare la culla con aria perplessa, una domanda inespressa negli occhi…
Ma chi avrebbe potuto chiedere qualcosa del genere? Chi avrebbe anche solo potuto sopportare di pensarlo? Jonathan sembrava un bambino perfettamente normale; quando lo portai al suo primo incontro col Circolo, tenendolo tra le braccia, tutti mi dissero che era bellissimo, con colori straordinari, proprio come quelli di suo padre. C’era anche Michael Wayland col suo bambino, che aveva proprio la stessa età del mio. Condividevano pure lo stesso nome: Jonathan. Osservai Michael giocare con suo figlio e mi sentii male per l’invidia e l’odio verso Valentine. Come poteva aver fatto una cosa simile? Che razza di uomo fa una cosa simile alla sua stessa famiglia?
“Per l’Angelo, di che cose meravigliose sarà in grado, una volta cresciuto,” sussurrava a volte, sporgendosi su Jonathan nella culla, e il bambino gorgogliava in risposta. Si trattava di una delle poche occasioni in cui faceva rumore. Jonathan era un bambino silenzioso, che non piangeva o rideva mai; ma se gli capitava di rispondere a qualcosa, quel qualcosa era Valentine. Forse si trattava del demone in entrambi.
Fu in quel periodo che ricevetti un messaggio segreto da Ragnor Fell. Mi chiese di incontrarlo al suo cottage. Cavalcai lì un giorno che Valentine era andato a casa di Stephen Herondale, lasciando Jonathan con mia madre. Fell mi incontrò al cancello. “Lucian Graymark è vivo,” disse senza preamboli, e io quasi caddi dal mio cavallo.
Lo supplicai di dirmi ciò che sapeva. Si limitò a guardarmi freddamente. “E che dirai di ciò che sai, Jocelyn Morgenstern? Hai fatto come ti avevo domandato, e seguito tuo marito?”
Passeggiando per il suo giardino, gli raccontai tutto: di ciò che avevo trovato nella cantina di Valentine, del libro, del sangue di demone, degli esperimenti di Valentine, e pure di Jonathan. Lui parlò molto poco, ma anche così capii che, pure con tutto ciò che già sapeva su Valentine, le mie parole l’avevano scosso profondamente.
“E ora dimmi di Lucian,” chiesi. “È al sicuro? Sta bene?”
“È vivo,” rispose Fell, “ed è il capo del branco sul margine orientale di Brocelynde.” Mentre lo ascoltavo, incredula, mi raccontò che Luke aveva sconfitto il vecchio lupo che l’aveva morso, uccidendolo in battaglia e diventando lui stesso il capo del branco. “Questa storia sta facendo il giro di tutti i Nascosti,” disse. “Il capo del branco che un tempo era uno Shadowhunter.”
Avevo un solo pensiero in mente. “Devo vederlo.”
Fell scosse il capo. “No. Ho fatto già abbastanza per te, Jocelyn. Dici di odiare Valentine, eppure non fai niente per combatterlo. Ti aiuterò – ti porterò da Lucian –, ma solo se sei disposta ad appoggiare la causa e distruggere Valentine e il Circolo. Altrimenti, ti suggerisco di salire sul tuo cavallo e tornare a casa.”
“Non possiamo battere Valentine. Il Circolo è troppo forte,” obiettai.
“La debolezza di Valentine è la sua arroganza,” rispose Fell. “E proprio per questo tu sei l’arma migliore. Sei vicina a Valentine più di chiunque altro. Puoi infiltrarti nel Circolo, raccogliere informazioni, scoprire i suoi punti deboli e le sue debolezze. Apprendere quali sono i loro piani. Potresti essere la spia perfetta.”
Ed è così che divenni una spia in casa mia. Accettai ogni richiesta di Fell – avrei accettato qualsiasi cosa pur di poter rivedere Luke. Alla fine del nostro incontro, diedi a Fell la mia parola, e lui mi diede una mappa.
Quando entrai a cavallo nell’accampamento dei licantropi di Luke, la prima cosa che pensai fu che mi avrebbero uccisa di certo. Ne ero certa, mi avevano riconosciuta come moglie di Valentine Morgenstern, il loro più grande nemico. “Devo vedere il vostro capo,” dissi, mentre accerchiavano il mio cavallo. “Lucian Graymark. È un mio vecchio amico.”
E poi Luke venne fuori da una delle tende e mi corse incontro. Sembrava – era ancora Luke, ma era cambiato. Sembrava più vecchio. Aveva dei capelli grigi, pur essendo solo un ventiduenne. Mi prese tra le braccia e mi strinse e non c’era nulla di sbagliato, in questo, nell’essere abbracciata da un licantropo. Era semplicemente Luke.
Mi resi contro di star piangendo. “Come hai potuto?” gli chiesi. “Come hai potuto permettere che ti credessi morto?”
Ammise di non aver saputo con certezza quanto fossi leale a Valentine, o quanto potesse fidarsi di me. “Ma adesso so di potermi fidare,” disse col suo vecchio sorriso. “Hai fatto tutta questa strada per trovarmi.”
Gli raccontai tutto quello che potevo, della violenza e follia crescenti di Valentine, del mio disincanto nei suoi confronti. Non potei digli tutto, degli orrori delle cantine, di ciò che Valentine aveva fatto a me e a mio figlio. Sapevo che l’avrei solo fatto arrabbiare, che non sarebbe stato in grado di fermarsi e non andare a cercare Valentine per ucciderlo, e così facendo si sarebbe solo fatto ammazzare. E non potevo permettere che nessuno sapesse cos’era successo a Jonathan. A dispetto di tutto, era comunque il mio bambino.
Luke e io ci mettemmo d’accordo per vederci ancora e scambiarci informazioni riguardo ciò che stava succedendo nel Circolo. Glielo riferii, quando si allearono coi demoni, e quando rubarono la Coppa Mortale, e gli raccontai dei loro piani per distruggere gli Accordi in programma. Quei momenti con Luke erano gli unici in cui potevo essere me stessa. Il resto del tempo recitavo – recitavo la moglie con Valentine, il membro del Circolo contento coi nostri amici. Non lasciar capire a Valentine quando mi disgustasse era la parte peggiore.
Per fortuna, lo vedevo solo raramente. Mentre gli Accordi si avvicinavano, il Circolo intensificò i suoi progetti per attaccare i Nascosti disarmati nella Sala dell’Angelo e ammazzarli tutti insieme. Io sedevo silenziosa, durante i loro incontri, incapace di partecipare alle loro impazienti progettazioni; comunque, sapevo di dover recitare la parte di membro appassionato del gruppo. Céline Herondale, che era parecchio incinta, mi sedeva spesso accanto; era spesso malinconica, confusa dall’entusiasmo del Circolo. Anche se non aveva mai ben capito il loro appassionato odio per i Nascosti, supportava comunque Valentine. “Tuo marito è così gentile,” mi diceva con voce dolce. “Si preoccupa così tanto per me e Stephen. Mi dà delle pozioni e delle miscele per la salute del bambino, sono meravigliose.”
Le sue parole mi congelavano. Volevo dirle di non fidarsi di Valentine o di non accettare ciò che le dava, ma non potevo. Suo marito era l’amico più intimo di Valentine, e di certo mi avrebbe tradito, riferendoglielo. La mia paura di venire scoperta crebbe di giorno in giorno – contrabbandavo le informazioni a Luke il più velocemente possibile, con il terrore costante che un mio passo falso mi avrebbe fatta scoprire da mio marito. Lo vedevo ogni volta che potevo. Tenevo con lui una valigia coi miei beni più preziosi, nel caso in cui fossimo stati costretti a lasciare insieme Idris – gioielli che mi aveva dato Valentine, che speravo di poter vendere, un giorno, nel caso in cui mi fosse servito del denaro; lettere dai miei genitori e dai miei amici; una scatola che aveva realizzato mio padre per mio figlio, con le sue iniziali incise sopra, che conteneva una ciocca di capelli di Jonathan – morbidi, setosi capelli bianchi, dello stesso colore di quelli di suo padre. Non avresti mai potuto capire, guardandoli, che c’era qualcosa di sbagliato, nel mio bambino…
Cominciai ad avere sempre più paura che Valentine avrebbe scoperto la nostra cospirazione segreto e cercato di torturarmi per ottenere la verità – chi apparteneva alla nostra alleanza? Quanto avevo tradito i suoi piani? Mi chiedevo come avrei sopportato la tortura, se sarei riuscita a resistere. Avevo tremendamente paura di non farcela.
Alla fine decisi di prendere un accorgimento per evitare che succedesse. Andai da Fell con tutte le mie paure e lui creò una pozione per me che mi avrebbe fatta immediatamente cadere in un sonno da cui potevo essere svegliata solo utilizzando un antidoto la cui ricetta era contenuta nel Libro Bianco, uno dei libri d’incantesimi più antichi degli stregoni. Mi diede una fiala con la pozione e un’altra con l’antidoto, e mi incaricò di nasconderle a Valentine, cosa che feci. Temevo che Valentine avrebbe trovato una copia del Libro, così una notte scesi nelle gallerie tra la nostra casa e quella dei Wayland e lo nascosi nella loro libreria.
Dopo, riuscii ad addormentarmi più facilmente – se si esclude una cosa. Temevo che avrei preso la pozione, sarei caduta in quel sonno simile alla morte e nessuno mi avrebbe risvegliata, nessuno avrebbe saputo cosa mi era successo. Pensai alla conclusione di Romeo e Giulietta e immaginai di essere sepolta viva… ma di chi potevo fidarmi abbastanza da svelargli quest’informazione? Non potevo dire a Luke ciò che avevo fatto, perché anche lui sarebbe potuto essere compromesso e torturato e, egoisticamente, avevo troppa paura per lui, per la sua sicurezza. Dirlo ai miei genitori avrebbe ovviamente significato dover spiegare loro tutto l’orrore della mia situazione, e non potevo farlo. Non mi fidavo più di nessuno dei miei vecchi amici – non di Maryse, non degli altri. Erano troppo in balia di Valentine.
Alla fine, mi resi conto che c’era una sola persona a cui avrei potuto dirlo. Mandai una lettera a Madeliene spiegandole cosa avevo progettato di fare e in che modo avrebbe potuto risvegliarmi. Non ricevetti mai una sua risposta, anche se sapevo che il messaggio le era stato consegnato. Dovevo credere che l’aveva letto e capiva la mia decisione. Non potevo aggrapparmi a nient’altro.
Fu in quel periodo, più o meno, che Stephen Herondale venne ucciso in una spedizione contro un nido di vampiri. Valentine e gli altri che erano stati in squadra con lui andarono alla residenza degli Herondale per riferire la notizia a Céline. All’epoca era incinta di otto mesi. Dissero che aveva un’aria composta, che aveva chiesto loro solo di poter salire al piano di sopra a raccogliere le sue cose prima di andare a vedere il corpo.
Non tornò mai al piano di sotto. Céline – dolce, graziosa, gentile Céline, che non aveva mai fatto di sorprendete o mostrato una singola scintilla d’indipendenza – che aveva seduto accanto a me durante gli incontri del Circolo e sembrava preoccupata, con quella sua piccola voce, per la sicurezza del marito – Céline si tagliò i polsi e morì silenziosamente nel letto che aveva condiviso con suo marito mentre gli amici di lui la attendevano al piano di sotto.
Fu una tragedia che sconvolse il Circolo. Sentii dire che i genitori di Stephen, dopo la morte del figlio e il suicidio della nuora, erano quasi impazziti; il padre di Stephen morì un mese o due dopo, presumibilmente per lo shock. Provavo pietà per Céline, ma per certi versi la invidiavo anche. Aveva trovato una via d’uscita dalla sua situazione; io non ne avevo nessuna.
Un paio di notti più tardi fui svegliata dal pianto di un bambino. Mi tirai di scatto a sedere e quasi saltai fuori dal letto. Jonathan, capisci, non piangeva mai – non aveva mai fatto un rumore. Il suo silenzio innaturale era una delle cose di lui che mi angosciava di più. Devo essere l’unica madre nella storia del mondo ad aver sperato che suo figlio piangesse e la svegliasse, che piangesse pure per tutta la notte; ma non succedeva mai. Eppure era il suono del pianto del bambino quello che stava echeggiando per le mura di casa.
Mi precipitai per il corridoio fino alla camera del bambino, portando con me la stregaluce. Lanciò strane ombre sulla parete, mentre mi chinavo su Jonathan. Dormiva in silenzio. Eppure il pianto non si era fermato, sottile e stridulo, il suono di un bambino in difficoltà che mi straziava il cuore. Mi diressi giù per le scale, nella libreria vuota. Riuscivo ancora a sentire il pianto, che proveniva da dentro le mura. Allungai una mano verso il libro al suo posto sullo scaffale…
E non successe nulla. La libreria non si spostava più dal suo posto. E il pianto arrivò di nuovo, come se fosse sotto la casa, o dentro le mura, esasperandomi. Ma quest’abitazione era stata mia più a lungo che di Valentine; ci avevo passato ogni estate, quando ero ragazza. Se mio marito non pensava che io avessi esplorato il posto, in tutti quegli anni, si sbagliava. Scostai il tappeto persiano che ricopriva il pavimento della libreria. Dietro c’era una botola; si aprì così facilmente che capii che doveva essere stata usata di recente.
I tunnel sotto le case degli Shadowhunters non sono cosa infrequente; vengono utilizzati in caso di attacchi di demoni, come modo per raggiungere la casa di qualcun altro in segreto. Questa galleria aveva, un tempo, connesso casa nostra con quella dei Wayland, ma poi mio padre l’aveva chiusa. Adesso era stato riaperto, senza dubbio da Valentine, e le strette pareti di pietra conducevano dentro l’oscurità. Riuscivo ancora a sentire, in distanza, il pianto del bambino…
Seguii il rumore, a piedi nudi sulla pietra fredda, fermandomi, di tanto in tanto, con un sussulto quando un ratto o un topo mi passavano davanti. Alla fine il tunnel si aprì in una larga stanza di pietra, che un tempo, probabilmente, era stata una cantina per il vino.  Rannicchiato in un angolo della stanza stava un uomo – ma non era un uomo, capii, fissandolo, perché ali simili alla neve gli si alzarono dalle spalle come due grandi archi d’avorio, e la sua pelle splendeva come metallo liquido. I suoi occhi erano d’oro, e così tristi…
Le sue caviglie erano state ammanettate con elettro e catene d’elettro, conficcate nel pavimento di pietra, che lo tenevano per terra; ma ciò che lo imprigionava davvero era il cerchio di rune che gli stava intorno. Mi sentivo attratta verso di lui, trascinata da una forza impossibilmente potente. Mentre mi avvicinavo, vidi che ai suoi piedi, sistemato su una coperta, stava il bambino che avevo sentito piangere. Il suo piagnucolio era debole, ora – esausto, probabilmente –, un bambino piccolo con capelli d’oro e occhi che si chiusero velocemente. Caddi in ginocchio, prendendo il bambino tra le braccia, e mentre lo stringevo sentii la più strana delle sensazioni attraversarmi – l’opposto di ciò che avevo provato mentre stringevo Jonathan per la prima volta. Una sensazione di pace opprimente…
Per quanto a lungo rimasi lì stringendo il bambino, non saprei dirlo. Alla fine alzai lo sguardo e vidi l’angelo – perché sapevo ciò che era – osservarci, i suoi occhi d’oro impassibili. Quando incontrai il suo sguardo, seppi immediatamente il suo nome: Ithuriel.
“Aiutami,” gli dissi e, anche se il suo viso non cambiò espressione, chinò la testa e le sue ali si abbassarono, avvolgendomi in una nuvola bianca di silenzio e morbidezza. Sentii più pace in quel momento di quanta ne avessi sentita durante il mio matrimonio con Valentine – e poi un fastidio acuto, un affilato dolore d’oro mi attraversò, e al mattino, quando mi risvegliai nel mio letto, fu quell’ultima cosa che riuscii a ricordare.
Mi dissi che doveva essersi trattato di un sogno. Quel genere di sogno vivido, allucinante, che fanno le donne quando sono incinte – ed ero incinta. Avevo continuato a negarlo a me stessa per almeno un mese, ma quella mattina, quando mi svegliai, seppi che era così, e una visita del dottore me lo confermò. Stavo per avere un bambino – di nuovo.
Ero inorridita. Sapevo ciò che Valentine aveva fatto al mio ultimo bambino – e a quest’altro? Da quando sapeva che ero incinta? Non gli dissi nulla, ma lui a volte mi guardava con gli occhi di chi sa, lo sguardo che mi attraversava come la lama di un coltello attraversa l’acqua. Sapeva – oh, sapeva…
Arrivò il giorno della Rivolta. Quel terribile giorno. So che hai sentito raccontare da Luke ciò che è successo: gli Accordi, l’agguato, la sanguinosa e prolungata battaglia che li seguì. Cercai di segnare gli Shadowhunters che non erano coinvolti nel Circolo, così che i membri della Rivolta non li ferissero, ma c’era così tanto caos – così tanto sangue –, tante vite vennero perse, molte più di quanto avremmo mai pensato. E lì, alla fine, fronteggiai Valentine con Luke al mio fianco, e nei suoi occhi vidi la verità diventare chiara. Mi ero chiesta per tutto il tempo se lui sapesse ciò che provavo e ciò che stavo facendo durante l’ultimo anno del nostro matrimonio – ma, ora glielo leggevo in viso, non ne aveva saputo niente. Il dolore nei suoi occhi, mentre mi guardava, era quasi reale, e a dispetto di tutto mi colpì al cuore. “E ora voi due avete progettato insieme di tradirmi,” ringhiò, il volto chiazzato di sangue. “Rimpiangerete ciò che avete fatto per il resto delle vostre vite.”
Luke gli si lanciò contro, ma Valentine mi strappò il medaglione d’argento e lo scagliò contro Luke, bruciandolo gravemente. Luke barcollò indietro mentre Valentine mi agguantava e mi trascinava verso la porta. Mi stava ringhiando cose orribili all’orecchio, cose che avrebbe fatto ai miei genitori, a Jonathan, come avrebbe trasformato la mia vita in un inferno per ciò che gli avevo fatto.
Abbandonai la battaglia, i feriti, tutto, e mi precipitai a casa. Era troppo tardi. Luke ti avrà detto ciò che abbiamo trovato, immagino – io stessa lo ricordo come se fosse un sogno. Il cielo nero, alto su di noi, la luna così brillante che riuscivi a vedere tutto: la casa trasformata in cenere dal fuoco demoniaco, caldo abbastanza da fondere il metallo, che correva tra le ceneri come fiumi di argento sciolto sul viso nudo della luna. Trovai le ossa dei miei genitori, lì in mezzo, e le ossa del mio bambino, e poi, alla fine, le ossa di Valentine stesso, il pendente del Circolo che portava sempre intorno alla sua gola scarnificata…
Luke mi portò fuori città quella notte stessa. Ero intontita e silenziosa, come una morta vivente. Continuavo a vedere più e più volte i visi dei miei genitori – avrei dovuto avvertirli. Avrei dovuto dire loro ciò di cui Valentine era capace. Avrei dovuto spiegargli i nostri piani per la Rivolta. Non avrei mai pensato…
E a volte sognavo il mio bambino. Vedevo il suo viso da sveglio, il suo sguardo simile a gallerie vuote, e provai di nuovo la stessa repulsione e lo stesso orrore che avevo sentito la prima volta che l’avevo toccato. E sapevo di essere un mostro, dal momento che mi sentivo così. Che madre, sapendo che suo figlio è morto, non può evitare di sentirsi… sollevata?
Nel mercato delle pulci di Clignancourt vendetti l’amuleto del Circolo di Valentine, un oggetto rivoltante che odiavo anche solo guardare. Con quel denaro, mi comprai un biglietto aereo per New York. Dissi a Luke che avrei ricominciato lì la mia vita – come mondana. Non volevo che neppure l’ombra del Conclave o dell’Alleanza fosse in grado di toccare di nuovo la mia vita, o la vita del mio bambino. Provavo odio per ogni cosa remotamente connessa con i Nephilim, gli dissi.
Il che era vero solo in parte. Ero stanca del Conclave, questo era vero, ma sapevo anche che, come moglie di Valentine, adesso che era considerato un criminale, avrebbero voluto farmi delle domande – che sarei sempre stata guardata con sospetto dai legislatori di Idris. Volevo nascondermi da loro. Ma più di tutto, volevo nascondermi da Valentine.
Ero certa che fosse ancora vivo. Continuavo a pensare a ciò che mi aveva detto mentre mi trascinava fuori dalla Sala, al modo in cui aveva promesso di rendere il resto della mia vita una sofferenza. Le sue non erano state le parole di un uomo che progetta di bruciarsi vivo col fuoco demoniaco, non importa quanto disperato fosse per il fallimento dei suoi piani. Valentine non era il genere di persona che si lascia prendere dalla disperazione. Anche con tutto ciò che aveva costruito distrutto, avrebbe cercato di sorgere di nuovo – come una fenice dalle ceneri.
C’era anche un’altra cosa che non potevo dire a Luke. La notte della Rivolta, prima che lasciassimo la città, avevo preso la Coppa Mortale dal nascondiglio in cui Valentine l’aveva sistemata e l’avevo nascosta tra la mie cose. Avevo pensato di ridarla al Conclave, ma ora – non potevo fidarmi di loro perché la tenessero fuori dalla portata di Valentine, non quando erano così ansiosi di crederlo davvero morto. Dovevo essere io a nasconderla, e inesorabilmente, senza dubbio, lui sarebbe venuto a cercarla, e a cercare me.
Luke mi pregò di non lasciarlo. Disse che sarebbe venuto con me – anche quando gli dissi che aspettavo un altro figlio da Valentine, mi rispose che non faceva differenza, che l’avrebbe cresciuto come se fosse suo. Ma non aveva mai incontrato Jonathan – non gli avevo mai raccontato di ciò che Valentine aveva fatto a mio figlio. Come potevo essere certa che non avesse fatto qualcosa di altrettanto terribile al bambino che stavo aspettando adesso? E come potevo chiedere a Luke di condividere quest’orrore con me, o il pericolo di essere inseguito da Valentine, che lo odiava? Era impossibile. Mi rifiutai, più volte, anche se riuscivo a vedere il dolore che gli stavo causando. Anche se sapevo che questo avrebbe probabilmente significato non rivederlo mai più, e il pensiero mandava in frantumi i resti del mio cuore.
Ci separammo all’aeroporto di Orly. Lo tenni stretto finché non chiamarono per l’ultima volta il mio aereo e lui non mi spinse gentilmente verso il varco delle partenze. All’ultimo secondo mi voltai e corsi verso di lui e gli sussurrai all’orecchio – “Valentine è ancora vivo.” Dovevo dirglielo. Non potei evitarlo. Poi corsi sull’aereo senza aspettare la sua reazione.
Atterrai a New York che era mattina presto, l’alba simile all’interno di una perla che riluceva sulla città. Mentre il mio taxi superava Williamsbug Bridge, guardai in basso e vidi l’acqua del fiume sotto di me, increspata qua e là dalle code delle sirene. Anche tra queste pareti di vetro e ferro, in questa città inospitale, il Mondo Invisibile mi circondava ancora…
Sai gran parte del resto. Di come ho trovato un posto dove stare, ho iniziato a lavorare facendo l’unica cosa che sapevo fare, qui nel mondo dei mondani – dipingere. Non che ci fosse così tanto lavoro, per una pittrice. Se non fosse stato per i gioielli che potevo vendere, sarei morta di fame. Trovai in appartamento in un palazzo di proprietà di una coppia di vecchietti gentili, che mi permisero di restare in cambio di un quadro di loro figlio, che era morto all’estero nell’esercito. Raccontai loro che anche mio marito era morto, e si sentirono dispiaciuti per me, penso, una ragazza giovane e incinta che non aveva nessuno al mondo…
La maggior parte delle madri nella mia situazione avrebbe comprato una culla, acquistato giocattoli per bambini e stivaletti e coperte. Io no. Ero terrorizzata. Terrorizzata all’idea che quanto era successo al mio primo figlio potesse succedere pure al secondo. Ricordo che la notte che andai in travaglio e venni portata in ospedale – era così diverso dal partorire ad Alicante, con sterili pareti bianche e tutte quelle terrificanti macchine che facevano bip. Non sono riuscita a smettere di piangere finché non sei nata, e l’infermiera non è entrata nella stanza d’ospedale e ti ha consegnata a me, e io ho guardato in basso.
Ho sentito una grande ondata d’amore e sollievo riversarsi nel mio corpo. I tuoi capelli rossi, i tuoi occhi verdi – eri la mia bambina, mia, non c’era niente di tuo padre, in te, né nulla di mostruoso o demoniaco. Ho pensato che fossi la cosa più perfetta a essere mai venuta al mondo. Lo penso ancora.
La prima volta che ti ho portata al parco, hai visto le fate tra i fiori e sei andata a giocare con loro. Le altre mamme ci guardavano costernate mentre ti prendevo e riportavo a casa. Ero congelata per il terrore. Riuscivo a vedere ciò che vedevi tu, ma nessun’altro poteva. Come avrei potuto crescerti così – insegnandoti a mentire a tutti quelli che conoscevi? Avevo desiderato di darti una vita normale, ma non avevo pensato fino a questo punto. E avevo anche altre paure – c’erano degli Shadowhunters, qui, e anche dei Nascosti, proprio come in ogni altra parte del mondo. Se qualcuno avesse parlato di te, magari quell’informazione sarebbe potuta arrivare a Valentine, e a quel punto lui sarebbe venuto a cercarci. E non potevo permettere che succedesse.
È per questo che ho assunto Magnus Bane. Non sono fiera di ciò che ho fatto. L’ho fatto perché ero spaventata. L’ho fatto perché non riuscivo a immaginare altri modi di proteggerti. L’ho fatto perché ho pensato che una vita di gioia ignara sarebbe stata meglio di una vita di pericolo, una vita in cui saresti stata cacciata. E l’ho fatto, forse, perché speravo di poter dimenticare io stessa tutto ciò che del mio passato ancora mi torturava.
È stato Magnus a presentarmi Dorothea, e Dorothea mi ha dato l’idea di nascondere la Coppa Mortale in un quadro. Ti stavo stringendo tra le braccia quando l’ho incontrata e tu hai tirato fuori una carta dei tarocchi dal mazzo che teneva sul tavolo. Ti ho rimproverata, ma lei si è limitata a dire: “Vediamo che carta ha estratto la bambina.” Era l’Asso di Coppe – la carta dell’Amore. “Avrà una grande amore, nella sua vita,” ha predetto, ma io ero più impegnata a osservare l’immagine sulla carta. Sembrava proprio la Coppa Mortale…
Con la Coppa nascosta in modo sicuro nel mazzo che avevo dipinto per Dorothea, e Dorothea stessa nascosta nel suo Santuario, mi sentivo più calma. Abbastanza calma da non mandarlo immediatamente via, quando Luke si presentò all’improvviso davanti alla nostra porta d’ingresso, con l’aria di chi ha dormito per strada per settimane. Aveva fatto così tanta strada, e mi era mancato tantissimo. Gli permisi di dormire sul divano, e al mattino stava ancora lì, e tu gli stavi seduta sui piedi mentre ti mostrava un semplice gioco con le carte – un gioco da Shadowhunter, qualcosa che non avevo più visto da quando avevo lasciato Idris. Era come se fossimo sempre stati noi tre, come se ci fossimo sempre appartenuti. Non potevo chiedergli di andarsene…
Luke non si è detto d’accordo quando gli ho raccontato ciò che avevo fatto fare ai tuoi ricordi da Magnus, ma si trattava di una questione da cui non potevo essere smossa. Ho cercato di farlo ragionare dicendogli che non conosceva tutta la verità, e che se l’avesse saputa, sarebbe stato d’accordo con me. Adesso so che mi sbagliavo. Luke è sempre stato il genere di persona che crede nella verità, non importa quanto crudele o spietata sia, e avrebbe voluto che tu sapessi.
Almeno adesso lo sai – e se ora mi odi, almeno sarà per la verità e non per delle bugie. E almeno sai che ti ho sempre amata e che sei sempre stata la cosa più importante del mondo, per me. Quella notte, quando Valentine e i suoi demoni hanno fatto irruzione dell’appartamento in cerca della Coppa, ho a stento avuto il tempo di prendere la pozione che mi aveva dato Ragnor Fell prima che fosse troppo tardi – ma ho atteso, ho aspettato almeno di chiamarti e dirti che ti volevo bene.
Ogni cosa mai successa a Idris, ogni cosa che Valentine ha mai fatto, è valsa la pena, perché avevo te.
C’è un’altra cosa che devo dirti. Magnus mi ha raccontato di Jace, e di ciò che ti è successo a Renwick, e ciò che tuo padre vi ha detto. Che credi che la verità su te stessa e tuo fratello non sia vera.
Dopo aver preso la pozione, Valentine ha cercato di svegliarmi, ma non c’era niente che funzionasse. Quando mi ha portata a Renwick stavo lì, congelata, a volte cosciente e altre no. Non potevo muovermi o parlare, ma mi rendevo conto, di tanto in tanto, che c’erano persone che entravano e uscivano dalla stanza. Pangborn e Blackwell sono venuti a farsi beffe di me, anche se non mi hanno mai toccata. E a volte Valentine veniva a sedersi sul bordo del letto, e mi parlava.
Mi ha parlato come le anime dei morti all’Inferno parlavano a Dante, raccontandogli la verità sulla loro vita perché pensavano che non sarebbe mai tornato sulla Terra per tradirli. Credo fosse sollevato dall’avere qualcuno con cui parlare, così come, un tempo, io mi ero completamente confidata con Ragnor Fell.
Mi ha raccontato di come avesse pensato, quando ci siamo sposati, che avremmo affrontato il mondo insieme, uniti contro il Conclave e gli Accordi. Mi ha raccontato che quando Jonathan è nato, si è reso conto di avermi persa, che l’avrei odiato per sempre per ciò che aveva fatto. Ma un vero guerriero deve essere pronto a sacrificare ogni cosa, persino sua moglie. Persino la sua famiglia. Valentine la pensava così. Era un moderno crociato, e tutto ciò che ha fatto era per amore della sua causa. Deus volt, ha detto. Perché lo vuole Dio.
Dopo la nascita di Jonathan, Valentine aveva sospettato che mi sarei rifiutata di avere altri bambini. E questo, aveva pensato, era un peccato, perché aveva immaginato i nostri figli come un esercito di Shadowhunters superiori – resi così da lui. Sapeva però di non potermi forzare ad avere altri figli, se non li volevo, così aveva deciso di dedicare le sue attenzioni a Céline Herondale. Era giovane, dedicata, impressionabile. Quando rimase incinta, le diede miscele da bere, così come aveva fatto con me, sostenendo che si trattasse di pozioni realizzate da uno stregone che avrebbero giovato alla salute del suo bambino. Céline prese le droghe, le poveri, le pozioni che le diede; lasciò persino che gliele iniettasse lui, come se fosse un dottore. Era assolutamente fiduciosa.
E poi successe qualcosa che Valentine non si era aspettato. In uno scontro contro un nido di vampiri, Stephen rimase ucciso. E Céline – l’impressionabile, emotiva, facilmente influenzabile Céline – bevve una boccetta di veleno e si uccise. Gli Herondale arrivarono di corsa, bruciarono il corpo di Stephen e seppellirono quello di Céline in un mausoleo appena fuori la Città di Ossa – nessun suicida può essere sepolto all’interno delle sue mura.
Si potrebbe pensare che la storia finisca così. Ma Valentine sapeva che ciò che aveva fatto aveva cambiato il bambino all’interno di Céline, e doveva scoprire in che modo. Così prese Hodge e andò lui stesso nella Città di Ossa, nel cuore della notte. Entrò nel mausoleo degli Herondale e ruppe la bara di Céline. E poi, usando la lama affilata del kindjal, le aprì lo stomaco e tirò fuori il bambino ancora vivo dal suo cadavere.
Ogni altro neonato sarebbe morto con la madre. Ma Valentine aveva dato a Céline dosi regolari del sangue di Ithuriel. Il sangue del Cielo, puro e concentrato, e grazie ai suoi effetti, per qualche miracolo, il piccolo era ancora vivo.
Portò il bambino a casa nostra, quella notte, la notte che il pianto di un neonato mi svegliò e io trovai l’angelo legato nella cantina dei Wayland con il piccolo ai suoi piedi. Al mattino, Valentine diede l’ordine a Hodge si portarlo nella casa della famiglia di Valentine stesso, fuori Brocelind, e tenerlo sano. Hodge come balia! Ma lo fece, e riferì a Valentine che il bambino sembrava star crescendo.
La Rivolta giunse solo qualche mese più tardi. Ti ho già raccontato di quella notte terribile. Dopo aver ucciso Michael Wayland e suo figlio e lasciato che i loro corpi bruciassero insieme a quelli dei miei genitori tra le rovine di casa nostra, Valentine prese il nostro Jonathan e fuggì nella casa fuori Brocelind.
Rimase lì nascosto per un anno, avvolto in strati di incantesimi per nascondersi, e crebbe i due bambini insieme – suo figlio e quello del suo luogotenente, il piccolo in parte demone e quello in parte angelo. Ma mentre il bambino in parte angelo cresceva normalmente, il suo, il ragazzino demoniaco, si sviluppava a un ritmo innaturale. A due anni aveva raggiunto la taglia di un bambino umano di sei anni, e aveva la forza di un uomo adulto. E odiava il suo fratellino adottivo. Provò a ucciderlo più volte, e il neonato venne salvato solo grazie all’intervento di Valentine. Alla fine, Valentine capì che bisognava fare qualcosa.
Era ansioso di tornare a fare una vita più attiva, di spostarsi in una località più vicina alla Città di Vetro. In un posto dove potesse incontrare i suoi vecchi seguaci, uomini come Pangborn e Blackwell – in un luogo dove potesse non stare così tanto in clandestinità. Assunse l’identità di Michael Wayland e tornò col figlio di Stephen Herondale nel maniero di famiglia dei Wayland.
Perché non portare con sé suo figlio, ti chiedi? Perché il suo bambino sembrava avere sei anni, e Valentine sapeva che in nessun modo sarebbe riuscito a convincerlo di essere il figlio dei Wayland – e sarebbe stato davvero importante, in seguito, che il ragazzo fosse in grado di convincere quanti avevano conosciuto Michael di essere suo figlio. E quindi portò il figlioletto dai capelli chiari di Stephen a casa dei Wayland, e visse pure col suo stesso figlio, ma nella dimora fatiscente fuori Brocelind.
Adesso il neonato aveva un nome – quello del figlio di Michael Wayland. Jonathan Wayland. Dal momento che era troppo confuso crescere due bambini con lo stesso primo nome, Valentine cominciò a chiamare il bambino con un nomignolo.
Lo chiamò Jace…

Tre interviste dal #TMITour!

In occasione dell’uscita di Città del Fuoco Celeste, Cassie ha rilasciato ben sette interviste a diversi siti americani, ognuna su un libro diverso di The Mortal Instruments. Le interviste verranno pubblicate giorno per giorno, dal 22 maggio fino al 28. :)

Vi proponiamo le prime tre (Città di Ossa, Città di Cenere, Città di Vetro), rilasciate, rispettivamente, a Fangirlish, Novel Novice e il TMI Source. :)

 

 

 

 

City of Bones

Ora che sei giunta alla fine di questa particolare serie sugli Shadowhunters e ti guardi indietro – c’è qualcosa che cambieresti, nel primo libro, per impostare diversamente gli altri?
Non proprio. Voglio dire, desidero sempre poter tornare indietro nel tempo e scrivere meglio! Stavo semplicemente capendo come funzionavano le cose, con Città di Ossa. Lo guardo e penso: “Oh, è sciocco.” Ma devi accettare ciò che hai già scritto e andare avanti, e pure nei momenti in cui meno mi sento soddisfatta da Città di Ossa, so di aver creare una base notevolmente buona e flessibile per sviluppare altre storie.

A volte i personaggi diventano come figli e, sebbene i genitori cerchino di negarlo, c’è sempre un preferito. Quindi quale dei tuoi personaggi è il figlio che preferisci?
Davvero? Ero figlia unica! I miei genitori non avevano molta scelta! Non posso decidere chi è il mio preferito, ma quelli che mi piacciono di più sono Simon e Tessa, personalmente.

Quale parte della serie è stata la più soddisfacente da scrivere? E quella più difficile?
Vedere tutti i miei piani giungere alla loro conclusione e condividerli con i lettori è il massimo! La parte più complicata è riuscire a restare precisa con i dettagli. C’è un grosso universo con cui stare al passo. Ho un sacco di pile di note e, grazie a Dio, il Codice. Lo uso tanto quanto uno Shadowhunter.

Tante cose stanno per arrivare, nel mondo degli Shadowhunters. Puoi dare ai tuoi fan, in cinque parole, un assaggio di ciò che dovranno aspettarsi?
Sono eccitata per quanto è in procinto di arrivare. Sto lavorando su altre due serie sugli Shadowhunters, al momento. La prima è The Dark Artifices, che si concentra su Emma Carstairs, una giovane donna Shadowhunters che, come vedremo in Città del Fuoco Celeste, ha davvero perso tutto nei terribili eventi della guerra di Sebastian. Le cicatrici di ciò che è avvenuto in CoHF resteranno nel mondo degli Shadowhunters, e plasmeranno la sua vita e quella del suo parabatai, Julian Blackthorn, e la loro relazione unica. I Blackthorn sono una grande famiglia, ed è divertentissimo scrivere di loro. Poi c’è The Last Hours, che ruota attorno ai figli dei personaggi degli Infernal Devices. Scrivere della Londra Edoardiana è molto divertente, e questi personaggi sono una tale delizia – Cordelia Carstairs, che è coraggiosa e piena di grinta, e la sognatrice Lucie, che vuole diventare una scrittrice, e James Herondale, torturato tanto quanto gli altri ragazzi Herondale, e il suo dolce parabatai Matthew. Inoltre, è una rivisitazione di Grandi Speranze, uno dei miei libri preferiti. Mi sto divertendo così tanto con tutti loro.

Hai creato, con Clary, un’eroina forte a cui le giovani donne possono guardare. Quanto difficile è scrivere di un personaggio a cui le persone vogliono assomigliare? È più difficile o facile scrivere di un modello per le persone?
I lettori sembrano relazionarsi con l’identità di persona ordinaria di Clary. Viene fuori che non è completamente ordinaria, ma resta comunque un personaggio coi piedi per terra. Le persone si sentono connesse col suo amore per l’arte e gli anime, la sua cocciutaggine, i dilemmi che affronta. Quindi è una specie di modello insolito. Ha quest’atteggiamento da ‘in ogni caso necessariamente’, che a volte la mette nei guai. Di certo non prende sempre buone decisioni, ma impara dai suoi errori, e non ha paura di farne. Penso sia una cosa importante.

 

 

 

City of Ashes

Quando Città di Cenere è uscito, era il secondo libro di una serie che i lettori pensavano sarebbe stata una trilogia. All’epoca sapevi che avresti continuato la serie con altri tre libri? Avevi già cominciato a partorire le idee per alcune delle serie spin-off?
In origine pensavo che, dopo CoG, avrei scritto una storia spin-off con Simon per protagonista. C’era stata persino l’idea di realizzarla in graphic novel – ci sono delle bozze del testo della graphic novel sparse in giro! Quando ho cominciato a lavorarci su seriamente, però, mi sono resa conto che per me non funzionava. Mi era rimasto troppo da dire sugli altri personaggi, specialmente Jace, Clary, Magnus e Alec.

La scena in cui Clary deve baciare ‘quello che desidera di più’ per fuggire dalla Corte Seelie dev’essere stata fonte di controversie, all’epoca. I fan adesso sanno che lei e Jace non sono fratelli – ma al tempo la rivelazione ancora non era stata fatta. Quali sono alcune delle reazioni più memorabili che ricordi di aver sentito, dopo l’uscita del libro?
Per la maggior parte, erano variazioni di: “AUUGHHHHHH, COME HAI POTUTO?” – era VERAMENTE controverso. Credo che un sacco di persone, dopo Città di Ossa, avessero pensato: “Oh, immagino che Jace sia il fratello di Clary, e lei starà con Simon” e, diamine, non si aspettavano che la storia d’amore tra Jace e Clary schiacciasse sull’acceleratore comunque. Ma penso che si siano anche scoperti a desiderare che succedesse. È una scena che spezza davvero il cuore, e alla fine penso che molte persone si siano ritrovate a tifare per Jace e Clary senza neanche volerlo!

So che ultimamente lo stato del film di Città di Cenere è stato un argomento chiacchierato, ma se e quando lo gireranno, che scena aspetti con più impazienza di vedere adattata, e perché?
La nave di Valentine che si distrugge. Perché sarebbe una gran scena d’azione!

Sappiamo che hai molto altro in programma per gli Shadowhunters, ma questo è una specie di ultimo urrà per questo gruppo di personaggi che per primi ci hanno introdotti al mondo degli Shadowhunters. Cosa pensi che ti mancherà di più, di loro?
Beh, avrò ancora modo di trascorrere del tempo nel mondo degli Shadowhunters, cosa di cui sono felice, ma questo sì, significa dire addio. Direi addio a questi specifici personaggi. Potrò pure avere ancora la possibilità di scrivere degli Shadowhunters, ma non di questi Shadowhunters qui. Non avrò modo di scrivere di un altro Jace, un’altra Clary, un altro Alec. Ogni personaggio è diverso. Mi mancheranno i loro scherzi e le loro interazioni.

 

 

 

City of Glass

Al tempo, Città di Vetro doveva essere l’ultimo libro sugli Shadowhunters. Qual è stata la cosa più complicata del concludere la serie, all’epoca?
La storia si sarebbe conclusa parecchio semplicemente… se non fosse stato per le altre idee che continuavo ad avere! Avevo introdotto Sebastian, e come cattivo lo amavo, e non potevo dirgli addio: il suo corpo non salta mai fuori, in Città di Vetro. Sapevo che l’avrei riesaminato. E dopo aver affrontato quest’enorme viaggio con Simon, avevo così tante altre cose che volevo che facesse! Il punto è, ho sempre avuto l’intenzione di continuare, in una forma o in un’altra, la storia, quindi anche se alcune cose non si erano concluse, in Città di Vetro, andava bene comunque.

Hai progettato il Marchio di Caino di Simon sin dall’inizio? Da dove ti è venuta l’ispirazione?
Sì, l’avevo progettato sin dall’inizio. Il mondo degli Shadowhunters è così centrato sulle rune, volevo legarci un simbolo più leggendario, antico. Era anche una dimostrazione perfetta della natura a due facce del potere di Clary – creare un marchio così infame ha mostrato ai Nephilim ciò di cui è capace, ma la cosa li ha anche disturbati nel profondo. Ha disturbato persino Raziel! Ma sì, il Marchio di Caino affonda le sue radici in Città di Cenere, dove Magnus dice loro che è stato il primo Marchio. Era un indizio che lasciava intuire che forse in seguito l’avremmo visto.

Qual è il capitolo o la scena di Città di Vetro che hai preferito scrivere?
La scena in cui Jace e Clary riescono finalmente a scappare dalla casa padronale e cominciano semplicemente a baciarsi come dei pazzi. Forse è sciocco, ma si erano trattenuti tutti e due così a lungo e con così tanta forza che quando finalmente hanno abbandonato ogni finzione è stato un sollievo anche per me!

Cos’ha influenzato il personaggio e lo sviluppo di Sebastian?
Valentine. Attraverso Jace, avevamo già avuto modo di vedere un esempio del suo, potremmo dire, stile unico di fare il genitore. Portare le idee di Valentine all’estremo mi ha dato come risultato Jonathan/Sebastian. È sempre stato progettato per essere l’io ombroso di Jace. Condividono molti tratti. Persino il loro amore per Clary – se puoi chiamarlo amore, nel caso di Sebastian – è qualcosa che condividono.

Città di Vetro sarebbe dovuto essere il libro conclusivo della serie, però il destino di Sebastian era lasciato in aria. Hai sempre avuto intenzione di lasciare il suo destino inconcluso?
Sì. Avevo realizzato la trama per una graphic novel in cu si parlava di ciò che sarebbe successo a Simon dopo gli eventi di City of Glass, ed è questa la ragione per cui ho lasciato così tanti fili sciolti, alla fine del libro (che fine avesse fatto il corpo di Sebastian, che sarebbe successo alla vita amorosa di Simon, la minaccia della Regina Seelie, ecc.).

Traduzione: una scena tagliata da Citta’ di Vetro!

Mentre aspettiamo che esca il nuovo materiale di questo TMI Tuesday, abbiamo pensato che vi avrebbe fatto piacere un scena tagliata pubblicata da Cassie molto tempo fa.
:)

Si tratta della prima bozza di una scena presa da Città di Vetro – in cui JACE bacia ALEC (per aiutarlo a comprendere i suoi sentimenti per Magnus). ;)

Dal momento che Cassie l’aveva trovata un po’ sciocca, nel libro la scena si svolge diversamente; ma a noi piace, e speriamo la apprezzerete anche voi!

“Smettila, Jace,” disse Alec in tono d’avvertimento.
Jace non diede segno di essersene accorto. “Magnus dice che è perché ti sei fissato con me. È vero?”
Ci fu un istante di silenzio. Poi Alec emise un gemito disperato e si coprì il viso con le mani. “Ucciderò Magnus. Lo ammazzerò.”
“Non farlo. Tiene a te. Davvero. Ci credo,” gli disse Jace, riuscendo a far suonare la frase solo un pelino imbarazzante. “Capiscimi. Non voglio spingerti a far niente, ma forse ti andrebbe di…”
“Chiamare Magnus?  Guarda, è una strada senza uscita; so che stai cercando di aiutarmi, ma…”
“…baciarmi?” finì Jace.
Alec parve sul punto di cadere dalla sedia. “Che cosa? Che cosa? Che cosa?”
“Una volta dovrebbe andare.” Jace fece del suo meglio perché la frase suonasse come il genere suggerimento che si dà di continuo. “Penso potrebbe aiutare.”
Alec lo guardò con qualcosa di simile all’orrore. “Non sei serio.”
“Perché no?”
“Perché sei la persona più etero che conosco. Forse la persona più etero del mondo.”
“Esattamente,” disse Jace, e si sporse in avanti, e baciò Alec sulla bocca.
Il bacio durò circa quattro secondi prima che Alec si allontanasse con forza, tenendo protese le mani come per paura che Jace l’avrebbe fatto di nuovo. Sembrava sul punto di vomitare. “Per l’Angelo,” mormorò. “Non provarci mai più.”
“Ah, sì?” ghignò Jace, ed era quasi serio. “Faceva così schifo?”
“Come baciare mio fratello,” rispose Alec con lo sguardo pieno d’orrore.
“Pensavo ti saresti sentito così.” Jace incrociò le braccia sul petto. “Spero inoltre che potremo sorvolare sull’ironia in quanto hai appena detto.”
“Possiamo sorvolare su tutto quello che vuoi,” concesse Alec con fervore. “Basta che non mi baci più.”

Extra tradotto: Jace’s POV Manor Scene

Prima di tutto: i pezzi in corsivo (tradotti da noi per l’occasione) vengono da Città di Cenere. :) Cassie li ha inseriti nella versione originale del POV di Jace per aiutare i lettori a “collocare” la scena nel romanzo.

Che altro aggiungere? ;) Questi sono i pensieri di Jace in “This Guilty Blood”, nono capitolo di City of Glass. Speriamo piacciano a quanti non hanno ancora avuto modo di leggerli!

Clary sentì un acuto scalpiccio tutt’intorno a lei. Per un momento, disorientata, pensò che avesse cominciato a piovere – poi comprese che si trattava di macerie e sporcizia e vetro rotto: i detriti del maniero in frantumi che le volavano intorno come grandine mortale.

Jace la premé contro il pavimento, il corpo appiattito su quello di lei, il battito del suo cuore forte nelle orecchie di Clary quasi quanto il suono della casa che andava in rovina.

Più tardi, Jace avrebbe ricordato molto poco della distruzione del maniero, della distruzione dell’unica casa che aveva conosciuto fino ai dieci anni d’età. Gli sarebbe rimasta in mente la caduta dalla finestra della libreria, il rotolare giù sull’erba, lo stringere Clary forte tra le braccia, costringendola a restare giù, sotto di lui, che la copriva col suo corpo mentre i resti dell’abitazione gli piovevano intorno come grandine.

Poteva sentire il respiro di Clary, i battiti rapidi del suo cuore. Gli ricordò il suo falco, il modo in cui si piegava, cieco e fiducioso, tra le sue mani, la velocità del suo battito cardiaco. Clary lo teneva per il davanti della maglia, anche se Jace dubitava che se ne fosse resa conto, il viso premuto contro la sua spalla; Jace temeva disperatamente di non bastare, di non riuscire a coprirla del tutto, di non poterla proteggere in ogni sua parte. Immaginò macigni grandi come elefanti  ruzzolare giù per il terreno roccioso, pronti a colpirli entrambi, a colpire lei. La terra tremò sotto di loro, e Jace la strinse ancora di più contro di sé, come se questo potesse essere di qualche aiuto. Era un pensiero stupido e lui lo sapeva, come quando chiudi gli occhi per non vedere il coltello pronto a colpirti.

Il ruggito era cessato. Jace realizzò con stupore di riuscire di nuovo a sentire: piccole cose, il suono degli uccelli, l’aria tra gli alberi. La voce di Clary, senza fiato. “Jace… credo che tu abbia fatto cadere il tuo stilo da qualche parte.”

Jace si tirò indietro e abbassò lo sguardo per osservarla. Clary ricambiò fermamente la sua occhiata. Sotto la luce lunare i suoi occhi verdi sarebbero potuti sembrare neri. I suoi capelli rossi erano pieni di polvere, il suo volto striato di fuliggine. Jace riusciva a vedere il battito nel suo collo. Pronunciò la prima cosa che gli venne in mente, intontito, “Non mi importa. A patto che tu non sia ferita.”

“Sto bene.” Clary si allungò in avanti, facendo correre lievemente le dita tra i capelli di Jace; il corpo di lui, ipersensibile per l’adrenalina, sentì come delle scintille contro la sua pelle. “C’è dell’erba – tra i tuoi capelli,” gli disse lei.

Nei suoi occhi si leggeva preoccupazione. Per lui. Jace ricordò la prima volta che l’aveva baciata, nella serra; come infine l’aveva capito, aveva finalmente compreso che le labbra di qualcuno contro le tue possono annullarti, lasciarti con la testa che gira e senza fiato. Che tutta l’esperienza al mondo, tutte le tecniche che puoi conoscere o aver appreso, saltano fuori dalla finestra quando quella che stai baciando è la persona giusta.

O quella sbagliata.

“Non dovresti toccarmi,” le disse.

La mano di Clary si bloccò lì dov’era, il palmo contro la guancia di Jace. “Perché no?”

“Sai il perché. Hai visto ciò che ho visto io, no? Il passato, l’angelo. I nostri genitori.”

Gli occhi le si scurirono. “Ho visto.”

“Sai cos’è successo.”

“Sono successe tante cose, Jace…”

“Non per me.” Le parole di Jace erano un sussurro angosciato. “Ho sangue demoniaco, Clary. Sangue di demone. Capisci che significa, non è così?”

Lei alzò il mento. Jace sapeva quando poco le piacesse sentir insinuare che non aveva capito qualcosa, o che non lo sapeva, o che non c’era bisogno che lo sapesse. Era una cosa di lei che amava, e lo fece andare fuori di testa. “Non significa niente. Valentine era pazzo. Stava solo sproloquiando.”

“E Jocelyn? Era pazza anche lei? So cosa stava cercando di fare Valentine. Voleva creare degli ibridi – metà angeli, metà umani, e metà demoni metà umani. Tu sei il primo, Clary, e io il secondo. Sono in parte mostro. In parte tutto ciò che ho sempre cercato con tutto me stesso di bruciare, di distruggere.”

“Non è vero. Non può esserlo. Non ha senso…”

“Ma è così.” Perché non riusciva a capirlo? A lui sembrava così ovvio, così basilare. “Questo spiega tutto.”

“Intendi dire, questo spiega perché sei uno Shadowhunter così eccezionale? Perché sei una persona leale e impavida e onesta e tutto ciò che i demoni non sono…”

“Questo spiega,” disse lui, con lo stesso tono, “perché provo questi sentimenti per te.”

Un respiro sibilante le scappò tra i denti. “Che intendi?”

“Sei mia sorella,” le spiegò. “Mia sorella, il mio sangue, la mia famiglia. Dovrei volerti proteggere…” si strozzò con le parole, “proteggerti da quei ragazzi che desiderano fare con te esattamente ciò che vorrei fare io.”

La sentì trattenere il fiato. Lo stava ancora guardando, e sebbene lui si fosse aspettato di vedere orrore nei suoi occhi, un qualche tipo di repulsione – perché non gli risultava di aver mai pronunciato in maniera così chiara o priva di tatto ciò che provava esattamente –, non fu questo quello che scorse. C’era solo la curiosità della ricerca, come se lei stesse esaminando la mappa di un qualche paese sconosciuto.

Quasi distrattamente, Clary fece scivolare le dita lungo la guancia di Jace fino ad arrivare alla bocca, delineando i contorni delle sue labbra con l’indice, come se stesse tracciando un percorso. C’era una domanda nei suoi occhi. Jace sentì il cuore rigirarglisi nel petto e il suo cuore, sempre traditore, rispondere al tocco di Clary.

“Cos’è, esattamente, che vuoi fare con me?” gli chiese.

Jace non riuscì a frenarsi. Si protese in avanti, sfiorandole l’orecchio con le labbra: “Potrei mostrartelo.”

La sentì tremare, ma a dispetto del tremito nel suo corpo, gli occhi di Clary lo stavano sfidando. L’adrenalina nelle vene di Jace, mista al desiderio e all’incoscienza della disperazione, gli fece cantare il sangue. Glielo mostrerò, pensò. Metà di lui pensava che l’avrebbe respinto. L’altra metà era troppo piena di Clary: la sua vicinanza, la sensazione che gli dava averla contro di sé – per pensare come si deve. “Se vuoi che mi fermi, dimmelo adesso,” sussurrò, e quando lei non rispose lui le sfiorò con le labbra l’incavo della tempia. “O adesso.” Con la bocca trovò la sua guancia, la linea della sua mascella: assaggiò la pelle di Clary, dolcemente salata, polvere e desiderio. “O adesso.” Tracciò la linea della mascella con le labbra, e Clary si inarcò contro di lui, facendo sprofondare le dita di Jace nel terreno. Il respiro di Clary, sottile, affannato, lo stava facendo impazzire, e così poggiò la bocca su quella di lei per zittirla, sussurrandole, dicendole, non chiedendole: “Adesso.”

E la baciò. All’inizio gentile, ma poi improvvisamente la mani di Clary gli artigliarono il retro della maglia, e la morbidezza di lei era premuta contro il petto di lui, e improvvisamente Jace sentì il terreno solido sotto di sé mentre cadeva. La stava baciando come aveva sempre desiderato, con un abbandono selvaggio e totale, la lingua che impetuosa entrava nella bocca di Clary e duellava con quella di lei, e Clary era audace tanto quanto lui, lo assaggiava, esplorava la sua bocca. Jace raggiunse i bottoni del cappotto di Clary proprio mentre lei gli mordeva leggermente il labbro inferiore, e il suo intero corpo sobbalzò.

Clary posò le mani su quelle di Jace, e per un attimo lui ebbe paura che gli avrebbe chiesto di fermarsi, che gli avrebbe detto che tutto ciò era follia, che il giorno dopo si sarebbero odiati. Ma: “Lascia fare a me,” disse lei, e Jace si immobilizzò mentre Clary si sbottonava tranquillamente i bottoni, spalancando il cappotto. La maglia che indossava sotto era quasi trasparente, e Jace riusciva a vedere la forma del suo corpo al di sotto: la curva dei seni, la rientranza della vita, l’allargarsi dei fianchi. Gli sembrava di avere le vertigini. Aveva visto altre ragazze in questa situazione, ovviamente, ma mai prima di allora gli era importato.

E ora nient’altro aveva importanza.

Clary sollevò le braccia, gettò la testa indietro, una supplica negli occhi. “Torna qui,” sussurrò. “Baciami di nuovo.”

Jace fece un rumore che non gli sembrava di aver mai emesso in precedenza e le cadde di nuovo addosso, dentro di lei, baciandole le ciglia, le labbra, la gola, la pulsazione lì sul collo – infilò le dita sotto la fragile maglia e sentì il calore della sua pelle. Mentre armeggiava col reggiseno di Clary, si disse con certezza che tutto il sangue nel suo cervello doveva essere fluito via – il che era ridicolo, che motivo hai di essere uno Shadowhunter e un esperto nell’arte di fare qualsiasi cosa se poi non sai neanche sganciare un reggiseno? –, e quando il gancetto si aprì e con le dita riuscì a toccare la pelle nuda di Clary, la debole forma delle sue spalle che gli sfiorava le spalle, sentì il suo stesso debole ansimare. Per qualche ragione, il piccolo rumore che sfuggì a Clary quando finalmente riuscì a toccarla gli sembrò più erotico di qualsiasi altra persona avesse visto nuda in passato.

La mani di lei, piccole e determinate, raggiunsero l’orlo della sua maglia e cercarono di sfilargliela. Jace le tirò su la maglietta, oltre le sue costole, sentendo il bisogno di avere quanta più pelle possibile in contatto con quella di lei. Quindi era questa la differenza, pensò. Questo significava essere innamorati. Jace si era sempre vantato della sua tecnica, della sua capacità di mantenere il controllo, della risposta che sapeva suscitare. Ma ciò richiede valutazione, e la valutazione necessita di distanza, e tra loro al momento non ce n’era alcuna. Jace non voleva che ci fosse nulla tra sé e Clary.

Con le mani trovò la cintura dei jeans di Clary, la forma delle ossa iliache. Sentì le dita di Clary sulla sua schiena nuda, suoi erano i polpastrelli che gli trovavano le cicatrici e le accarezzavano leggermente. Jace non era certo che Clary sapesse davvero ciò che stava facendo, ma stava sfregando i suoi fianchi contro quelli di lui, facendolo tremare, facendogli venire voglia di andare troppo veloce. Le si appiattì ancora più contro e la tenne ferma contro di sé, allineando i fianchi di Clary con i suoi, e la sentì ansimare nella sua bocca. Pensò che forse l’avrebbe respinto, ma invece Clary gli circondò i fianchi con una gamba, tirandolo più vicino. Per un attimo, Jace pensò che sarebbe svenuto.

“Jace,” sussurrò Clary. Gli baciò il collo, la clavicola. Le mani di Jace erano sulla vita di lei, le risalivano la gabbia toracica. Clary aveva una pelle eccezionalmente morbida. Lei si sollevò leggermente mentre Jace le infilava le dita sotto al reggiseno, e gli baciò il marchio a forma di stella sulla spalla. Jace stava per chiederle se ciò che lui stava facendo andava bene, quando Clary si allontanò di scatto con un’esclamazione di sorpresa…

“Cosa c’è?” Jace si bloccò. “Ti ho fatto male?”

“No. È stato questo.” Clary toccò la catenella d’argento intorno al collo di Jace. Alla fine c’era un piccolo cerchio di metallo. Le era andato a sbattere contro quando si era sporta in avanti. Lo fissò.

Quell’anello – il pezzo di metallo esposto alle intemperie, quello con il motivo a forma di stelle sopra – lei lo conosceva bene.

Era l’anello dei Morgenstern. Lo stesso anello che Valentine aveva portato alla mano, scintillante, nel sogno che l’angelo gli aveva mostrato. Era stato di Valentine, che poi l’aveva dato a Jace, così come era sempre passato dalla mano del padre a quella del figlio.

“Mi spiace,” disse Jace. Tracciò la linea della guancia di Clary coi polpastrelli, un’intensità sognante negli occhi. “Non ricordavo di avere al collo quella roba maledetta.”

All’improvviso il gelo corse attraverso le vene di Clary. “Jace,” chiamò a bassa voce, “Jace, no.”

“No cosa? Non indossarlo?”

“No, non… non toccarmi. Fermati un secondo.”

 

Qualche novità sul copione di City of Glass!

Jessica Postigo, già autrice dello script di Città di Ossa, ha rivelato su Twitter che una volta cominciate le riprese di Città di Cenere si dedicherà al copione di Città di Vetro.
Al TMI Toronto che le chiedeva, appunto, informazioni su CoA e CoG, ha risposto: « [Sta andando] benissimo… Sono davvero, davvero, davvero eccitata. Proprio in questo momento sono concentrata su City of Ashes. Quando cominceranno a girarlo, mi dedicherò a City of Glass. »

Vi ricordiamo che le riprese di Città di Cenere cominceranno a fine settembre, e che Harald Zwart è stato confermato alla regia.

Che scene sperate che la Postigo inserirà nel copione di Città di Vetro, Shadowhunters? :)

Digressione
 

Tratto da ShadowHunters: The Mortal Instruments – City of Glass.

Jace Letter Clary,

Nonostante tutto, non posso sopportare l’idea che questo anello vada perso per sempre, tantomeno posso sopportare l’idea di lasciare te per sempre. Ed anche se non ho scelta riguardo questa cosa, posso ancora prendere una decisione circa l’altra. Ti lascio il nostro anello di famiglia, perché hai lo stesso diritto di averlo quanto me.

Ti sto scrivendo questo guardando il sole che sorge. Tu stai dormendo, i sogni susseguono dietro alle tue palpebre inquiete. Vorrei sapere a cosa stai pensando. Vorrei poter scivolare nella tua testa e vedere il mondo allo stesso modo in cui lo vedi tu. Vorrei potermi vedere allo stesso modo con il quale mi vedi tu. Ma forse non voglio vedere questo. Probabilmente mi farebbe sentire ancora di più il peso di questa Grande Menzogna, e non potrei sopportarlo.

Io appartengo a te. Potresti fare tutto quello che vuoi di me e io te lo lascerei fare. Potresti chiedermi qualsiasi cosa e io distruggerei me stesso cercando di farti felice. Il mio cuore mi dice che questo è il sentimento migliore e più grande che io abbia mai avuto. Ma la mia mente sa la differenza tra volere qualcosa che non puoi avere e volere qualcosa che non dovresti volere. E io non dovrei volerti.

Tutta la notte ti ho guardata dormire, ho guardato la luna andare e venire, gettando la sua ombra sul tuo viso, tra luce e buio. Non ho mai visto niente di più bello. Penso alla vita che avremmo potuto avere se le cose fossero state diverse, una vita dove questa notte non sarebbe stata un evento singolare, separato da tutta la realtà, ma dove ogni notte passata a questo modo sarebbe stato naturale. Ma le cose non sono diverse, ed io non riesco più a guardarti senza sentire di averti ingannata facendoti innamorare di me.

La verità che nemmeno uno è disposto a dire ad alta voce è che nessuno ha una possibilità di vincere contro Valentine se non io. Sono in grado di avvicinarmi a lui come nessun altro può. Posso fingere di volermi unire a lui e lui mi crederà, fino a quell’ultimo momento in cui finirò questa storia, in un modo o nell’altro. Ho qualcosa di Sebastian; posso condurlo nel luogo dove mio padre si nasconde, e questo è ciò che farò. Quindi ti ho mentito ieri sera. Ti ho detto che volevo passare una sola notte con te. Quando in realtà vorrei passare tutte le notti della mia vita con te. Ed è per questo che sono sgattaiolato fuori dalla tua finestra ora, come un codardo. Perché se ti dovessi dire tutto questo in faccia, non sarei riuscito ad andare via.

Non ti biasimo se mi odi, vorrei che lo facessi. Finché potrò ancora sognare, sognerò di te.

Jace

La lettera di Jace per Clary