Extra tradotto: Awake, il primo capitolo di City of Bones dal punto di vista di Jace!

Shadowhunters, ogni promessa è debito… e quindi ecco Awake, il primo capitolo di Città di Ossa dalla prospettiva di Jace. ;)

NO, non è una fan fiction. È un CAPITOLO BONUS che la nostra Cassandra ha scritto per una nuova edizione da collezione di City of Bones (in versione “hardcover”, con la copertina nuova e un poster esclusivo) in vendita esclusivamente da Barnes and Noble.
NON è l’incipit di un nuovo libro. Cassie ha già scritto altre scene dal punto di vista di Jace (se non le conoscete, andate QUI), e questo è solo un nuovo extra. :)

Vi avevo anticipato e promesso in pagina la mia traduzione, e quindi eccola qui. ;) Spero che vi piacerà tanto quanto è piaciuto a me (ovvero, TANTISSIMO)!

NOTA BENE: prima di lasciarvi all’extra, due piccole annotazioni.

Uno: all’interno del testo c’è una battuta che in inglese gioca sul suono delle parole “Denial” (“Negazione”) e “The Nile” (“Il Nilo”). In originale, la frase dice: « Denial is not just a river in Egypt. », ovvero: « Negazione [“Denial”, che suona come “The Nile”/Il Nilo] non è solo un fiume in Egitto. »
Per ovvie ragioni rendere in italiano il gioco di parole era difficile (avrei dovuto modificarlo completamente), e ho preferito rinunciare, tradurre lo scambio così com’è (fa ridere comunque, solo che sembra insensato, LOL) e inserire questa nota. :3
Tenetela bene a mente!
Due: NON PRELEVATE LA TRADUZIONE.

Per poter leggere e tradurre questo extra ho dovuto acquistare l’edizione da collezione di City of Bones e aspettare un mese intero – con l’ansia e le unghie mezze rosicchiate (no, dai, questo no. Ero solo in ansia) – che mi consegnassero il libro.

Mi è quindi costato tempo (la traduzione ha richiesto un po’), soldi e salute mentale XD, e preferirei NON vedere il frutto del mio lavoro prelevato e ricaricato in giro.

Se vi va di far leggere ad altre persone l’extra, CONDIVIDETE IL LINK. È semplice, non vi obbligherà a inventarvi dei metodi alternativi per copiare il testo e rispetterete il mio lavoro. :)

Grazie!

“Come vi sembro?”
In piedi sul caldo marciapiede all’esterno del Pandemonium Club, Isabelle Lightwood fece una lenta giravolta davanti a Jace e Alec.
“Come se stessi indossando un lenzuolo,” rispose Jace.
Lei si fermò e gli lanciò un’occhiataccia. Alec rise lievemente. Amava sua sorella, ma i suoi occasionali attimi di sconcerto lo divertivano.
“Sta’ zitto,” fece Isabelle. “Sto benissimo.”
Ed era vero, ovviamente. Izzy combinava il cacciare i demoni e lo stile. Indossava un diafano abito bianco che le arrivava agli stivali – dei grossi stivali neri con delle fibbie sui lati. Il suo pendente di rubino, un cimelio di famiglia dei Lightwood, le pulsava alla base del collo. Tirò fuori lo stilo da uno stivale e indicò Jace con la punta.
“Ti servono altre rune,” disse.
“Gliele disegnerò io,” si inserì Alec. “Per via della forza dei parabatai e tutta quella roba lì.”
Jace si arrotolò la manica e allungò il braccio. La strada era animata da numerose persone, la maggior parte delle quali si muoveva per mettersi in fila per entrare nel Pandemonium. Un buttafuori stava allontanando della gente – tutti tranne le belle ragazze e i giovani dall’aria ricca.
Dal marciapiede saliva il caldo dell’estate. Lo stilo che Alec teneva tra le dita toccò la pelle di Jace, e la punta scivolò su e giù per il suo braccio, disegnandogli rune per proteggerlo, per renderlo più forte, più veloce, più silenzioso mentre camminava. Alec teneva il capo chino, i capelli neri che gli coprivano il volto, un labbro tra i denti. Sembrava un bambino, sebbene avesse quasi diciotto anni.
“Probabilmente riusciremmo a entrare anche senza l’incanto per diventare invisibili,” osservò Isabelle, allungando il collo per guardare la strada. “Metà di queste persone ha più tatuaggi di noi.”
“Ma nessuno di loro è attraente quanto noi.” Jace sbarrò gli occhi mentre la runa per vedere da molto lontano cominciava a fare effetto e seguì lo sguardo di Isabelle. A metà della fila vide uno scorcio di qualcosa di estremamente luminoso. Capelli rossi. Una ragazza con dei luminosi capelli scarlatti stava in fila accanto a un ragazzo occhialuto che gesticolava animatamente. “Beh,” si corresse. “Quasi nessuno di loro.”
Isabelle guardò confusa l’ingresso del locale. La ragazza dai capelli rossi stava sorridendo. Jace si chiese se Isabelle riuscisse a vederla. C’era qualcosa in lei. Era come guardare qualcosa di luminoso. Non solo i suoi capelli, il loro colore, ma una luminosità che sembrava venirle dall’interno.
“Ben fatto,” si complimentò Isabelle. “Un demone.”
Un demone? Quella ragazza non poteva assolutamente essere…
“Con i capelli blu,” disse Alec posando lo stilo, e Jace si rese improvvisamente conto di non aver notato il ragazzo che stava proprio davanti alla rossa. Aveva dei capelli blu che gli stavano ritti in testa come delle spine e dei piercing alle sopracciglia. “Eidolon.” Alec fece un gesto col capo in direzione di Jace. “Andiamo?”
Per un attimo, Jace non rispose. Il demone scivolò nel locale, e il buttafuori fermò la ragazza coi capelli rossi e il suo amico.
Jace si mise a posto la manica. All’improvviso riusciva a sentire tutto: l’aria calda e immobile, il peso delle armi nella sua cintura, i guanti intorno ai polsi. Odiava l’estate, quando il caldo lo teneva sveglio, gli bruciava la pelle, inghiottiva il suo respiro. Solo in questi momenti, quando il mondo si restringeva intorno alla punta sottile e appuntita della caccia, sentiva freddo.
Il buttafuori indietreggiò, e la ragazza rossa entrò nel locale insieme al suo amico dai capelli scuri. Si voltò una sola volta per guardarsi indietro, il viso simile a un piccolo ovale pallido nella fioca luce.
“Jace?” ripeté Alec, guardandolo con aria confusa. “Cominciamo?”
“Sì,” rispose Jace.

Nascosto al buio, Jace osservava Isabelle scivolare tra il fumo di ghiaccio secco che aleggiava tra la folla nel club, simile a un’ombra bianca tra tante scure. Era invisibile agli occhi dei mondani, anche se il DJ aveva alzato lo sguardo, quando lei era passata. I mondani continuavano a ballare, inconsapevoli, tutti capelli e corpi in movimento.
“Forse dovremmo cercare di mischiarci a loro,” suggerì Jace ad Alec, che se ne stava appoggiato a un pilastro accanto a lui. “Ballando, o facendo qualcosa di simile.”
Alec lo guardò con disgusto. Lui non ballava. Gli piaceva seguire le regole, e non apprezzava il sembrare un idiota. Il che per certi versi era un peccato, era sempre solito pensare Jace, perché Alec era un bravo combattente, e in genere le persone che sanno combattere bene sanno pure ballare. Ma era abbastanza sicuro che Alec avrebbe preferito uscire con un demone Raum che ballare in pubblico, anche mentre era – tecnicamente – invisibile.
“I mondani ballano,” rispose Alec. “Tra parentesi, dovremmo tenere d’occhio Izzy.”
“Mm.” Jace fece scivolare lo sguardo lungo la stanza. Notare un ragazzo coi capelli blu potrebbe sembrare una cosa semplice, ma non in mezzo a quella folla. Metà di loro aveva i capelli verdi, rosa o arancione. Due mondani alti si stavano baciando, le extension intrecciate tra loro. C’erano un paio di Nascosti, di quelli innocui – un ragazzo fata con uno zainetto incantato che vendeva un po’ di radice schiacciata e della polvere magica. Il DJ era sicuramente un licantropo, così come la ragazza graziosa e coi capelli ricci che ballava da sola. Andò a finire contro qualcuno e si accigliò.
Erano la rossa e il suo amico. Jace raddrizzò la schiena. La ragazza si era sciolta la coda, e ora i capelli del colore del tramonto le cadevano lungo le spalle. Stava ballando con gli occhi chiusi. E Jace sentì qualcosa rimescolarglisi dentro mentre osservava i suoi movimenti, come se fosse riuscita a trovare il suo cerchio di pace in mezzo al caos. Sembrava serena per ragioni che Jace non riusciva a capire mentre ballava – e lui delle persone che ballavano e si muovevano con rara abilità e grazia impressionante le aveva viste – senza alcun senso del ritmo o pratica.
Jace pensava raramente ai mondani. Erano le persone che si supponeva che dovesse proteggere, ma suo padre l’aveva cresciuto perché non pensasse mai a loro come a nient’altro che una massa con bisogni e desideri. Il bisogno di essere salvati. Il desiderio di restare ignoranti. Di non conoscere mai l’oscurità che li circondava, le cose che si muovevano nell’ombra.
Non aveva mai pensato che portassero della luce dentro di loro. Ma la ragazza coi capelli rossi – la luce la circondava.
“Stai fissando,” disse Alec. Il suo tono era rigido, di disapprovazione. “Quella ragazza. Con i capelli rossi.”
“Quella con l’amico coi capelli scuri?” rispose Jace. “Non è vero.”
“Se non la stessi fissando, non sapresti che ha un amico coi capelli scuri,” osservò Alec, che era letterale fino al midollo. “E, oltretutto, quello probabilmente è il suo ragazzo.”
“No,” ribatté immediatamente Jace, e poi si rese conto di non avere nessun motivo per pensarla così, e che probabilmente non avrebbe dovuto fare speculazioni sulle vite amorose dei mondani. Scrollò le spalle.
“Negazione,” fece Alec, “non è solo un fiume in Asia.”
“Egitto,” lo corresse Jace. “Non è solo un fiume in Egitto, Alec.”
“Giusto,” disse Alec. “Non è un fiume neanche lì.”
Jace si inclinò verso il suo parabatai. “No, guarda, Alec, il Nilo è in Egitto.” Sospirò davanti all’espressione confusa di Alec. “Non importa. La battuta è morta. L’hai uccisa tu.”
“Parlando di uccisioni.” Alec portò una mano sulla spalla di Jace e lo fece voltare perché guardasse il lato più lontano della stanza. Con un pizzico di riluttanza, Jace distolse lo sguardo dalla ragazza sulla pista da ballo e guardò Izzy sparire dietro una porta su cui era scritto INGRESSO VIETATO. Il demone dai capelli blu la seguì.
L’adrenalina cominciò a scorrere nelle vene di Jace, fredda e affilata, e lui dimenticò sia la ragazza che tutto il resto; tutto tranne la caccia.
“La partita è iniziata,” disse.

Isabelle stava ridendo.
Le finestre nello sgabuzzino erano posizionate in alto e ricoperte di sporco; lasciavano filtrare solo un po’ di luce. Il pavimento era disseminato di spazzatura, i detriti di milioni di feste: palloncini bucati, bastoncini luminosi scarichi, bottiglie fracassate, vecchi cavi elettrici. Tra tutta quella roba stava pure il corpo del demone dai capelli blu: aveva le caviglie intrappolate dalla frusta dorata di Isabelle.
Jace afferrò il demone e lo sollevò, sbattendolo poi contro un pilastro di cemento. Alec, la metà sempre efficiente di Jace, aveva già tirato fuori il filo elettrico e stava legando le mani dell’Eidolon. La soddisfazione faceva le fusa nelle vene di Jace. Si spostò dal punto in cui stava, mettendosi di fronte al demone. Adesso riusciva a vedere ciò che stava al di sotto del suo falso viso umano: era pericoloso e alieno.
A volte, quando guardava negli occhi dei demoni, a Jace sembrava di osservare altri mondi: posti morti che i demoni avevano consumato. Fiumi di lava e acri di sabbia bruciata, simile a vetro fuso.
Shadowhunter,” sibilò il demone.
Proprio come ogni altro. Jace sentì una scintilla di qualcosa – noia? – mentre tirava fuori la spada angelica. I demoni erano tutti uguali – almeno, quelli capaci di parlare. Biascicavano, negavano. Affermavano di sapere dove si trovava Valentine. Offrivano oro e gemme, a volte. Una volta gli avevano proposto delle ballerine nude. Jace aveva quasi accettato. Quel sabato era stato particolarmente lento.
E poi la noia di Jace esplose in un milioni di pezzi mentre la ragazza coi capelli rossi veniva fuori dal suo nascondiglio dietro un pilastro. “Smettetela!” urlò. “Non potete farlo.”

Era come se la terra sotto i piedi di Jace si fosse mossa. Era a stento consapevole del fatto che la sua spada angelica fosse caduta per terra.
I mondani non potevano vedere gli Shadowhunters incantati. Di sicuro non li seguivano, e certamente non spuntavano dal niente, guardandoli con espressioni sia spaventate che determinate, per salvare le vite dei demoni.
“Cos’è questa?” domandò Alec; aveva un’espressione sconcertata.
“Una ragazza,” rispose Jace. Si avvicinò alla rossa, che stava dritta con i piedi ben piantati, le mani sui fianchi e nessuna intenzione di andarsene via spaventata. Jace si era vagamente reso conto della camicia larga e sbottonata che la ragazza indossava sopra a una canotta.  E del modo in cui le pulsava la gola e il suo respiro accelerava. “Una ragazza mondana,” aggiunse. Di sicuro non era un demone. La sua pelle era cosparsa leggermente di lentiggini, e i suoi occhi erano di un verde scuro insolito, simile alle foglie nella foresta di Brocelind. “E riesce a vederci.”
“Ovvio che riesco a vedervi,” scattò lei. “Non sono cieca, sai.”
Dietro Jace, il demone sibilò. Il suo camuffamento si era decisamente ridotto, adesso, e c’erano delle cose che si muovevano sotto la sua pelle. Stava ghignando, probabilmente perché divertito all’idea che una mondana lo stesse difendendo.
“Oh, invece sì,” mormorò Jace recuperando il suo pugnale. “È solo che non lo sai.”
Lanciò un’occhiata ad Alec e Isabelle. Uccidere un demone davanti a un mondano, ammesso che non fosse per via di una minaccia immediata, era un no-no. I mondani non dovevano sapere dei demoni. Per una delle prime volte in vita sua, Jace si ritrovò indeciso sul da farsi. Non potevano lasciare la ragazza con l’Eidolon; l’avrebbe uccisa. Se avessero lasciato l’Eidolon da solo, sarebbe fuggito e avrebbe ucciso qualcun altro. Se fossero rimasti e l’avessero ucciso, si sarebbero fatti scoprire.
“Tramortiscila,” mormorò Alec a bassa voce. “Limitati a… colpirla in testa con qualcosa.”
“Va’ e basta,” disse Jace alla ragazza. “Esci fuori di qui, se sai cos’è bene per te.”
Ma lei non fece altro che puntare i piedi con più forza. Jace riusciva a vedere l’espressione nei suoi occhi, simile a punti esclamativi: no! No!
“Non andrò da nessuna parte,” gli rispose lei. “Se dovessi farlo, lo ucciderete.”
Jace dové riconoscere che era vero. “Che ti importa?” Indicò il demone con un coltello. “Non è una persona, ragazzina. Potrà sembrare una persona e parlare come una persona e sanguinare come una persona. Ma è un mostro.”
Jace!” Gli occhi di Isabelle lampeggiarono. Erano senza fondo, neri, arrabbiati. Isabelle non si arrabbiava mai come quando Jace rischiava di mettersi nei guai o in pericolo. E adesso stava rischiando entrambe le cose. Rischiava di infrangere la Legge – parlare degli affari degli Shadowhunters con una mondana – e, cosa ancora peggiore, si stava divertendo. C’era qualcosa in questa ragazza, nella sua tempesta di capelli rossi e nei suoi scattanti occhi verdi, che lo faceva sentire come se le sue vene fossero piene di polvere da sparo e lei fosse un fiammifero.
Come se, se l’avesse toccata, sarebbe andato in fiamme. Ma del resto, lui amava le esplosioni.
Alec stava dicendo qualcosa, così come pure la ragazza, e Jace li fissò entrambi. Sentì Alec pronunciare il suo nome, e poi il demone si liberò.
Jace vide la rossa inciampare e cadere, e il suo corpo venne percorso da una fitta di panico – abbastanza da distrarlo, e così il demone lo buttò per terra. Rotolarono insieme sul pavimento. Jace provò dolore nei punti dove il demone gli aveva lacerato la pelle con gli artigli. Isabelle corse da lui con la sua frusta; Alec gli si avvicinò con la spada, e Jace si contorse verso l’alto, liberando il pugnale. Lo conficcò nel petto del mutaforma.
Si sentì grato per la caduta della ragazza mondana. In questo modo non poteva vedere il viso del mutaforma sciogliersi, mostrando la maschera da insetto al di sotto, il cerchio di una dozzina di occhi rossi, le fauci gocciolanti. Non si sarebbe spaventata.
Jace si diede una spinta per allontanarsi, e si mise incespicando in piedi. Sentì Alec al suo fianco, preoccupato, che gli teneva una mano sul braccio. C’era sangue sull’avambraccio di Jace, lì dove gli artigli dell’Eidolon l’avevano squarciato. Gli occhi blu di Alec erano pieni di panico.
“Va tutto bene,” mormorò Jace. “Va tutto bene, non usare lo stilo, non davanti a lei…”
Alec era incredulo. “Ma sei ferito.”
“Starò bene…”
Jace sentì un ansito e si voltò: Isabelle stava davanti alla mondana, la frusta stretta intorno al polso della ragazza. “Stupida piccola mondana,” fece Izzy. “Avresti potuto far ammazzare Jace.”
Gli occhi della ragazza si spostarono su Jace.
Al loro interno non c’era paura. La frusta le stava chiaramente facendo male, e lei era altrettanto chiaramente scioccata e arrabbiata. Ma non aveva paura.
“Lasciala andare,” disse Jace con dolcezza. Non aveva avuto intenzione di parlare con dolcezza o gentilezza. Il tono lo riportò indietro di molti anni, a un ragazzino che confortava un uccello, parlandogli con dolcezza, addestrandolo, accarezzando le sue ali. Lo riportò a un tempo e a un momento in cui non era stato estraneo alla gentilezza, e l’amore non era distruzione.
Ai ricordi di casa a cui teneva di più.
Non c’era motivo perché dovesse guardare questa ragazza, coi suoi capelli rossi selvaggi e gli occhi brillanti, e pensare a casa sua. Ma era così.
Isabelle la lasciò andare, la frusta che cadeva per terra. Il polso della ragazza stava sanguinando; lei, però, si rifiutava di abbassare lo sguardo per osservarlo. Alec stava dicendo qualcosa riguardo al fatto che avrebbero dovuto portarla all’Istituto, presentarla a Hodge, ma Jace stava avanzando, avvicinandosi a lei. Non poté farne a meno. Aveva la sensazione che, se fosse riuscito a metterla a fuoco, avrebbe capito che stava succedendo.
Il suo sangue stava scorrendo più velocemente. La stanza era cupa, ma gli sembrava troppo luminosa. Le voci di Alec e Isabelle erano troppo rumorose. Parlò, interrompendoli: “Hai avuto a che fare con i demoni, ragazzina? Hai camminato con gli stregoni, parlato coi Bambini della Notte? Hai…”
Il mento della ragazza si sollevò. Aveva le mani strette a pugno intorno ai fianchi. Con un pizzico di sorpresa, Jace si rese di quanto era piccola. Minuscola. Avrebbe potuto sollevarla come una bambola. “Il mio nome non è ragazzina,” gli rispose.
“Mi dispiace,” fece Jace.
Si immobilizzò. Alec e Isabelle lo stavano fissando. Sembravano sconvolti. Non poteva biasimarli. Non riusciva a ricordare l’ultima volta che si era scusato per qualcosa.
Ironicamente, la ragazza sembrava essere l’unica a non averlo sentito. La porta dello sgabuzzino si era aperta fragorosamente, e da lì aveva cominciato a filtrare della luce. Sul vano c’era qualcuno. Un ragazzo alto, con i capelli scuri e gli occhiali. Al suo fianco stava uno dei buttafuori del club.
“Clary?” chiamò il ragazzo. Stava guardando la stanza, e, basandosi sull’espressione del suo viso, era ovvio che riuscisse a vedere la rossa, ma non Alec, Isabelle e Jace.
Clary. Il suo nome non poteva essere che quello. Clary, chiarezza, la salvia sclarea [NdT: in inglese, “Clary sage”] che, secondo il folklore, donava la Vista ai mondani. Un nome che sapeva di luce, luminosità e visione. Il nome perfetto per una ragazza che sembrava in grado di vedere tutto. Di vedere attraverso tutto. Di vedere proprio attraverso di lui.
Clary lanciò un’occhiata alle sua spalle; non a tutti e tre, solo a Jace. Restò immobile mentre lo sguardo di lei lo percorreva – confuso, annebbiato, impressionato. Come se, come Amleto, stesse guardando qualcosa di meravigliosamente strano per gli occhi degli umani.
E nello sguardo di lei a Jace parve di scorgere una scintilla di rimpianto mentre si voltava e si allontanava da loro tre.

Isabelle scoppiò a ridere mentre la porta si chiudeva dietro Clary, e lanciò a Jace un’occhiata incredula. “Che cos’era quello?” chiese.
Jace scrollò le spalle, concentrandosi nel rimettere la spada angelica nella sua cintura. “Non penso che fosse una mondana con la Vista,” rispose. “Se lo fosse, in passato avrebbe già avuto modo di vedere il Mondo delle Ombre.”
“Non quello,” replicò Isabelle. “Voglio dire, è stato stranissimo e Hodge andrà fuori di testa quando gli diremo che una ragazza mondana ci ha visti, ma io parlavo di te.”
Jace alzò lo sguardo, sorpreso. Alec e Isabelle lo stavano osservando con aria grave. Era semplice notare quanto fossero simili in momenti del genere – avevano gli stessi capelli neri, la stessa serietà nell’espressione, la stessa struttura ossea beffarda. “Io che c’entro?”
“‘Hai avuto a che fare coi demoni?’” lo imitò Isabelle in un tono che a Jace parve inadeguato. “Era la tua versione di: ‘Vieni qui spesso? Che tipo di musica ti piace?’ Perché eri completamente ossessionato da lei.”
“Clary è rimasta qui per circa cinque minuti,” rispose Jace. “Non abbastanza per farmi venire un’ossessione.”
“Clary? Hai notato il suo nome?” Alec inarcò le sopracciglia. “Va bene, basta. Vieni qui.” Si portò Jace vicino, scoprendogli il braccio ferito, e tirò fuori lo stilo.
“Dovremmo trovarla,” disse Jace mentre Alec cominciava a disegnargli una runa della guarigione. “Come ho già detto, non penso che sia una mondana.”
“Beh, possiamo dirlo a Hodge,” suggerì Alec in tono ragionevole. “Ci farà sapere cosa dobbiamo fare.”
“So già cosa fare,” fece Jace, abbassando lo sguardo verso l’Iratze ormai finito sul suo braccio. La ferita si stava già chiudendo. “Devo trovarla.”
Alec, che era stato impegnato a posare lo stilo, si immobilizzò di scatto. “Perché?” chiese.
“Perché penso che fosse una Pesci e voglio chiederle conferma,” replicò Jace, irritato. “Perché poteva vederci! Deve significare qualcosa!”
“O forse no,” rispose Alec; sembrava irritato.
“A voi che importa?” domandò Jace. “Mi terrà impegnato. Il diavolo trova lavoro alle mani oziose, sapete. Dio solo sa in quali guai potrei cacciarmi altrimenti.”
“Sei pazzo,” gli disse Isabelle. “Questa storia è folle. Non ha alcun senso.”
Jace incontrò il suo sguardo. Non riusciva a trovare la forza di incrociare quello di Alec, sebbene Alec fosse una presenza sicura, costante e amata al suo fianco. Guardò quindi Izzy – Izzy, che aveva la ferocia nell’anima, che cercava l’oblio coi Nascosti, che manteneva i suoi segreti e che, sentiva Jace, era in grado di comprendere, proprio come lui, l’esatto tipo di attrazione che si prova per il voler fare cose insensate.
Isabelle gli sorrise. Era uno dei suoi sorrisi rari, quelli che in genere cercava di nascondere. “Guardati,” gli disse. “Sembra che tu ti sia svegliato.”
“Non stavo dormendo,” rispose Jace.
“Se fosse stato addormentato lo sapresti,” fece Alec. “Russa.”
Ma Isabelle si limitò solo a fare un altro sorrisino. “Forse,” disse. Alec si era sistemato al fianco di Jace, dall’altra parte, e non vedeva chiaramente l’ora di andarsene.
“Usciamo,” disse Alec, e mentre attraversavano la massiccia porta dello sgabuzzino Jace si voltò un’ultima volta, guardando oltre il punto in cui lei se n’era stata in piedi tra i cavi. Clary, la ragazza coi capelli rossi. Dov’era stata, e l’aveva visto. Non solo attraverso la magia, ma pure attraverso l’armatura che aveva indossato, attraverso le finzioni e le chiacchiere; l’aveva guardato, ed era stata curiosa e non spaventata.
Mentre tornavano dalla musica e il rumore e il calore, Jace chiuse un’unica volta gli occhi e ricordò un uccello che volava libero contro il cielo blu.

Uno snippet da Awake!

Shadowhunters, vi abbiamo chiesto in pagina se ci fosse qualcuno interessato a leggere un pezzettino di Awake (NB: per chi non lo sapesse, Awake è il primo capitolo di Città di Ossa dal punto di vista di Jace. No, non è una fanfiction, e sì, è ufficiale. Si tratta di un extra presente nella versione da collezione di CoB in vendita da Barnes & Noble. Cassandra NON ha intenzione di scrivere un intero libro dal POV di Jace. QUI potete trovare altre scene ufficiali dal suo punto di vista), e in tanti hanno risposto di sì. :)

Quindi… eccolo! Si tratta davvero di uno snippet minuscolo, ma pensiamo che lo gradirete comunque. ;)

 

PS: dal momento che per poter leggere (e tradurre) questo snippet ho dovuto acquistare il libro, vi chiedo di NON PRELEVARE l’estratto. Potete condividere il post, ma, per piacere, NON copiate la traduzione e NON ricaricatela in giro, sia coi crediti che senza.

PPS: un altro pezzetto di Awake – caricato da Cassie – potete trovarlo tradotto da noi QUI.

 

 

 

Erano la rossa e il suo amico. Jace raddrizzò la schiena. La ragazza si era sciolta la coda, e ora i capelli del colore del tramonto le cadevano lungo le spalle. Stava ballando con gli occhi chiusi. E Jace sentì qualcosa rimescolarglisi dentro mentre osservava i suoi movimenti, come se fosse riuscita a trovare il suo cerchio di pace in mezzo al caos.

Traduzione: uno snippet di “Awake”, extra su Clary e Jace!

La nostra Cassie ci ha regalato un pezzetto di un extra presente nell’edizione speciale di “Città di Ossa” venduta da Barnes and Noble. Si tratta di “Awake”, il primo capitolo del romanzo visto dal punto di vista di Jace. :)

 

Trovate lo snippet qui di seguito, tradotto da noi, insieme all’introduzione di Cassie!

 

 

 

« “Ciao, Cassie, in [un] post hai citato un’edizione speciale di Città di Ossa con un POV di Jace; hai qualche notizia a riguardo?
PS: GRAZIE PER
[NdT: delle cose che riguardano Simon, Isabelle e Shadowhunter Academy. Per evitare spoiler, non vi diremo cosa – ma chi ha letto il sesto racconto lo sa]! <3

*Saluta* Sizzy! Nel mentre, le nuove copertine dei romanzi di TMI usciranno settimana prossima – aspettatevi di trovarle nelle librerie vicino a voi [NdT: in America, ovviamente]. L’edizione speciale di Città di Ossa è l’unica reperibile con la copertina rigida.

È disponibile solo tramite Barnes and Noble. A meno che le persone non decidano di venderla tramite eBay, non sarà mai disponibile da nessun’altra parte.

Tutte le nuove edizioni contengono delle mappe di New York (TMI) o Londra (TID) e dei miei messaggi in cui spiego un po’ perché ho scritto ogni serie. Solo l’edizione di B&N è 1) con la copertina rigida, 2) un libro che contiene la scena di apertura di Città di Ossa dal punto di vista di Jace.

Si chiama “Awake”, per via di questa citazione: Quando si trattava degli altri, era sempre come se fosse sveglio solo per metà. E quando ha incontrato te, si è svegliato. – Isabelle a Clary, Città di Vetro »

 

 

 

 

 

Jace guardò oltre Alec e Isabelle. Uccidere un demone davanti a un mondano, ammesso che non fosse per via di una minaccia immediata, era un no-no. I mondani non dovevano sapere dei demoni. Per una delle prime volte in vita sua, Jace si ritrovò indeciso sul da farsi. Non potevano lasciare la ragazza con l’Eidolon; l’avrebbe uccisa. Se avessero lasciato l’Eidolon da solo, sarebbe fuggito e avrebbe ucciso qualcun altro. Se fossero rimasti e l’avessero ucciso, si sarebbero fatti scoprire.
“Tramortiscila,” mormorò Alec a bassa voce. “Limitati a… colpirla in testa con qualcosa.”
“Va’ e basta,” disse Jace alla ragazza. “Esci fuori di qui, se sai cos’è bene per te.”
Ma lei non fece altro che puntare i piedi con più forza. Jace riusciva a vedere l’espressione nei suoi occhi, simile a punti esclamativi: no! No!
“Non andrò da nessuna parte,” gli rispose lei. “Se dovessi farlo, lo ucciderete.”
Jace dové riconoscere che era vero. “Che ti importa?” Indicò il demone con un coltello. “Non è una persona, ragazzina. Potrà sembrare una persona e parlare come una persona e sanguinare come una persona. Ma è un mostro.”
“Jace!” Gli occhi di Isabelle lampeggiarono. Erano senza fondo, neri, arrabbiati. Isabelle non si arrabbiava mai come quando Jace rischiava di mettersi nei guai o in pericolo. E adesso stava rischiando entrambe le cose. Rischiava di infrangere la Legge – parlare degli affari degli Shadowhunters con una mondana – e, cosa ancora peggiore, si stava divertendo. C’era qualcosa in questa ragazza, nella sua tempesta di capelli rossi e nei suoi scattanti occhi verdi, che lo faceva sentire come se le sue vene fossero piene di polvere da sparo e lei fosse un fiammifero.
Come se, se l’avesse toccata, sarebbe andato in fiamme. Ma del resto, lui amava le esplosioni.