Extra tradotto: la “beach scene” di Lady Midnight priva di tagli!

Precisazione necessaria: Shadowhunters, questa non è una scena parzialmente assente solo nella versione italiana. È un pezzo che è stato sottoposto a dei tagli (per dir così) durante la fase di editing, e che Cassie ha pubblicato sul suo Tumblr per noi lettori. :)

 

Detto ciò… invitiamo quanti non avessero letto Lady Midnight/Signora della Mezzanotte a chiudere il più rapidamente possibile questo post, perché si tratta della versione NON CENSURATA di una scena chiave del romanzo. E, credeteci, non volete spoilerarvela così.

Ovviamente, è un pezzo anche VM18 (anche se non eccezionalmente esplicito, state tranquilli), quindi i minorenni dovrebbero fermarsi qui. XD

(Sì, la faccina sta per: “Tanto lo so che non lo farete! XD U___U.”)

 

Insieme all’extra c’è anche un disegno tutto nuovo di Cassandra Jean – che ovviamente illustra parte della scena. ;)

 

PS: come al solito, vi chiediamo, trattandosi a) di una traduzione lunghetta e b) di un extra particolare, di non copiare il testo. Se vi interessa farlo leggere a qualcuno/altre persone, condividete il link! :)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

« Come promesso, ecco gli Emma e Julian di Cassandra Jean, da Lady Midnight.

E, di nuovo come promesso, la scena della spiaggia di Lady Midnight senza alcun editing. Se non vi piacciono i momenti sexy rating rosso, io non continuerei a leggere… »

 

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Emma rotolò sulla schiena e alzò lo sguardo verso Julian e il cielo dietro di lui. Riusciva a vedere un milione di stelle. Jules stava tremando, la camicia nera e i jeans incollati al corpo, il viso più bianco della luna.
“Emma?” mormorò.
“Dovevo provare…”
Non dovevi provarci da sola!” La sua voce parve echeggiare sull’acqua. Aveva i pugni stretti contro i fianchi. “Che senso ha essere parabatai se poi te ne vai a rischiare la vita senza di me?”
“Non volevo metterti in pericolo…”
“Sono quasi affogato, all’Istituto! Ho tossito acqua! Acqua che tu respiravi!”
Emma lo guardò, sconvolta. Iniziò a sollevarsi sui gomiti. I suoi capelli, pesanti e inzuppati, le pendevano lungo la schiena come un macigno. “Non lo sapevo.”
“Come potevi non saperlo?” La voce di Julian sembrava esplodergli fuori dal corpo. “Siamo legati insieme, Emma, legati insieme – respiro quando respiri tu, sanguino quando sanguini tu, io sono tuo e tu sei mia, lo sei sempre stata, e io ti sono sempre, sempre appartenuto!”
Emma non l’aveva mai sentito dire niente di simile, non l’aveva mai sentito parlare in questo modo, non l’aveva mai visto così vicino a perdere il controllo.
“Non intendevo ferirti,” gli disse. Iniziò a sedersi, allungandosi verso di lui. Julian le afferrò il polso.
“Stai scherzando?” Persino al buio i suoi occhi verdi e blu continuavano a essere colorati. “Per te questo è un gioco, Emma? Non capisci? Non vivo, se tu muori!” La voce di Julian si trasformò in un sussurro. “E neanche vorrei farlo, neppure se potessi.”
“Neanche io vorrei vivere senza di te.” Gli occhi di Emma cercarono il suo viso. “Jules, mi spiace così tanto, Jules…”
Il volto di Julian si contorse. Le mura che in genere nascondevano la verità all’interno del suo sguardo erano crollate; Emma poteva vedere il panico affamato, la disperazione e il sollievo che erano riusciti a sfuggire alle sue difese.
Le stava ancora tenendo il polso. Emma non sapeva se fosse stata lei la prima a sporgersi, o se fosse stato lui a tirarla verso di sé. Forse erano successe entrambe le cose. Si scontrarono, con forza, come stelle che collidono, e poi Julian la baciò.
Jules. Che baciava lei. All’inizio non sentì altro che stupore, la bocca fredda di Julian contro la sua, e poi lo assaggiò, sentì il suo sapore sotto l’acqua salata, il gusto caldo e fresco dello zucchero e dei chiodi di garofano, e fu come se qualcuno le avesse girato un interruttore nel corpo, accendendo tutte le luci.
“Emma,” mormorò Julian contro le sue labbra, senza allontanare la bocca da quella di lei. Erano intrecciati, al contempo bagnati e freddi e caldi e in fiamme. Julian si sporse verso di lei, baciandola con più forza, in maniera febbrile, le dita affondate nella massa bagnata dei capelli di lei. Il peso di Julian la fece scivolare sulla sabbia.
Emma gli afferrò le spalle, ripensò a quel momento di confusione in cui l’aveva trascinata fuori dall’acqua, a quell’attimo in cui non aveva ben capito chi lui fosse. Era più forte, più grande di quanto lo ricordasse lei, e poi si era concessa di capire, anche se ogni bacio stava bruciando via i ricordi del ragazzo che era stato.
Non le era mai successo niente di simile. Le labbra di Emma si dischiusero, e il suo capo cadde all’indietro. Julian portò una mano dietro la sua testa, circondò il suo cranio con le dita, cullandola anche mentre la sua lingua le accarezzava l’interno della bocca come l’archetto su un violino, spedendole delle scintille dolorose lungo i nervi.
Quindi era così che doveva essere, era così che i baci dovevano essere, era così che tutto doveva essere. Questo.
Tutto il corpo di Emma stava tremando. Si agganciò a lui, alle sue spalle, ai suoi fianchi, le dita che gli affondavano nella pelle, trascinandolo con più forza contro di sé. Julian boccheggiò contro la bocca di Emma quando lei si allungò per afferrare l’orlo della sua maglietta fradicia d’acqua e gliela sfilò.
Jules aveva gli occhi da gatto, che bruciavano al buio, bollenti per la fame. “Emma, Dio…” le disse con voce strozzata, e poi la stava di nuovo sollevando, premendola contro il suo corpo come se in questo modo potesse schiacciarli tra loro, fonderli in un’unica persona.
Le afferrò il retro della maglietta, ed Emma si scostò abbastanza da permettergli di aiutarla a togliersela. E poi si baciarono di nuovo; con più ferocia, ora che potevano sentire l’uno la pelle nuda dell’altra. Emma non riusciva a smettere di toccarlo, di fargli scivolare le dita lungo la schiena e poi sui fianchi, sentendo gli avvallamenti e i rigonfiamenti dei muscoli, le protuberanze della sua colonna vertebrale.
E anche lui la stava toccando. Emma abbassò lo sguardo, incredula che questo stesse davvero avvenendo, che fosse Julian a toccarla, il suo Julian. Le sue lunghe dita le carezzarono le curve della vita, la schiena, e poi armeggiarono col gancetto del suo reggiseno finché non si aprì e le scivolò lungo le spalle. Emma lo fece cadere a terra.
Finì sulla sabbia bagnata, e loro due si guardarono. Le pupille di Julian erano dilatate, e questo fece diventare i suoi occhi cupi come l’oceano di notte. Il suo sguardo sembrò divorarla, ed Emma lo fissò a sua volta: era meraviglioso, sotto la luce della luna, asciutto e armonioso e muscoloso, e quand’è che tutto quello era successo?
“Sei così bella,” le disse Julian. “Così bella, Emma.”
Emma aprì le braccia e lui ci sprofondò dentro. I seni di lei accarezzarono il suo petto mentre Julian la teneva stretta, facendo scivolare ripetutamente le mani lungo la sua schiena. Lentamente, la fece distendere sulle sabbia – si allungò e raccolse la maglia di Emma, senza scostare la bocca da lei, e gliela sistemò sotto perché facesse da cuscino per la sua testa. A Emma sfuggì un suono flebile – c’era qualcosa, nella tenerezza di quel gesto, in quella fiamma luminosa e dolce che si era fatta strada in mezzo al feroce stordimento della loro fame condivisa, che le fece venir voglia di piangere.
“Jules,” sussurrò. In qualche modo si sfilò i jeans bagnati senza lasciarlo andare, e la sabbia graffiò leggermente i suoi polpacci nudi. Emma allargò le ginocchia, trasformando il suo corpo in una culla su cui lui potesse distendersi. Julian baciò la pelle della sua gola dall’alto verso il basso, il respiro caldo contro il corpo di Emma. Intrecciando le dita nei suoi riccioli umidi, Emma guardò meravigliata il cielo sopra di loro, punteggiato di stelle, scintillante e freddo, e pensò che non poteva star succedendo davvero, che le persone non riescono a ottenere ciò che desiderano così.
Julian si protese per slacciare i suoi jeans, ed Emma lo aiutò il più possibile. La sabbia le raschiò i gomiti mentre si muoveva. Se fosse successo con chiunque altro, a Emma avrebbe dato fastidio, ma adesso nella sua testa non c’era spazio per nient’altro che Julian. Lo fissò: si puntellava con un braccio solo, e i suoi capelli umidi erano incollati alla fronte in arabeschi scuri. La luce della luna scintillava sulle sue ciglia, che erano lunghe e scure quanto l’impulso di un tratto di penna. Delle cicatrici di un pallido bianco gli coprivano le spalle nude. Era più bello di tutto il cielo.
Julian calciò via i suoi jeans e tornò sul corpo di Emma, facendo scivolare le dita sotto di lei per circondarle le scapole. Le baciò le clavicole, l’incavo tra i seni. Emma inarcò i fianchi. Era duro, contro la sua coscia, e quando i loro corpi premettero l’uno contro l’altro a Julian sfuggì un suono strozzato, un gemito, come se qualcosa in lui si fosse rotto.
“Vuoi fermarti?” Emma si immobilizzò.
“No, mai.” Gli occhi di Julian erano socchiusi. “Tu vuoi – questo va…?”
“Sì,” sussurrò lei. “Sì.”
Le ciglia di Julian tremarono contro le guance. “Non posso non farlo,” le disse in tono basso e accorato, “non posso,” e la sua bocca trovò quella di Emma, tremante, inesperta. Lei lo baciò fino a togliergli il fiato, fino a toglierlo a entrambi, finché lui non cominciò a muoversi contro di lei, incessante e privo di controllo. Si tolsero il resto dei vestiti. La pelle di Julian era calda contro quella di lei, come se avesse la febbre. Lo sentì sussurrare il suo nome.
C’erano solo molecole d’aria, tra loro, e poi Emma si mosse per avvolgergli le gambe intorno ai fianchi. Lui boccheggiò e il suo corpo si mosse d’istinto, e poi tra loro non rimase più nulla, perché Julian era dentro di lei.
Si fermarono entrambi, fissandosi, immobili. Julian aveva affondato i denti nel labbro inferiore. Il suo viso era accaldato, i suoi occhi brillanti. Sembrava sconvolto e meravigliato e sopraffatto e disperato.
“Emma, Dio, Emma, io…” disse in tono soffocato, e poi le sue parole si dissolsero in suoni inarticolati mentre il suo corpo si muoveva contro quello di lei.
Emma lo tenne stretto per le spalle, con forza, e anche il suo corpo si mosse, non poteva evitarlo, ma lo stava pure fissando, e non le era mai capitato di farlo con gli occhi aperti, li aveva sempre chiusi, ma questa volta era diversa, questo era Julian. Non Jules, non il suo dolce Jules: questa era una persona diversa, una persona che faceva ruvidi suoni d’estasi e che seppelliva il viso nei capelli di lei e stringeva il suo corpo con una forza sufficiente a lasciarle dei segni. Emma sperava che lasciasse dei segni, magari pure dei lividi. Sperava che sarebbero durati per giorni. Perché stava cercando di memorizzarlo, di memorizzare l’immagine di lui sopra di lei, la sua silhouette contro le stelle, i capelli sul suo viso e gli occhi socchiusi, il modo in cui le linee di preoccupazione che stavano sempre a lato della sua bocca erano state appianate dal piacere, ma non ci riusciva.
Non riusciva a trattenere quell’immagine. La sua concentrazione si stava frammentando, non era in grado comprendere, i pensieri volavano via dalla sua mente come gli spruzzi dell’oceano che si dissolvono nell’aria. Un fulmine crepitava su e giù per le sue vene, e a quel punto Emma artigliò la schiena di Jules, boccheggiando, cercando di inspirare abbastanza aria, tentando di spingerlo più vicino, sempre più vicino, e poi il mondo divenne un’esplosione di frammenti luminosi, un caleidoscopio rotto, e lei finalmente, finalmente chiuse gli occhi e lasciò che colori che non aveva mai visto prima colorassero l’interno delle sue palpebre. Come se fosse distante sentì Julian gemere, collassarle contro, baciarle la spalla, sfregarle la pelle col naso e le labbra fino a raggiungere il suo collo.
Il cuore di Julian stava ancora correndo, le batteva contro con violenza. Emma lo amava così tanto da avere la sensazione che il suo petto si stesse schiudendo.
Voleva dirglielo, ma le parole le si incastrarono in gola. “Sei pesante,” sussurrò invece tra i suoi capelli.
Julian rise e rotolò di fianco, tirandola con forza contro di sé. Emma si rilassò nella curva calda del suo corpo. Lui si allungò, recuperò la sua camicia di flanella asciutta e la usò per coprire entrambi. Non era granché, ma Emma si rannicchiò lì sotto, ridacchiando, e lui le baciò il viso, coprendole con fare quasi ebbro le guance, la canna nasale, il mento.
Emma gli posò la testa sul braccio. Non si era mai sentita più felice di così. Julian aveva smesso di baciarle il volto, e la stava guardando, la testa puntellata contro una mano. Sembrava stordito, i suoi occhi blu-verdi erano socchiusi. Le sue dita tracciavano lentamente dei piccoli cerchi sulle spalle nude di Emma.
Lei pensò: ti amo, Julian Blackthorn. Ti amo più della luce delle stelle.
L’aria era fredda, ma Emma sentiva caldo, lì, in quel piccolo cerchio con Julian, nascosti dalle sporgenze delle pietre, coperti da una camicia di flanella che odorava come lui. Le dita di Julian erano gentili tra i suoi capelli. “Shh. Dormi.”
Emma chiuse gli occhi.

 

 

 

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Traduzione: una SCENA TAGLIATA di Lady Midnight!

Buongiorno, Shadowhunters! Questa notte Cassie, per accontentare tutte le persone che le chiedevano di svelare qualcosa su Julian, ha pubblicato una scena tagliata da Signora della Mezzanotte.

Ve l’abbiamo tradotta! :)

 

 

CbnqSWdUAAAeaGq

 

 

Alcune persone stilavano elenchi delle cose che desideravano fare prima di morire; Julian aveva una lista di ciò che non poteva fare. Stava steso col braccio intorno al corpo di Emma, le dita che a stento le sfioravano il braccio nudo, e recitava silenziosamente l’elenco.

Cose che non potrò mai fare:
Lasciare i bambini;
Permettere che qualcuno venga a sapere di Arthur;
Permettere che il Conclave prenda Ty;
Permettere che qualcuno scopra perché mi sveglio prima dell’alba;
Dire…

Emma si mosse nel sonno, accarezzandolo gentilmente con la mano, acciambellandosi contro di lui come un gatto che cerca il calore. La mezzanotte era già passata; Julian si sarebbe dovuto svegliare dopo quattro ore, ma riusciva a sentire il cuore martellargli nella gola, e sapeva che il sonno non sarebbe arrivato.

Cose che non potrò mai fare:
Lasciare i bambini;
Permettere che qualcuno venga a sapere di Arthur;
Permettere che il Conclave prenda Ty;
Permettere che qualcuno scopra perché mi sveglio prima dell’alba;
Dire a Emma…

Traduzione: una scena tagliata di City of Lost Souls!

Buongiorno, Shadowhunters! La nostra Cassandra ci ha regalato una scena tagliata (Clace) da Città delle Anime Perdute; riuscite a trovare tutte le differenze col romanzo? :)

 

 

 

 

 

 

SNIPPET

 

Volevo solo sapere da che libro viene questa citazione: ‘Sei nelle mie ossa e nel mio sangue e nel mio cuore,’ disse lui. ‘Dovrei aprirmi in due per lasciarti andare via.’
La amo, e vorrei sapere se viene da un libro futuro o da una scena tagliata di TMI o TID. Inoltre potresti dirmi che dovrebbe pronunciarla? Scusa se hai già risposto a questa domanda, ma non sono riuscita a trovarla da nessuna parte, sino a ora. Grazie per il tuo tempo. :) xx

Era uno snippet non identificato, giusto? Li tiro fuori da lavori in corso, quindi non sempre finiscono nei romanzi. Ma ho dato un’occhiata in giro e l’ho trovato nel mio computer; è una scena cancellata (riscritta, in verità) Clace di Città delle Anime Perdute, dopo che Jace è diventato cattivo. Dagli archivi de Le Cose Che Non Sono Mai Successe:

 

 

Clary non sapeva per quanto tempo se ne fosse rimasta seduta sui gradini d’ingresso di Luke, quando il sole cominciò a sorgere. Si levò dietro la casa di lui, col cielo che diventava rosa scuro; il fiume era una striscia blu acciaio. Clary stava tremando – tremava da così tanto tempo che tutto il suo corpo sembrava essersi contratto in un unico forte brivido di freddo. Aveva usato due rune per riscaldarsi, ma non le erano servite; aveva la sensazione che quel tremito fosse psicologico quanto tutto il resto. Sarebbe venuto? Se dentro di sé era ancora tanto Jace quanto pensava lei, allora sì; quando le aveva detto che sarebbe tornato per lei, intendeva dire il prima possibile. Jace era impaziente. Ma non gli piacevano i giochetti.
Ma Clary aveva modo di aspettarlo solo per un certo lasso di tempo. Prima o poi Magnus si sarebbe svegliato, sua madre sarebbe tornata dalla Fortezza di Ferro insieme a Fratello Zaccaria. Avrebbe dovuto rinunciare a Jace per almeno un altro giorno, se non di più.
Chiuse gli occhi per non guardare la luminosità del sorgere del sole, poggiando i gomiti sul gradino sopra di lei. Per un istante, si crogiolò nella fantasia che tutto fosse esattamente come un tempo, che non fosse cambiato niente, che si sarebbe vista con Jace quel pomeriggio per allenarsi, o quella sera per cena, e lui l’avrebbe stretta e fatta ridere come al solito. Dei filamenti tiepidi di sole le sfiorarono il viso. Con fare riluttante, aprì gli occhi.
Ed eccolo lì, che le si avvicinava, come sempre silenzioso quanto un gatto. Indossava degli stivali, dei pantaloni neri e un maglione blu scuro che faceva sembrare i suoi capelli luminosi quanto i raggi del sole. Clary si raddrizzò col cuore che le batteva forte. Sembrava tratteggiato contro la brillante luce del sole, e i suoi occhi splendevano come scudi lucidati. A Clary tornò in mente quella notte a Idris che avevano passato a guardare i fuochi d’artificio, come si fossero stagliati contro il cielo e lei avesse pensato a degli angeli che cadevano circondati dalle fiamme.
Jace la raggiunse e le porse la mano; lei la afferrò e si lasciò alzare in piedi. Gli occhi oro pallido di lui cercarono il viso di Clary. “Ti voglio con me,” le disse. “Ma voglio che sia una tua scelta. Una volta che ce ne saremo andati, non potrai più tornare.”
“E se dicessi di no?” gli sussurrò lei in risposta.
“Allora tornerò e te lo chiederò di nuovo, in futuro. E poi ancora una volta. Ma sarà sempre una tua scelta.”
“Ti amo,” gli disse. “Per me non c’è mai stato e non ci sarà mai nessuno, oltre a te.”
Jace scosse il capo. “Amore è una parola troppo piccola,” fece. “Sei nelle mie ossa e nel mio sangue e nel mio cuore. Dovrei aprirmi in due per lasciarti andare via, e anche allora…” La tirò contro di sé, contro al suo cuore. “Vieni con me, Clary. Vieni con me.”
“Odio l’idea di vivere senza di te,” gli rispose lei, e pensò, ora cominciano le bugie. “Io voglio venire con te. Non mi importa dove andremo, o cosa tu stia facendo, né di nient’altro che non sia lo stare con te.”
Jace sorrise, brillante come il sole quando esce fuori da dietro le nuvole. “Sei sicura?”
“Sì.”
Si sporse in avanti e la baciò. Allungandosi per stringerlo, Clary sentì un sapore amaro sulle sue labbra; poi l’oscurità, come un sipario che segnala la fine dell’atto di una recita, calò su di loro.

Capitolo tradotto: “Highborn Kinsmen”, da Lady Midnight

Come qualcuno ricorderà, Shadowhunters, qualche mese fa mi sono procurata il capitolo di Lady Midnight che era stato distribuito durante alcuni eventi in America – e avevamo pensato di pubblicarlo a febbraio del prossimo anno. ;)
Tuttavia ci siamo dette: “Perché no? Carichiamolo già!” – e quindi eccolo, per festeggiare i due anni dalla signing fiorentina di Cassie.

 

La traduzione è stata realizzata da me e Manu (che come al solito ringrazio <333), e NON PUÒ ESSERE PRELEVATA. Condividete pure il link, ci fa piacere, ma NON rubate il materiale, né coi crediti né (ovviamente) senza, perché ci è costato tempo, fatica e denaro.

 

Detto ciò – Highborn Kinsmen (riferimento ad Annabel Lee, una delle ispirazioni di The Dark Artifices) è uno dei primi capitoli di Lady Midnight. Non sappiamo di preciso quale, però. ;)

 

Buona lettura, e fateci sapere che ve ne sembra! <3 Vi ha incuriositi ancora di più?

 

 

 

 

 

Highborn Kinsmen

 

 

 

“E dove sono stati firmati i documenti della Pace Fredda?”
Era un giorno così luminoso da distrarre. La luce del sole filtrava attraverso le alte finestre e illuminava la lavagna davanti a cui Diana camminava avanti e indietro picchiettandosi la mano sinistra con uno stilo.
Emma guardò di sottecchi Julian, che però teneva il capo chino su dei fogli. Non si erano ancora parlati, se non per scambiarsi qualche parola educata a colazione. Emma si era svegliata con una sensazione di vuoto allo stomaco e le mani doloranti per quanto aveva stretto le coperte.
Inoltre, a un certo punto della notte Church l’aveva abbandonata. Stupido gatto.
“A Idris,” rispose Livvy. “Nella Sala degli Accordi. La Regina della Corte Seelie si era già nascosta, quindi i documenti sono stati firmati dal Reggente. Il Re della Corte Unseelie non si è presentato, e per questo le Fate Unseelie non fanno tecnicamente parte della Pace Fredda.”
“Corretto.” Diana sorrise. “Questo che significa per le Fate Unseelie?”
“Non sono protette dagli Accordi,” disse Ty. “È vietato aiutarle, e a loro è proibito contattare gli Shadowhunters.”
Gli Shadowhunters non possono aiutare proprio nessuna fata senza il permesso del Conclave,” aggiunse Jules. Sembrava calmo – esausto, in verità. Aveva dei cerchi scuri sotto agli occhi.
Emma e Julian non litigavano. Non litigavano mai. Emma si chiese se Jules fosse deconcentrato tanto quanto lei. Non smetteva di risentire ciò che le aveva detto: che non aveva mai voluto un parabatai. Una parte di Emma non desiderava parlarne mai più, ma l’altra voleva delle spiegazioni. Era un parabatai in generale, quello che non voleva, o lei nello specifico?
“E che cos’è il Conclave, Tavvy?” Era una domanda troppo elementare per il resto di loro, ma Tavvy sembrava felice di saper rispondere a qualcosa.
“Il governo degli Shadowhunters,” disse. “Tutti gli Shadowhunters attivi fanno parte del Conclave. Quelli che prendono le decisioni formano il Consiglio. Nel Consiglio ci sono tre Nascosti, ognuno per rappresentare una razza diversa. Gli stregoni, i licantropi e i vampiri. È dalla Guerra Oscura che non c’è più un rappresentante per le Fate.”
“Molto bene,” gli rispose Diana, e Tavvy si illuminò. “Qualcuno sa dirmi quali altri cambiamenti ha introdotto il Consiglio dopo la fine della guerra?”
“Beh, l’Accademia Shadowhunters è stata riaperta,” fece Emma. Era un argomento familiare, per lei – il Console le aveva chiesto di essere uno dei suoi primi studenti. Aveva scelto di restare con i Blackthorn, però. In parte per poter diventare la parabatai di Julian. “Adesso un sacco di Shadowhunters si allenano lì, e, certo, ci portano anche un sacco di persone che sperano di riuscire ad Ascendere – mondani che desiderano diventare dei Nephilim.”
“Il Praetor Lupus è stato ripristinato da Maia Roberts e Bartholomew Valasquez,” aggiunse Livvy, sfogliando il suo Codice.
“Non fanno parte del Conclave,” la corresse Ty. “Sono Nascosti. E il Praetor Lupus è un’organizzazione Nascosta.”
Livvy gli fece la linguaccia.
“La Scholomance,” disse Julian. I riccioli gli caddero sulla guancia, mentre sollevava la testa, scuri e brillanti. “Presso la Scholomance si allena l’élite degli Shadowhunters. Quelli che si sono diplomati con i più grandi onori dall’Accademia. Alcuni di loro diventano Centurioni, individui a cui vengono affidate delle missioni speciali. Altri vengono messi a capo degli Istituti.”
“Zio Arthur era un Centurione?” domandò Tavvy, gli occhi spalancati.
“No,” rispose Diana. “Arthur è diventato il capo di un Istituto prima della riapertura della Scholomance.”
Cristina, che si era seduta più vicina di tutti alla finestra, alzò una mano per interrompere il discorso. “C’è qualcuno che sta percorrendo il sentiero che porta alla casa,” disse. “Parecchi qualcuno, in effetti.”
Emma guardò di nuovo in direzione di Julian. Non capitava spesso che qualcuno si presentasse all’Istituto senza aver programmato la visita. Solo poche persone l’avrebbero fatto – persino la maggior parte dei membri del Conclave avrebbe prima preso un appuntamento con Arthur. Ma magari qualcuno quell’appuntamento con Arthur ce l’aveva. Anche se, stando all’espressione di Julian, in quel caso si trattava di una visita di cui lui non sapeva nulla.
Cristina, già in piedi, trattenne il fiato. “Hadas,” disse; la parola venne fuori dopo un istante di stupore. “Fate.”
Tutti scattarono verso l’unica, grande finestra che correva attraverso la parete principale della stanza. Dava sull’ingresso dell’Istituto, e sul sentiero tortuoso che correva tra l’ingresso e l’autostrada che li separava dalla spiaggia e dal mare. La luce del sole scintillò sulle briglie argentate dei tre cavalli; su ognuno di essi montava un cavaliere silenzioso senza sella.
Il primo cavallo era nero, e il suo cavaliere indossava un’armatura nera simile alle foglie bruciate. Anche il secondo cavallo era nero, e il suo cavaliere indossava degli abiti color avorio. Il terzo cavallo era invece marrone, e il suo cavaliere era ammantato dalla testa ai piedi in una veste col cappuccio color corteccia. Emma non riusciva a capire se fosse un uomo o una donna, un bambino o un adulto.
Dunque lascia che passino i cavalli neri, e poi quello marrone,” mormorò Jules. La sua spalla si scontrò con quella di Emma. Lei si morse il labbro.
“Uno in nero, uno in marrone, uno in bianco – è una delegazione ufficiale. Dalle Corti.” Julian guardò Diana dall’altra parte della stanza. “Non sapevo che Arthur avesse in programma un incontro con una delegazione delle Fate. Pensi che l’abbia detto al Conclave?”
Lei scosse il capo, chiaramente confusa. “Non lo so. Non me ne ha mai parlato.”
Il corpo di Julian era teso come una corda di violino; Emma riusciva a sentire la tensione che emanava. Una delegazione delle Fate era una faccenda rara, e seria. Prima che un incontro potesse tenersi il Conclave doveva concedere il suo permesso. Persino al capo di un Istituto. “Diana, devo andare,” disse.
Aggrottando la fronte, Diana si picchiettò lo stilo contro una mano; poi annuì. “D’accordo. Vai.”
“Verrò con te.” Emma scivolò giù dalla sua panca accanto alla finestra.
Julian, che era già diretto verso la porta, smise di camminare e si voltò. Il suo sguardo era illeggibile. Che stava pensando? “No,” rispose piano. “Va tutto bene. Ci penserò io.”
Uscì dalla stanza. Per un secondo Emma non si mosse.
In genere, quando Julian le diceva di non avere bisogno di lei, o di dover fare qualcosa da solo, Emma non ci pensava due volte. In determinate situazioni è necessario dividersi.
Ma la notte precedente aveva cementato il suo senso di incertezza: non sapeva cosa stesse succedendo a Jules. Non sapeva neanche se le avesse detto di restare perché non la voleva con sé, o se la voleva, ma era troppo arrabbiato con lei o con se stesso, o con entrambi.
Sapeva soltanto che la Gente Fatata era pericolosa, e che non avrebbe permesso che Julian la affrontasse da sola.
“Vado,” disse, e si lanciò verso la porta. Si fermò solo per prendere Cortana, che era appesa lì vicino.
“Emma,” la chiamò Diana in tono teso. “Fa’ attenzione.”
L’ultima volta che le Fate erano entrate nell’Istituto, avevano aiutato Sebastian Morgenstern a strappare l’anima dal corpo del padre di Julian. Avevano rapito Mark. Avevano ucciso il tutore dei Blackthorn.
Era stata Emma a portare al sicuro Tavvy e Dru. Aveva aiutato a salvare le vite dei fratelli e delle sorelle più giovani di Julian. Erano a stento riusciti a sopravvivere.
Ma al tempo Emma non aveva alle spalle anni di addestramento. Non aveva mai ucciso neanche un singolo demone da sola, non a dodici anni. Non aveva passato anni ad allenarsi a combattere, uccidere e difendere.
Non c’erano possibilità che se ne restasse con le mani in mano, adesso. Uscì dalla stanza, lasciando che la porta sbattesse dietro di lei.

 

Fate.
Julian corse per il corridoio e arrivò in camera sua, la mente che vorticava.
C’erano delle Fate davanti alle porte dell’Istituto. Tre destrieri: due neri, uno marrone. Un contingente dalla Corte delle Fate, anche se Julian non avrebbe saputo dire se si trattava delle Seelie o delle Unseelie. Non gli sembrava che avessero fatto sventolare un qualche stendardo.
Probabilmente desideravano parlare. Se c’era qualcosa che le Fate sapevano fare bene, era discorrere in maniera confusa con gli umani. Persino con gli Shadowhunters. Riuscivano a vedere la verità in una bugia, e la bugia al centro di una verità.
Raccolse la giacca che aveva indossato il giorno precedente. Eccola lì, nella tasca interna. La fiala che gli aveva dato Malcolm. Non aveva pensato che ne avrebbe avuto bisogno così presto. Aveva sperato…
Beh, non importa. Pensò a Emma, per un attimo, e al caos di speranze infrante che rappresentava. Non era questo il momento di pensarci, però; stringendo la fiala, Julian ricominciò a correre. Raggiunse la fine del corridoio e spalancò la porta che portava all’attico. Calpestò i gradini e irruppe nello studio di suo zio.
Zio Arthur era seduto alla scrivania, e indossava una maglietta leggermente logora, dei jeans e un paio di mocassini. I suoi capelli grigio-marroni gli arrivavano quasi alle spalle. Stava paragonando tra loro due libri parecchio massicci, mormorando e prendendo note.
“Zio Arthur.” Julian si avvicinò alla scrivania. “Zio Arthur!”
Zio Arthur gli fece cenno di andare via. “Sono nel mezzo di un qualcosa di importante. Qualcosa di molto importante, Tiberius.”
“Sono Julian.” Julian l’aveva corretto in maniera automatica. Si spostò dietro lo zio e chiuse entrambi i libri. Arthur lo guardò sorpreso, sbarrando gli occhi di un blu sbiadito. “C’è una delegazione qui. Dalle Fate. Sapevi che sarebbero venuti?”
“Sì, che gran seccatura.” Zio Arthur sospirò e fece un vago gesto in direzione del lucernario. “Messaggio dopo messaggio, quando dovrebbero sapere quanto sono impegnato.”
Julian pregò in silenzio di riuscire a mantenere la pazienza. “I messaggi, dove sono i messaggi?”
“Erano scritti su delle foglie,” rispose Arthur. “Si sono sbriciolati. Le parole sono così volubili, Julian. Sai che quando Keats è morto, aveva voluto la frase Qui giace uno il cui nome era scritto sull’acqua incisa sulla sua lapide? Un giorno tutti i nostri nomi verranno dimenticati.”
“Sì,” fece Julian.
“La mia monografia è quasi completa. Eppure hanno insistito.”
“Insistito per quale ragione, di preciso?”
“Beh, per avere un incontro, è ovvio.”
Julian prese un profondo respiro. “Conosci il perché di questo incontro, zio Arthur?”
“Sono certo che l’abbiano menzionato nelle loro lettere…” replicò vagamente zio Arthur. “Ma non me lo ricordo.” Alzò lo sguardo verso Julian. “Forse se lo sono presi i fantasmi.”
Julian si irrigidì. Arthur aveva vari tipi di giornate: quelle silenziose, quando se ne stava seduto senza rispondere a nessuna domanda, e quelle cupe, che lo facevano sprofondare in un’amara malinconia. Il fatto che avesse citato i morti implicava che questo non fosse né un giorno cupo né uno silenzioso; era uno della peggior specie, un giorno caotico, quelli in cui Arthur non faceva niente di ciò che si aspettava Julian – quando poteva scatenarsi in preda alla furia o raggomitolarsi in lacrime. Quelle giornate in cui il sapore amaro del panico riempiva la gola di Julian.
Julian mise una mano su quella di Arthur. Quella di suo zio era sottile e scheletrica; sembrava appartenere a un uomo molto più vecchio. “Vorrei che non dovessi partecipare all’incontro. Ma se non ci sarai, sembrerà sospetto.”
Arthur si tolse gli occhiali dal volto e sfregò il ponte del suo naso. “La mia monografia…”
“Lo so,” disse Julian. “È importante. Ma anche questo è importante. Non solo per la Pace Fredda, ma anche per noi. Per Helen. Per Mark.”
“Ti ricordi di Mark?” chiese Arthur. Senza occhiali, i suoi occhi erano più luminosi. “È passato così tanto tempo.”
“Non così tanto, zio,” gli rispose Julian. “Lo ricordo alla perfezione.”
“Sembra ieri.” Arthur rabbrividì. “Ricordo i guerrieri fatati. Sono entrati nell’Istituto di Londra con le armature ricoperte di sangue. Così tanto sangue, come se fossero stati tra le fila degli achei mentre Zeus faceva piovere sangue.” La mano con cui teneva gli occhiali tremò. “Non posso vederli.”
“Devi,” replicò Julian. Pensò a tutto ciò che non era stato detto: che lui stesso era stato un bambino, durante la Guerra Oscura, che aveva visto le Fate massacrare gli altri bambini, aveva sentito le urla della Caccia Selvaggia. Ma non disse nulla. “Zio, devi.”
“Se avessi la mia medicina…” disse debolmente Arthur. “Ma l’ho finita mentre non c’eri.”
“Ce l’ho io.” Julian tirò fuori la fiala dalla tasca. “Avresti dovuto chiederne dell’altra a Malcolm.”
“Non me lo sono ricordato.” Arthur si rimise gli occhiali sul naso, osservando Julian mentre versava il contenuto della fialetta in un bicchiere d’acqua sulla scrivania. “Come trovarlo… di chi fidarsi.”
“Puoi fidarti di me,” gli rispose Julian quasi strozzandosi con le parole; tese il bicchiere allo zio. “Ecco. Sai com’è fatta la Gente Fatata. Si cibano dell’incertezza umana e la usano a loro vantaggio. La medicina ti aiuterà a mantenere la calma, anche se proveranno a usare i loro trucchetti.”
“Sì.” Arthur guardò il bicchiere, in parte con desiderio e in parte terrorizzato. Il suo contenuto l’avrebbe influenzato per un’ora, forse anche meno. Dopo gli sarebbe venuta un’emicrania accecante, paralizzante, che l’avrebbe costretto a restare a letto per giorni. Julian gliela somministrava raramente proprio per questo: i postumi non valevano spesso quel momento di lucidità, ma adesso sarebbero stati necessari. Dovevano esserlo.
Zio Arthur esitò. Si portò lentamente il bicchiere alle labbra, e versò l’acqua al loro interno. Deglutì senza fretta.
L’effetto fu istantaneo. All’improvviso ogni parte di Arthur sembrò affilarsi, diventare frizzante, lucida, esatta, come uno schizzo che è stato trasformato in un disegno preciso. Si alzò in piedi e recuperò la giacca dall’attaccapanni vicino alla scrivania. “Sbrigati ad andare al piano di sotto, Jules,” disse. “Saranno nel Santuario. Di’ loro che sto arrivano.” La sua voce era calma. Normale.
Ammesso che quella cosa chiamata normalità esistesse.
“Vai, allora,” lo spronò Arthur. “Dovrò cambiarmi. Scenderò il prima possibile. Intrattienili.”
Julian si morse il labbro, e assaggiò con fare assente il sapore del sangue. Rame e sale. Diede un’occhiata al suo orologio e si diresse verso il Santuario.

 

Ogni Istituto aveva un Santuario.
Era così da sempre. Gli Istituti erano vie di mezzo tra dei municipi e delle residenze, posti in cui gli Shadowhunters e i Nascosti si presentavano per incontrare i capi della struttura. In tutta la California del sud, non c’era Shadowhunter più importante del capo dell’Istituto di Los Angeles. E il posto più sicuro in cui incontrarlo era il Santuario, lì dove i vampiri non dovevano temere il terreno benedetto, e tutti i Nascosti erano protetti da dei giuramenti.
Il Santuario aveva due porte. Una che dava verso l’esterno, e che poteva essere attraversata da chiunque; conduceva in una stanza massicciamente ricoperta di pietra. L’altra connetteva l’interno dell’Istituto e il Santuario. Solo gli Shadowhunters potevano utilizzarla. Così come la porta d’ingresso dell’Istituto, quella all’interno del Santuario lasciava passare solo coloro che possedevano sangue di Shadowhunter.
Emma si era fermata sul pianerottolo delle scale per guardare la delegazione delle Fate dalla finestra. Aveva visto i loro destrieri, senza cavalieri, legati accanto alla scalinata. Se la delegazione aveva esperienza con gli Shadowhunters, cosa probabile, li stava probabilmente già aspettato nel Santuario.
La porta per il Santuario si trovava alla fine del corridoio che conduceva all’ingresso principale dell’Istituto. Era stata realizzata con un rame che da tempo era passato dal verde al verderame; alcune rune di protezione e benvenuto percorrevano l’intelaiatura della porta, simili a viti.
Emma riusciva a sentire le voci dall’altra parte della porta: non le erano familiari; una era chiara come l’acqua, e l’altra affilata come un ramoscello che viene spezzato sotto le piante dei piedi. Strinse ancor di più Cortana e aprì l’uscio.
Il Santuario aveva la forma di una luna crescente che fronteggia le montagne – i canyon ombrosi, i cespugli argentei e verdi sparpagliati per il paesaggio. Le montagne impedivano al sole di filtrare, ma la stanza, grazie al candeliere che pendeva dal soffitto, era luminosa. La luce rimbalzava sul vetro molato e illuminava il pavimento a scacchiera, formato da quadrati di legno scuri e chiari alternati. Se ci si fosse arrampicati sul lampadario per poi guardare giù, sarebbe stato possibile notare che il pavimento aveva la forma di una runa del Potere Angelico.
Non che Emma avrebbe mai ammesso di averlo fatto.
Al centro della stanza stavano le Fate. Ce n’era solo due, una con la veste bianca e l’altra con l’armatura nera. Il cavaliere in marrone non era da nessuna parte. Entrambe avevano il viso celato. Emma riusciva a scorgere le punte delle loro dita che sporgevano dalle maniche, ma non era in grado di capire se fossero maschi o femmine.
Le riusciva di avvertire un potere selvaggio e impacciato tra loro, il bordo affannato dell’ultraterreno. Una sensazione simile alla fresca umidità dell’erba bagnata quando ti tocca la pelle, portando con sé l’odore delle radici e delle foglie e dei boccioli della jacaranda.
La fata in nero rise e si tolse il cappuccio. Emma la fissò. Aveva i capelli del verde scuro delle foglie, la pelle pallida e gli occhi del giallo dei gufi. Le sue mani erano rudi e simili alla corteccia degli alberi.
Era la fata che Emma aveva visto la notte prima al Sepolcro.
“Ci rivediamo, bionda,” le disse, e la sua bocca, che somigliava a una fessura nella corteccia, ghignò. “Sono Iarlath della Corte Seelie. Il mio compagno in bianco è Kieran della Caccia. Kieran, abbassa il cappuccio.”
La fata sollevò due mani esili; aveva le unghie quadrate e quasi traslucide. Afferrò il bordo del cappuccio e lo portò indietro con un gesto imperioso, quasi ribelle.
Emma soppresse un ansito. Era bellissimo. Non aveva la bellezza di Julian, o di Cristina – morbidamente umana –, ma somigliava alla lama tagliente, dura e scintillante di Cortana. I capelli blu scuro, del colore della vernice cobalto, circondavano un volto scolpito. I suoi occhi erano di colori diversi: quello sinistro nero, quello destro argentato. Indossava una malconcia armatura bianca che lo proclamava principe delle Fate, ma i suoi occhi – quelli lo identificavano come membro della Caccia Selvaggia.
“È per la scorsa notte?” chiese Emma, facendo correre lo sguardo da Iarlath a Kieran. “Al Sepolcro?”
“In parte,” rispose Iarlath. La sua voce aveva lo stesso suono delle foglie che scricchiolano nel vento. Delle profondità di una foresta da favola in cui vivono solo mostri. Emma si chiese se non l’avesse sentita al bar.
“È questa la ragazza?” La voce di Kieran era parecchio diversa: aveva il suono delle onde che si frangono sulla riva. Dell’acqua calda sotto una luce pallida. Era seducente, con una sfumatura di fragile gelo. Guardava Emma come se fosse un esperimento scientifico. “È graziosa,” commentò. “Non pensavo che fosse graziosa. Non l’avevi detto.”
Iarlath scosse le spalle. “Sei sempre stato parziale per quanto riguarda i biondi,” rispose.
“Okay, davvero?” Emma fece schioccare le dita. “Sono proprio qui. E non sapevo di essere stata invitata a una partita di ‘Chi è il più figo?’.”
“Io non sapevo che fossi stata invitata, punto,” replicò Kieran.
“Che maleducato,” disse Emma. “Questa è casa mia. E che ci fate qui, comunque? Siete venuti a dirmi che lui,” indicò Iarlath, “non è responsabile dell’omicidio al Sepolcro? Perché mi sembra eccessivo solo per dire che non l’hai ucciso tu.”
“Certo che non l’ho ucciso io,” scattò Iarlath. “Non essere ridicola.”
In determinate circostante, Emma avrebbe ignorato il commento. Le Fate, però, non potevano mentire. Non le Fate complete, almeno. Le mezze Fate, come Mark e Helen, erano in grado di raccontare delle bugie, ma Iarlath non sembrava una fata solo a metà.
Emma incrociò le braccia sul petto. “Ripeti dopo di me: ‘Io non ho ucciso la vittima di cui parli, Emma Carstairs’,” disse. “In questo modo saprò che è vero.”
Gli occhi gialli di Iarlath si posarono su Emma con avversione. “Io non ho ucciso la vittima di cui parli, Emma Carstairs.”
“Allora perché siete qui?” domandò Emma. “Oh, è per una di quelle connessioni mancanti? L’altra notte ci siamo incontrati e hai sentito una scintilla? Scusa, ma non esco con gli alberi.”
“Non sono un albero.” Iarlath sembrava arrabbiato; la sua corteccia si stava sbucciando leggermente.
“Emma,” la chiamò una voce dalla porta in tono d’avvertimento.
Con enorme sorpresa di Emma, si trattava di Arthur Blackthorn. Stava davanti all’ingresso del Santuario, con indosso un sobrio completo scuro e i capelli pettinati attentamente all’indietro. Quella vista fece provare una scossa a Emma; era da tempo che non lo vedeva vestito in nient’altro che maglie slabbrate su pigiami vecchi e macchiati di caffè.
Al suo fianco stava Julian, coi capelli castani tutti arruffati. Quando vide Emma, sul suo viso passò un’ombra di stupore. Emma cercò sul suo sguardo qualche segno di rabbia, ma non ne trovò nessuno – aveva l’aria di uno che ha corso la maratona, in verità, e che si sta trattenendo dall’andare in pezzi per la stanchezza e il sollievo.
“Porgo le mie scuse per il comportamento della mia protetta,” disse Arthur entrando nella stanza. “Benché non sia proibito discutere nel Santuario, è contro lo spirito del posto.” Si accomodò sull’enorme poltrona di pietra. “Io sono Arthur Blackthorn. Questo è mio nipote Julian Blackthorn.” Julian, che era in piedi di fianco alla poltrona di Arthur, chinò il capo mentre Kieran e Iarlath si presentavano. “Ora, vi preghiamo di dirci perché siete qui.”
Il convoglio fatato si scambiò delle occhiate. “Cosa,” disse Kieran, “nessuna menzione della Pace Fredda o di come questa visita sia contro la vostra Legge?”
“Mio zio non amministra la Pace Fredda,” rispose Julian. “E non è questo ciò di cui vogliamo discutere. Conoscete le regole bene quanto noi; se avete scelto di infrangerle, deve essere per una ragione importante. Se non volete condividere l’informazione, mio zio dovrà chiedervi di andarvene.”
Gli occhi di Kieran si strinsero. “Molto bene,” disse. “Siamo venuti per chiedervi un favore.”
“Un favore?” chiese Emma con stupore. I dettami della Pace Fredda erano chiari: gli Shadowhunters non avrebbero dovuto prestare soccorso né alla Corte Seelie né alla Corte Unseelie.
“Forse siete confusi,” disse Arthur in tono freddo. “Potreste aver sentito parlare dei miei nipoti; potreste pensare che perché i nostri parenti Mark ed Helen hanno sangue di fata avrete un’accoglienza più gentile di quella che potreste ricevere in altri Istituti. Ma mia nipote è stata esiliata a causa della Pace Fredda, e mio nipote ci è stato rubato.”
Il labbro di Kieran si arricciò all’angolo. “L’esilio di sua nipote è stato un decreto degli Shadowhunters, non delle Fate,” replicò. “Per quanto riguarda suo nipote…”
Il respiro di Arthur si bloccò a metà. Le mani stringevano i braccioli della sua poltrona. “La mano del Console è stata forzata dal tradimento della Regina della Corte Seelie. I guerrieri della Corte Unseelie hanno combattuto al suo fianco. Non esiste mano di fata non insanguinata. Non siamo ben disposti verso le Fate in questo posto.”
“E la Pace Fredda non è stato ciò che ci ha portato via Mark,” aggiunse Julian, le guance accese per l’emozione. “Siete stati voi. La Caccia Selvaggia. Possiamo vedere dai tuoi occhi che corri con Gwyn, non negarlo.”
“Oh,” disse Kieran con un sorrisetto sarcastico sulle sue labbra, “Non lo negherei.”
Emma si chiese se qualcun altro aveva potuto sentire il brusco respiro di Julian. “Perciò conosci mio fratello.”
Il sorrisetto non lasciò il volto di Kieran. “Naturalmente.”
Julian aveva l’aspetto di qualcuno che veniva trattenuto da una forza superiore. “Cosa sai di Mark?
“Perché fingete sorpresa?” chiese Iarlath con tono imperioso. “È follia. Abbiamo parlato di Mark della Caccia nella lettera che vi abbiamo spedito.”
Emma vide l’espressione sul viso di Julian, un lampo di shock. Fece un veloce passo in avanti, perché non voleva che fosse lui a dover fare la domanda. “Che lettera?” chiese.
“Era scritta su una foglia,” disse Arthur. “Una foglia che si è sbriciolata.” Sudava; estrasse il fazzoletto dal taschino sul petto e si asciugò la fronte. “C’erano parole che riguardavano delle uccisioni. E Mark. Non pensavo fossero reali. Ero…”
Julian fece un passo in avanti, cercando di nascondere suo zio alla vista. “Uccisioni?”
Kieran fissò Julian, e i suoi occhi bicolore si scurirono. Emma ebbe la scomoda sensazione che Kieran pensasse di sapere qualcosa del suo parabatai, qualcosa che lei stessa non conosceva. “Sai degli omicidi,” disse. “Emma Carstairs ha scoperto uno dei cadaveri la scorsa notte. Sappiamo che siete a conoscenza di episodi precedenti.”
“Perché vi interessa?” chiese Julian. “Le Fate normalmente non si immischiano nei massacri degli umani.”
“Lo facciamo se il sangue versato è sangue di fata,” rispose Kieran. Guardò le loro facce sorprese. “Chiunque sia l’assassino, sta uccidendo e mutilando anche Fate. Questo è il motivo per cui Iarlath era al Sepolcro la scorsa notte. Questo è il motivo per cui Emma Carstairs lo ha incontrato. Stavano inseguendo lo stesso assassino.”
Iarlath infilò la mano nel suo mantello e ne estrasse una manciata di mica luccicante. La lanciò in aria, dove le particelle rimasero sospese e si separarono, formando delle immagini tridimensionali. Immagini di cadaveri, cadaveri di Fate – alcuni dall’aspetto molto vicino a quello umano; alcuni Spiriti d’Acqua, con le loro branchie e i capelli verdi; alcuni Elfi, con i loro occhi completamente blu e le piccole strutture corporee. Tutti morti. Tutti avevano la pelle incisa con i segni intrecciati che avevano decorato il cadavere che Emma e Cristina avevano trovato la notte precedente.
Emma si chinò inconsciamente in avanti, nel tentativo di avere una miglior visuale sull’illusione. “Di cosa si tratta? Fotografie magiche?”
“Ricordi, conservati con la magia,” rispose Iarlath.
“Illusioni,” disse Julian. “Le illusioni possono mentire.”
Iarlath girò la mano, e le immagini cambiarono. All’improvviso Emma si trovò a fissare il cadavere dell’uomo che aveva trovato nel vicolo la notte precedente. Era un’immagine perfetta, fin nel dettaglio dell’espressione di orrore sul suo volto.
“L’hai visto,” fece Emma. “L’hai trovato prima di me. Me lo ero chiesta.”
Iarlath chiuse la mano, e gli scintillanti pezzetti di mica caddero al suolo come gocce di pioggia, mentre l’illusione svaniva. “Sì. Era già morto. Non avrei potuto aiutarlo. L’ho lasciato lì per permettervi di trovarlo.”
Emma non disse nulla. Era pressoché evidente dall’immagine che Iarlath stava dicendo la verità.
E le Fate non mentivano.
“Sappiamo che sono stati uccisi anche degli Shadowhunters,” disse Kieran.
“Gli Shadowunters vengono spesso uccisi,” osservò lo zio Arthur. “Non esiste un posto sicuro.”
“Non è così,” ribatté Kieran. “Esiste protezione là dove ci sono dei protettori.”
“I miei genitori,” disse Emma, ignorando Julian che stava scuotendo la testa nella sua direzione, come a dirle: Non dirlo, non condividere, non dare loro nulla. Sapeva che probabilmente aveva ragione – era nella natura delle Fate prendere i tuoi segreti e rivoltarteli contro. Ma c’era una possibilità, una piccolissima possibilità che sapessero qualcosa… “I loro corpi sono stati ritrovati con quegli stessi simboli, cinque anni fa. Dopo un giorno sono diventati cenere.”
Kieran la guardò con i suoi occhi scintillanti. Nessuno dei due aveva un aspetto vagamente umano: l’occhio nero era troppo scuro, quello argentato troppo metallico. “Sappiamo dei tuoi genitori,” disse. “Sappiamo della loro morte. Sappiamo del linguaggio demoniaco con cui i loro cadaveri sono stati marchiati.”
“Deturpati,” disse Emma, col respiro mozzato, e sentì gli occhi di Julian su di lei, come a ricordarle che era lì, un supporto silenzioso. “Sfigurati. Non marchiati.”
L’espressione di Kieran non cambiò. “Sappiamo anche che da anni cercate di tradurre o capire quei segni, senza alcun successo. Possiamo aiutarvi a cambiare questa situazione.”
“Cosa stai dicendo, con precisione?” chiese Julian. Gli occhi erano guardinghi; tutta la sua postura lo era. La tensione nel suo corpo era ciò che impediva a Emma di porre tutte le domande che aveva.
“Gli studiosi della Corte Unseelie hanno studiato i simboli,” disse Iarlath. “Somiglia a un antico linguaggio delle Fate. Uno esistente molto prima dell’umanità. Prima dei Nephilim.”
“Quando le Fate erano più legate ai loro antenati demoniaci,” disse Arthur con voce rauca.
Il labbro di Kieran si curvò, come se quello che Arthur aveva detto fosse disgustoso. “I nostri studiosi hanno iniziato a tradurre,” disse. Estrasse un foglio di carta sottile dall’aspetto simile a una pergamena. Emma riconobbe i disegni dei marchi che le erano ormai familiari. Quelli che erano sui cadaveri dei suoi genitori. Sotto i segni c’erano delle parole, scritte con una grafia sottilissima.
Il cuore di Emma iniziò a battere furiosamente.
“Hanno tradotto la prima riga,” disse. “Sembrerebbe essere parte di un incantesimo. Qui la nostra conoscenza ci blocca – il Popolo Fatato non si occupa di incantesimi; quella è prerogativa degli Stregoni…“
“Avete tradotto la prima riga?” esplose Emma. “Cosa dice?”
“Ve lo diremo,” disse Iarlath, “e vi consegneremo il lavoro che i nostri studiosi hanno compiuto finora, se accettate le nostre condizioni.”
Julian li fissò stringendo gli occhi. “Perché avete tradotto solo la prima riga?” chiese. “Perché non tutto quanto?”
“Gli studiosi avevano a malapena compreso il significato di quella prima riga, quando il Re della Corte Unseelie ha vietato loro di continuare,” rispose Kieran. “La magia di questo incantesimo è oscura, di origine demoniaca. Non voleva che fosse risvegliata nel regno Fatato.”
“Avreste potuto continuare il lavoro voi stessi,” disse Emma.
“Il Re ha proibito a tutte le Fate di toccare quelle parole,” sbottò Iarlath. “Ma questo non vuol dire che il nostro coinvolgimento termini qui. Crediamo che questo testo, questi segni, potranno aiutarvi a trovare l’assassino, una volta compresi.”
“E voi vorreste che noi traducessimo il resto dei simboli?” domandò Julian. “Usando la riga che avete tradotto come chiave di lettura, se non sbaglio.”
“Più di questo,” disse Iarlath. “La traduzione non è che il primo passo. Vi condurrà dall’assassino. Una volta che l’avrete trovato, lo consegnerete al Re della Corte Unseelie, davanti al quale sarà sottoposto a giudizio per l’omicidio delle Fate, e avrà giustizia.”
“Vorreste che conducessimo un’investigazione per vostro conto?” sbottò Julian. “Siamo Shadowhunters. Siamo vincolati alla Pace Fredda, proprio come voi. Ci è vietato aiutare il Popolo Fatato, ci è vietato persino intrattenervi qui. Sapete cosa rischieremmo. Come osate chiedere?”
C’era rabbia nella voce di Julian – rabbia fuori misura per una semplice richiesta, ma Emma non riusciva a ritenerlo colpevole. Sapeva cosa vedeva quando guardava le Fate, specialmente le Fate con gli occhi spezzati della Caccia Selvaggia. Vedeva le lande ghiacciate dell’isola Wrangel. Vedeva la stanza vuota dell’Istituto in cui Mark non riposava più.
“Non è soltanto la loro investigazione,” disse Emma in modo sommesso. “È anche la mia. Ha a che fare con i miei genitori.”
“Lo so,” rispose Julian, e la rabbia era svanita. C’era una sorta di dolore nella sua voce, adesso. “Ma non così, Emma…”
“Perché siete venuti qui?” lo interruppe Arthur, con l’aspetto dolorante, l’incarnato grigiastro. “Perché non da uno stregone?”
Il bellissimo volto di Kieran si distorse. “Non possiamo consultare uno stregone,” disse. “Nessuno dei Figli di Lilith vuole avere a che fare con noi. La Pace Fredda ci ha isolati anche dagli altri Nascosti. Ma voi potete. Potete andare dal sommo stregone Malcolm Fade, o dallo stesso Magnus Bane, e chiedere una risposta alle vostre domande. Noi siamo incatenati, ma voi…” Pronunciò la parola con disprezzo. “Voi siete liberi.”
“Siete venuti dalla famiglia sbagliata,” replicò Arthur. “Ci state chiedendo di infrangere la Legge per voi, come se avessimo un qualche riguardo speciale per il Popolo Fatato. Ma i Blackthorn non hanno dimenticato cosa avete preso loro.”
“No,” disse Emma. “Abbiamo bisogno di quel foglio di carta, abbiamo bisogno…”
“Emma.” Lo sguardo di Arthur era tagliente. “Basta.”
Emma abbassò lo sguardo, ma il sangue le ribolliva nelle vene, una determinata melodia di ribellione. Se le Fate se ne fossero andate portando via quel foglio di carta con loro, avrebbe trovato un modo per rintracciarle, avere l’informazione, apprendere quello che voleva sapere. Un modo qualsiasi. Se anche l’Istituto non poteva assumere quei rischi, lei poteva.
Iarlath guardò Arthur. “Non credo tu voglia prendere una decisione così in fretta.”
La mandibola di Arthur si indurì. “Perché pensi che potrei pentirmene, vicino?”
I Buoni Vicini. Un vecchio, vecchissimo termine per indicare il popolo fatato. Fu Kieran a replicare. “Perché abbiamo qualcosa che volete sopra ogni altra. E se ci aiuterete, siamo disposti a concedervela.”
Julian impallidì. Emma, guardandolo, fu per un momento troppo coinvolta nella sua reazione per comprendere lei stessa quello di cui stavano parlando. E quando lo fece, il suo cuore prese a battere in modo irregolare.
“Di cosa si tratta?” sussurrò Julian. “Cosa avete che ci interessa?”
“Oh, andiamo,” disse Kieran. “Cosa pensi possa essere?”
La porta del Santuario, quella che dava sull’esterno dell’Istituto, si aprì, e la fata con gli indumenti color marrone entrò. Si muoveva con grazia e in modo silenzioso, senza esitazione o trepidazione – non c’era nulla di umano nei suoi movimenti. Entrando nella decorazione della runa angelica sul pavimento, si fermò. La stanza era in completo silenzio mentre sollevava le mani verso il cappuccio e – per la prima volta – esitava.
Le sue mani erano umane, le dita lunghe e con una leggera abbronzatura.
Familiari.
Emma non respirava. Non riusciva a respirare. Julian aveva l’aspetto di qualcuno che stesse vivendo un sogno. Il volto di Arthur era inespressivo, confuso.
“Togli il cappuccio, ragazzo,” disse Iarlath. “Mostra il tuo viso.”
La mani familiari si strinsero sul cappuccio e lo tirarono indietro. Spingendo, e poi tirando via il mantello dalle sue spalle, come se la stoffa fosse incollata alla pelle in modo poco confortevole. Emma vide in un lampo un corpo snello e flessuoso, capelli dorati, pelle abbronzata, mentre il mantello veniva tirato via e scivolava sul pavimento formando una pozzanghera scura.
Un ragazzo era al centro della runa, affannato. Un ragazzo che sembrava un diciassettenne, con capelli chiari che si arricciavano come rami di acanto, attorcigliati a rametti e rovi, lunghi fino alle spalle. Gli occhi mostravano l’ambiguità della Caccia Selvaggia: due colori – uno color oro, l’altro blu Blackthorn. I suoi piedi erano scalzi, neri per la sporcizia, i vestiti rappezzati e strappati. La pelle mostrava centinaia di cicatrici.
Un’onda di vertigini colpì Emma, insieme a un terribile miscuglio di orrore e conforto e stupore. Julian si era irrigidito, come se fosse stato colpito da uno shock elettrico. Vide le sue labbra tirarsi, i muscoli delle guance contrarsi nervosamente. Non aprì la bocca; fu Arthur a parlare, sollevandosi per metà dalla sua poltrona, con voce debole e incerta.
Mark?
Gli occhi di Mark si spalancarono, confusi. Aprì la bocca per rispondere. Iarlath si rivoltò contro di lui. “Mark Blackthorn della Caccia Selvaggia,” sbottò. “Non parlare finché non avrai il permesso per farlo.”
Le labbra di Mark si chiusero di nuovo. Chinò il capo.
“E tu,” disse Kieran, alzando una mano mentre Julian iniziava a muoversi, “rimani dove sei.”
“Cosa gli avete fatto?” Gli occhi di Julian lanciavano lampi. “Cosa avete fatto a mio fratello?
“Mark appartiene alla Caccia Selvaggia,” disse Iarlath. “Se scegliessimo di riconsegnarvelo, sarebbe solo per nostra volontà.”
Arthur era crollato di nuovo nella poltrona alle sue spalle. Osservava come avrebbe fatto un gufo Mark e gli ospiti fatati. Il colore grigio era di ritorno sul suo volto. “I morti camminano e i perduti ritornano,” disse. “Dovremmo esporre bandiere blu dalle torri lassù.”
Kieran strinse gli occhi. “Che cosa sta dicendo?”
Julian guardò Arthur, poi Mark, poi le altre due Fate. “È in stato di shock,” disse. “La sua salute è debole; lo è dalla guerra. L’avete scioccato.”
“Viene da un vecchio poema degli Shadowhunters,” disse Emma. “Mi sorprende che non lo conosciate.”
“I poemi contengono parole vere,” osservò Iarlath, e c’era dell’ironia nella sua voce, tendente al sarcasmo. Emma si chiese se rideva di loro o di se stesso.
Julian fissava Mark, sul viso un’espressione di shock che non accennava a diminuire e di desiderio. “Mark?” disse.
Mark non sollevò lo sguardo.
Julian aveva l’aspetto di qualcuno colpito da dardi elfici, le insidiose frecce fatate che si infilavano sottopelle e rilasciavano un veleno mortale. Qualunque accenno di rabbia che Emma avesse provato nei suoi confronti la sera prima scomparve. L’espressione sul suo viso le dava la sensazione di ricevere pugnalate nel cuore. “Mark,” ripeté ancora una volta, e poi in un mezzo sussurro, “Perché? Perché non può parlarmi?”
Le arterie del collo di Julian pulsavano in modo energico. Emma se ne accorse e odiò le Fate, in modo improvviso e violento, perché trattenendo Mark, avevano nelle loro mani anche il fragile e umano cuore di Julian.
“Gwyn gli ha vietato di parlare fino alla fine delle contrattazioni,” disse Kieran. Lanciò uno sguardo a Mark, e c’era qualcosa di freddo nella sua espressione. Odio? Invidia? Disprezzava Mark per le sue origini per metà umane? Lo disprezzavano tutti? In che modo avevano dimostrato il loro odio in tutti quegli anni, quando Mark era a loro disposizione?
Emma sentiva il modo in cui Julian si stava costringendo a non avvicinarsi a suo fratello. Parlò per lui. “Perciò è Mark la vostra moneta di scambio.”
Un lampo di rabbia attraversò il viso di Kieran, improvviso e spaventoso. “Perché devi dire cose ovvie? Perché tutti gli umani lo fanno? Stolta ragazza…”
Julian si mosse; la sua attenzione venne strappata via da Mark, la schiena si addrizzò, la voce si indurì. Sembrava calmo, ma Emma, che lo conosceva bene, poteva sentire le lame ghiacciate nella sua voce. “Emma è la mia parabatai,” disse. “Se le parlerai ancora una volta con quel tono, ci sarà del sangue sul pavimento del Santuario, e non mi importa se mi condanneranno a morte per questo.”
I bellissimi e strani occhi di Kieran brillarono. “Voi Nephilim siete fedeli ai compagni che vi scegliete, devo ammetterlo.” Fece un gesto sdegnoso con la mano. “Suppongo che Mark sia la nostra moneta di scambio, se vuoi dirlo così, ma non dimenticare che è colpa dei Nephilim se ne abbiamo bisogno. C’è stato un tempo in cui gli Shadowhunters avrebbero investigato riguardo alle morti del popolo fatato solo perché credevano più nel loro compito di proteggere che nel loro odio.”
“C’è stato un tempo in cui il Popolo Fatato ci avrebbe restituito uno dei nostri, se lo avesse preso,” disse Arthur. “Il dolore della perdita è da entrambe le parti, come la perdita di fiducia.”
“Beh, dovrete fidarvi di noi,” disse Kieran. “Non avete nessun altro. O sbaglio?”
Ci fu un lungo silenzio. Lo sguardo di Julian tornò su suo fratello, senza poterci fare nulla, come se fosse attratto da lui con un laccio. “Perciò volete che troviamo il responsabile per queste uccisioni,” disse. “Che fermiamo gli omicidi delle Fate e degli umani. E in cambio ci darete Mark, se avremo successo?”
“La Corte è pronta a essere più che generosa,” disse Kieran. “Vi daremo Mark adesso. Vi aiuterà nelle vostre investigazioni. E quando le investigazioni saranno finite, potrà scegliere se rimanere con voi o tornare nella Caccia.”
“Sceglierà noi,” disse Julian in tono freddo. “Siamo la sua famiglia.”
Gli occhi di Kieran lampeggiarono. “Non ne sarei così sicuro, giovane Shadowhunter. Quelli della Caccia sono leali alla Caccia.”
“Lui non è della Caccia,” disse Emma. “È un Blackthorn.”
“Sua madre era una fata,” disse Kieran. “E lui ha cavalcato con noi, raccolto i defunti con noi, ha raggiunto livelli eccezionali nell’uso dei dardi elfici e delle frecce. È un formidabile guerriero, come Fata, ma non è come voi. Non combatterà come voi. Non è un Nephilim.”
“Sì, lo è,” disse Julian. “Il sangue degli Shadowhunters fa la razza. La sua pelle tollera i Marchi. Conosci le leggi.”
Kieran non ribatté, ma fissò Arthur. “Soltanto il capo dell’Istituto può decidere riguardo a questa materia. Dovresti lasciare che tuo zio parli liberamente.”
Emma fissò Arthur; lo fecero tutti. Arthur stringeva in modo nervoso e irritato il bracciolo della sua poltrona. “Vorreste quella fata qui in modo che possa riportarvi le nostre mosse,” disse infine, con voce tremante. “Sarà la vostra spia.”
Quella fata. Non Mark. Emma guardò Mark, ma se un lampo di dolore aveva attraversato la sua faccia impietrita era stato invisibile.
“Se avessimo voluto spiarvi, ci sarebbero stati modi più facili,” disse Kieran con un tono di freddo rimprovero. “Non avremmo avuto bisogno di consegnarvi Mark – è uno dei migliori guerrieri della Caccia. Gwyn sentirà la sua mancanza. Non sarà una spia.”
Julian si allontanò da Emma, cadde sulle ginocchia vicino alla poltrona di suo zio. Si chinò verso di lui e sussurrò ad Arthur, ed Emma cercò di ascoltare quello che diceva, ma poté comprendere solo alcune parole – “Fratello” e “investigazione” e “uccisioni” e “medicina” e “Conclave”.
Arthur sollevò una mano tremante, come per ridurre in silenzio il  nipote, oi si voltò verso le Fate. “Accettiamo la vostra offerta” disse. “A patto che non ci siano trucchi. Alla fine dell’investigazione, quando il responsabile sarà catturato, Mark compirà liberamente la scelta di restare o andarsene.”
“Naturalmente,” disse Iarlath. “A patto che l’assassino venga consegnato a noi. Vogliamo quello con le mani sporche di sangue – non sarà sufficiente dire ‘è stato fatto da questo o da quello’ o ‘i vampiri sono responsabili’. L’assassino o gli assassini saranno messi nelle mani delle Corti. Noi avremo la nostra giustizia.”
Se foste capaci di giustizia, adesso non saremmo qui, pensò Emma, ma non disse nulla.
“Prima giurate,” ordinò Julian, gli occhi verde-blu scintillanti e duri. “Dite: ‘Giuro che quando i termini dell’accordo saranno soddisfatti, Mark Blackthorn potrà decidere da solo se desidera restare parte della Caccia o tornare dalla sua famiglia come Nephilim’.”
La bocca di Kieran si strinse. “Giuro che quando i termini dell’accordo saranno soddisfatti, Mark Blackthorn potrà decidere da solo se desidera restare parte della Caccia o tornare dalla sua famiglia come Nephilim.”
Emma guardò Mark. Era inespressivo, immobile come era rimasto per tutto il tempo, come se non stessero parlando di lui, ma di qualcun altro. Sembrava in grado di guardare attraverso le mura del Santuario, osservare magari oceani distanti o un palazzo persino più distante.
“Allora penso che abbiamo un accordo,” rispose Julian. “Che Raziel ci aiuti,” mormorò.
Le due Fate si scambiarono un’occhiata, e poi Kieran andò da Mark. Posò le sue mani bianche sulle spalle di Mark e gli disse qualcosa in una lingua gutturale che Emma non riusciva a comprendere – non somigliava a niente che avesse insegnato loro Diana, né al discorso alto e flautato delle Corti, né a qualunque altro linguaggio magico. Mark non si mosse, e Kieran si allontanò, per niente sorpreso.
“È vostro, per ora,” disse guardando Arthur. “Gli lasceremo il suo destriero. Si sono… affezionati.”
“Non potrà usare il cavallo,” rispose Julian in tono duro. “Non a Los Angeles.”
Il sorriso di Kieran era pieno di disprezzo. “Penso che scoprirete che questo può usarlo.”
“Dio!” A urlare era stato Arthur. Barcollò in avanti tenendosi la testa tra le mani. “Fa male…”
Julian si spostò al fianco dello zio, allungandosi per afferrargli il braccio, ma Arthur si scostò e si alzò in piedi, il respiro incerto. “Dovrete scusarmi,” disse. “La mia emicrania. È insopportabile.”
Sembrava stare tremendamente poco bene, questo è certo. La sua pelle era del colore del gesso sporco, e il colletto della camicia gli stava attaccato alla gola per il sudore.
Kieran e Iarlath non dissero nulla. E lo stesso fece Mark, che stava ancora dondolando sul posto, gli occhi fissi sul pavimento. Le Fate osservavano invece Arthur con una bruciante curiosità nello sguardo. Emma riusciva a leggere i loro pensieri. Il capo dell’Istituto di Los Angeles. È debole, malato…
La porta interna scricchiolò, e Diana entrò nella stanza. Sembrava tranquilla come al solito. I suoi occhi scuri guardarono la scena che le stava davanti; non sembrava né sorpresa né preoccupata. “Arthur,” disse. “Sei richiesto al piano superiore. Vai. Accompagnerò il convoglio all’esterno per discutere l’accordo.”
Da quanto stava qui fuori a spiarci?, si chiese Emma mentre Arthur, con un’espressione disperatamente grata, superava Diana e raggiungeva la porta. Diana sapeva essere silenziosa come un gatto, quando lo desiderava, quindi era chiaro che li stesse ascoltando.
“Sta morendo?” domandò Iarlath con una certa curiosità, seguendo con lo sguardo Arthur mentre lasciava il Santuario.
“Siamo mortali,” rispose Emma. “Ci ammaliamo, invecchiamo. Non siamo come voi. Ma non dovrebbe sorprendervi.”
“Basta,” disse Diana. “Vi condurrò fuori dal Santuario, ma prima – la traduzione.” Allungò una mano scura e sottile.
Kieran le passò un foglio quasi trasparente, guardandola con un’espressione storta. Diana abbassò lo sguardo per osservarlo. “Che dice la prima frase?” chiese Emma, incapace di fermarsi.
Diana aggrottò la fronte. “Fuoco all’acqua,” rispose. “Che significa?”
Iarlath le lanciò un’unica occhiata gelida, poi si mosse per raggiungerla. “Scoprirlo è il vostro lavoro.”
Fuoco all’acqua? Emma pensò ai corpi dei suoi genitori, affogati e poi sbriciolatisi come la cenere. Al corpo dell’uomo nel vicolo, bruciato e poi inzuppato nell’acqua di mare. Guardò Julian, chiedendosi se la sua mente stesse percorrendo gli stessi pensieri – ma no, lui stava osservando il fratello, senza muoversi, come se fosse congelato.
Emma desiderava mettere le mani sul foglio, ma Diana l’aveva già messo nella sua giacca, e stava conducendo le due Fate verso l’uscita del Santuario. “Capite che dovremo investigare su questa faccenda senza che il Conclave lo sappia,” disse mentre Iarlath le si affiancava. Kieran stava dietro di loro, accigliato.
“Capiamo che temete il vostro governo, sì,” rispose Iarlath. “Li temiamo anche noi, gli architetti della Pace Fredda.”
Diana non abboccò. “Se per caso doveste contattarci durante l’investigazione, dovrete farlo con molta attenzione.”
“Verremo solo nel Santuario, e voi potrete lasciare qui i vostri messaggi,” disse Kieran. “Se dovessimo sentir dire che avete parlato del nostro accordo con qualcuno al di fuori di queste mura, specialmente con dei non Nephilim, resteremo molto scontenti. Anche Mark ha giurato segretezza alla Caccia. Scoprirete che non disubbidirà.”
La luce del sole filtrò all’interno del Santuario mentre Diana apriva le porte esterne. Emma provò una fitta di gratitudine per la sua insegnante, mentre Diana e le due Fate sparivano. Gratitudine per aver risparmiato Arthur – e per aver risparmiato a Julian un altro secondo in cui avrebbe dovuto fingere di stare bene.
Perché Jules stava guardando suo fratello – finalmente lo stava davvero guardando, senza che nessuno vedesse o giudicasse le sue debolezze. Senza che nessuno, all’ultimo istante, gli portasse di nuovo via Mark.
Mark sollevò lentamente il capo. Era sottile come un’asse, molto più piccolo e ossuto di quanto lo ricordasse Emma. Non sembrava essere invecchiato tanto quanto si era affilato, come se le ossa di mento, guance e mascella fossero state ridefinite utilizzando degli strumenti precisissimi. Era magro ma grazioso, in quel modo tipico delle Fate.
“Mark,” sospirò Julian, ed Emma ripensò agli incubi che avevano svegliato Julian nel corso degli anni, chiamando il fratello, Mark, e a quanto sembrava disperato, perso. Adesso era impallidito, ma i suoi occhi splendevano come se stesse osservando un miracolo. Ed effettivamente era una specie di miracolo, pensò Emma: le Fate non restituivano ciò che avevano preso.
O, almeno, non lo ridavano mai senza cambiarlo.
Emma sentì improvvisamente il gelo correrle nelle vene, ma non emise neanche un verso. Non si mosse mentre Julian faceva un passo in direzione del fratello, e poi un altro, e poi parlava con voce rotta. “Mark,” sussurrò. “Mark. Sono io.”
Mark guardò Julian dritto in viso. C’era qualcosa di strano nei suoi occhi di due colori diversi; quando Emma l’aveva visto per l’ultima volta, aveva tutti e due gli occhi blu, e la biforcazione sembrava parlare di qualcosa di rotto, in lui, come un pezzo di ceramica che si è scheggiato sulla parte smaltata. Guardò Julian, osservando la sua altezza, le sue spalle larghe e la figura alta e dinoccolata, i suoi capelli castani arruffati, i suoi occhi da Blackthorn, e parlò per la prima volta.
La sua voce suonò ruvida, raschiata, come se avesse urlato a lungo.
“Padre?” chiese, e poi, mentre Julian prendeva un respiro turbato, gli occhi di Mark ruotarono all’indietro e lui collassò sul pavimento, svenuto.

Extra tradotto: Awake, il primo capitolo di City of Bones dal punto di vista di Jace!

Shadowhunters, ogni promessa è debito… e quindi ecco Awake, il primo capitolo di Città di Ossa dalla prospettiva di Jace. ;)

NO, non è una fan fiction. È un CAPITOLO BONUS che la nostra Cassandra ha scritto per una nuova edizione da collezione di City of Bones (in versione “hardcover”, con la copertina nuova e un poster esclusivo) in vendita esclusivamente da Barnes and Noble.
NON è l’incipit di un nuovo libro. Cassie ha già scritto altre scene dal punto di vista di Jace (se non le conoscete, andate QUI), e questo è solo un nuovo extra. :)

Vi avevo anticipato e promesso in pagina la mia traduzione, e quindi eccola qui. ;) Spero che vi piacerà tanto quanto è piaciuto a me (ovvero, TANTISSIMO)!

NOTA BENE: prima di lasciarvi all’extra, due piccole annotazioni.

Uno: all’interno del testo c’è una battuta che in inglese gioca sul suono delle parole “Denial” (“Negazione”) e “The Nile” (“Il Nilo”). In originale, la frase dice: « Denial is not just a river in Egypt. », ovvero: « Negazione [“Denial”, che suona come “The Nile”/Il Nilo] non è solo un fiume in Egitto. »
Per ovvie ragioni rendere in italiano il gioco di parole era difficile (avrei dovuto modificarlo completamente), e ho preferito rinunciare, tradurre lo scambio così com’è (fa ridere comunque, solo che sembra insensato, LOL) e inserire questa nota. :3
Tenetela bene a mente!
Due: NON PRELEVATE LA TRADUZIONE.

Per poter leggere e tradurre questo extra ho dovuto acquistare l’edizione da collezione di City of Bones e aspettare un mese intero – con l’ansia e le unghie mezze rosicchiate (no, dai, questo no. Ero solo in ansia) – che mi consegnassero il libro.

Mi è quindi costato tempo (la traduzione ha richiesto un po’), soldi e salute mentale XD, e preferirei NON vedere il frutto del mio lavoro prelevato e ricaricato in giro.

Se vi va di far leggere ad altre persone l’extra, CONDIVIDETE IL LINK. È semplice, non vi obbligherà a inventarvi dei metodi alternativi per copiare il testo e rispetterete il mio lavoro. :)

Grazie!

“Come vi sembro?”
In piedi sul caldo marciapiede all’esterno del Pandemonium Club, Isabelle Lightwood fece una lenta giravolta davanti a Jace e Alec.
“Come se stessi indossando un lenzuolo,” rispose Jace.
Lei si fermò e gli lanciò un’occhiataccia. Alec rise lievemente. Amava sua sorella, ma i suoi occasionali attimi di sconcerto lo divertivano.
“Sta’ zitto,” fece Isabelle. “Sto benissimo.”
Ed era vero, ovviamente. Izzy combinava il cacciare i demoni e lo stile. Indossava un diafano abito bianco che le arrivava agli stivali – dei grossi stivali neri con delle fibbie sui lati. Il suo pendente di rubino, un cimelio di famiglia dei Lightwood, le pulsava alla base del collo. Tirò fuori lo stilo da uno stivale e indicò Jace con la punta.
“Ti servono altre rune,” disse.
“Gliele disegnerò io,” si inserì Alec. “Per via della forza dei parabatai e tutta quella roba lì.”
Jace si arrotolò la manica e allungò il braccio. La strada era animata da numerose persone, la maggior parte delle quali si muoveva per mettersi in fila per entrare nel Pandemonium. Un buttafuori stava allontanando della gente – tutti tranne le belle ragazze e i giovani dall’aria ricca.
Dal marciapiede saliva il caldo dell’estate. Lo stilo che Alec teneva tra le dita toccò la pelle di Jace, e la punta scivolò su e giù per il suo braccio, disegnandogli rune per proteggerlo, per renderlo più forte, più veloce, più silenzioso mentre camminava. Alec teneva il capo chino, i capelli neri che gli coprivano il volto, un labbro tra i denti. Sembrava un bambino, sebbene avesse quasi diciotto anni.
“Probabilmente riusciremmo a entrare anche senza l’incanto per diventare invisibili,” osservò Isabelle, allungando il collo per guardare la strada. “Metà di queste persone ha più tatuaggi di noi.”
“Ma nessuno di loro è attraente quanto noi.” Jace sbarrò gli occhi mentre la runa per vedere da molto lontano cominciava a fare effetto e seguì lo sguardo di Isabelle. A metà della fila vide uno scorcio di qualcosa di estremamente luminoso. Capelli rossi. Una ragazza con dei luminosi capelli scarlatti stava in fila accanto a un ragazzo occhialuto che gesticolava animatamente. “Beh,” si corresse. “Quasi nessuno di loro.”
Isabelle guardò confusa l’ingresso del locale. La ragazza dai capelli rossi stava sorridendo. Jace si chiese se Isabelle riuscisse a vederla. C’era qualcosa in lei. Era come guardare qualcosa di luminoso. Non solo i suoi capelli, il loro colore, ma una luminosità che sembrava venirle dall’interno.
“Ben fatto,” si complimentò Isabelle. “Un demone.”
Un demone? Quella ragazza non poteva assolutamente essere…
“Con i capelli blu,” disse Alec posando lo stilo, e Jace si rese improvvisamente conto di non aver notato il ragazzo che stava proprio davanti alla rossa. Aveva dei capelli blu che gli stavano ritti in testa come delle spine e dei piercing alle sopracciglia. “Eidolon.” Alec fece un gesto col capo in direzione di Jace. “Andiamo?”
Per un attimo, Jace non rispose. Il demone scivolò nel locale, e il buttafuori fermò la ragazza coi capelli rossi e il suo amico.
Jace si mise a posto la manica. All’improvviso riusciva a sentire tutto: l’aria calda e immobile, il peso delle armi nella sua cintura, i guanti intorno ai polsi. Odiava l’estate, quando il caldo lo teneva sveglio, gli bruciava la pelle, inghiottiva il suo respiro. Solo in questi momenti, quando il mondo si restringeva intorno alla punta sottile e appuntita della caccia, sentiva freddo.
Il buttafuori indietreggiò, e la ragazza rossa entrò nel locale insieme al suo amico dai capelli scuri. Si voltò una sola volta per guardarsi indietro, il viso simile a un piccolo ovale pallido nella fioca luce.
“Jace?” ripeté Alec, guardandolo con aria confusa. “Cominciamo?”
“Sì,” rispose Jace.

Nascosto al buio, Jace osservava Isabelle scivolare tra il fumo di ghiaccio secco che aleggiava tra la folla nel club, simile a un’ombra bianca tra tante scure. Era invisibile agli occhi dei mondani, anche se il DJ aveva alzato lo sguardo, quando lei era passata. I mondani continuavano a ballare, inconsapevoli, tutti capelli e corpi in movimento.
“Forse dovremmo cercare di mischiarci a loro,” suggerì Jace ad Alec, che se ne stava appoggiato a un pilastro accanto a lui. “Ballando, o facendo qualcosa di simile.”
Alec lo guardò con disgusto. Lui non ballava. Gli piaceva seguire le regole, e non apprezzava il sembrare un idiota. Il che per certi versi era un peccato, era sempre solito pensare Jace, perché Alec era un bravo combattente, e in genere le persone che sanno combattere bene sanno pure ballare. Ma era abbastanza sicuro che Alec avrebbe preferito uscire con un demone Raum che ballare in pubblico, anche mentre era – tecnicamente – invisibile.
“I mondani ballano,” rispose Alec. “Tra parentesi, dovremmo tenere d’occhio Izzy.”
“Mm.” Jace fece scivolare lo sguardo lungo la stanza. Notare un ragazzo coi capelli blu potrebbe sembrare una cosa semplice, ma non in mezzo a quella folla. Metà di loro aveva i capelli verdi, rosa o arancione. Due mondani alti si stavano baciando, le extension intrecciate tra loro. C’erano un paio di Nascosti, di quelli innocui – un ragazzo fata con uno zainetto incantato che vendeva un po’ di radice schiacciata e della polvere magica. Il DJ era sicuramente un licantropo, così come la ragazza graziosa e coi capelli ricci che ballava da sola. Andò a finire contro qualcuno e si accigliò.
Erano la rossa e il suo amico. Jace raddrizzò la schiena. La ragazza si era sciolta la coda, e ora i capelli del colore del tramonto le cadevano lungo le spalle. Stava ballando con gli occhi chiusi. E Jace sentì qualcosa rimescolarglisi dentro mentre osservava i suoi movimenti, come se fosse riuscita a trovare il suo cerchio di pace in mezzo al caos. Sembrava serena per ragioni che Jace non riusciva a capire mentre ballava – e lui delle persone che ballavano e si muovevano con rara abilità e grazia impressionante le aveva viste – senza alcun senso del ritmo o pratica.
Jace pensava raramente ai mondani. Erano le persone che si supponeva che dovesse proteggere, ma suo padre l’aveva cresciuto perché non pensasse mai a loro come a nient’altro che una massa con bisogni e desideri. Il bisogno di essere salvati. Il desiderio di restare ignoranti. Di non conoscere mai l’oscurità che li circondava, le cose che si muovevano nell’ombra.
Non aveva mai pensato che portassero della luce dentro di loro. Ma la ragazza coi capelli rossi – la luce la circondava.
“Stai fissando,” disse Alec. Il suo tono era rigido, di disapprovazione. “Quella ragazza. Con i capelli rossi.”
“Quella con l’amico coi capelli scuri?” rispose Jace. “Non è vero.”
“Se non la stessi fissando, non sapresti che ha un amico coi capelli scuri,” osservò Alec, che era letterale fino al midollo. “E, oltretutto, quello probabilmente è il suo ragazzo.”
“No,” ribatté immediatamente Jace, e poi si rese conto di non avere nessun motivo per pensarla così, e che probabilmente non avrebbe dovuto fare speculazioni sulle vite amorose dei mondani. Scrollò le spalle.
“Negazione,” fece Alec, “non è solo un fiume in Asia.”
“Egitto,” lo corresse Jace. “Non è solo un fiume in Egitto, Alec.”
“Giusto,” disse Alec. “Non è un fiume neanche lì.”
Jace si inclinò verso il suo parabatai. “No, guarda, Alec, il Nilo è in Egitto.” Sospirò davanti all’espressione confusa di Alec. “Non importa. La battuta è morta. L’hai uccisa tu.”
“Parlando di uccisioni.” Alec portò una mano sulla spalla di Jace e lo fece voltare perché guardasse il lato più lontano della stanza. Con un pizzico di riluttanza, Jace distolse lo sguardo dalla ragazza sulla pista da ballo e guardò Izzy sparire dietro una porta su cui era scritto INGRESSO VIETATO. Il demone dai capelli blu la seguì.
L’adrenalina cominciò a scorrere nelle vene di Jace, fredda e affilata, e lui dimenticò sia la ragazza che tutto il resto; tutto tranne la caccia.
“La partita è iniziata,” disse.

Isabelle stava ridendo.
Le finestre nello sgabuzzino erano posizionate in alto e ricoperte di sporco; lasciavano filtrare solo un po’ di luce. Il pavimento era disseminato di spazzatura, i detriti di milioni di feste: palloncini bucati, bastoncini luminosi scarichi, bottiglie fracassate, vecchi cavi elettrici. Tra tutta quella roba stava pure il corpo del demone dai capelli blu: aveva le caviglie intrappolate dalla frusta dorata di Isabelle.
Jace afferrò il demone e lo sollevò, sbattendolo poi contro un pilastro di cemento. Alec, la metà sempre efficiente di Jace, aveva già tirato fuori il filo elettrico e stava legando le mani dell’Eidolon. La soddisfazione faceva le fusa nelle vene di Jace. Si spostò dal punto in cui stava, mettendosi di fronte al demone. Adesso riusciva a vedere ciò che stava al di sotto del suo falso viso umano: era pericoloso e alieno.
A volte, quando guardava negli occhi dei demoni, a Jace sembrava di osservare altri mondi: posti morti che i demoni avevano consumato. Fiumi di lava e acri di sabbia bruciata, simile a vetro fuso.
Shadowhunter,” sibilò il demone.
Proprio come ogni altro. Jace sentì una scintilla di qualcosa – noia? – mentre tirava fuori la spada angelica. I demoni erano tutti uguali – almeno, quelli capaci di parlare. Biascicavano, negavano. Affermavano di sapere dove si trovava Valentine. Offrivano oro e gemme, a volte. Una volta gli avevano proposto delle ballerine nude. Jace aveva quasi accettato. Quel sabato era stato particolarmente lento.
E poi la noia di Jace esplose in un milioni di pezzi mentre la ragazza coi capelli rossi veniva fuori dal suo nascondiglio dietro un pilastro. “Smettetela!” urlò. “Non potete farlo.”

Era come se la terra sotto i piedi di Jace si fosse mossa. Era a stento consapevole del fatto che la sua spada angelica fosse caduta per terra.
I mondani non potevano vedere gli Shadowhunters incantati. Di sicuro non li seguivano, e certamente non spuntavano dal niente, guardandoli con espressioni sia spaventate che determinate, per salvare le vite dei demoni.
“Cos’è questa?” domandò Alec; aveva un’espressione sconcertata.
“Una ragazza,” rispose Jace. Si avvicinò alla rossa, che stava dritta con i piedi ben piantati, le mani sui fianchi e nessuna intenzione di andarsene via spaventata. Jace si era vagamente reso conto della camicia larga e sbottonata che la ragazza indossava sopra a una canotta.  E del modo in cui le pulsava la gola e il suo respiro accelerava. “Una ragazza mondana,” aggiunse. Di sicuro non era un demone. La sua pelle era cosparsa leggermente di lentiggini, e i suoi occhi erano di un verde scuro insolito, simile alle foglie nella foresta di Brocelind. “E riesce a vederci.”
“Ovvio che riesco a vedervi,” scattò lei. “Non sono cieca, sai.”
Dietro Jace, il demone sibilò. Il suo camuffamento si era decisamente ridotto, adesso, e c’erano delle cose che si muovevano sotto la sua pelle. Stava ghignando, probabilmente perché divertito all’idea che una mondana lo stesse difendendo.
“Oh, invece sì,” mormorò Jace recuperando il suo pugnale. “È solo che non lo sai.”
Lanciò un’occhiata ad Alec e Isabelle. Uccidere un demone davanti a un mondano, ammesso che non fosse per via di una minaccia immediata, era un no-no. I mondani non dovevano sapere dei demoni. Per una delle prime volte in vita sua, Jace si ritrovò indeciso sul da farsi. Non potevano lasciare la ragazza con l’Eidolon; l’avrebbe uccisa. Se avessero lasciato l’Eidolon da solo, sarebbe fuggito e avrebbe ucciso qualcun altro. Se fossero rimasti e l’avessero ucciso, si sarebbero fatti scoprire.
“Tramortiscila,” mormorò Alec a bassa voce. “Limitati a… colpirla in testa con qualcosa.”
“Va’ e basta,” disse Jace alla ragazza. “Esci fuori di qui, se sai cos’è bene per te.”
Ma lei non fece altro che puntare i piedi con più forza. Jace riusciva a vedere l’espressione nei suoi occhi, simile a punti esclamativi: no! No!
“Non andrò da nessuna parte,” gli rispose lei. “Se dovessi farlo, lo ucciderete.”
Jace dové riconoscere che era vero. “Che ti importa?” Indicò il demone con un coltello. “Non è una persona, ragazzina. Potrà sembrare una persona e parlare come una persona e sanguinare come una persona. Ma è un mostro.”
Jace!” Gli occhi di Isabelle lampeggiarono. Erano senza fondo, neri, arrabbiati. Isabelle non si arrabbiava mai come quando Jace rischiava di mettersi nei guai o in pericolo. E adesso stava rischiando entrambe le cose. Rischiava di infrangere la Legge – parlare degli affari degli Shadowhunters con una mondana – e, cosa ancora peggiore, si stava divertendo. C’era qualcosa in questa ragazza, nella sua tempesta di capelli rossi e nei suoi scattanti occhi verdi, che lo faceva sentire come se le sue vene fossero piene di polvere da sparo e lei fosse un fiammifero.
Come se, se l’avesse toccata, sarebbe andato in fiamme. Ma del resto, lui amava le esplosioni.
Alec stava dicendo qualcosa, così come pure la ragazza, e Jace li fissò entrambi. Sentì Alec pronunciare il suo nome, e poi il demone si liberò.
Jace vide la rossa inciampare e cadere, e il suo corpo venne percorso da una fitta di panico – abbastanza da distrarlo, e così il demone lo buttò per terra. Rotolarono insieme sul pavimento. Jace provò dolore nei punti dove il demone gli aveva lacerato la pelle con gli artigli. Isabelle corse da lui con la sua frusta; Alec gli si avvicinò con la spada, e Jace si contorse verso l’alto, liberando il pugnale. Lo conficcò nel petto del mutaforma.
Si sentì grato per la caduta della ragazza mondana. In questo modo non poteva vedere il viso del mutaforma sciogliersi, mostrando la maschera da insetto al di sotto, il cerchio di una dozzina di occhi rossi, le fauci gocciolanti. Non si sarebbe spaventata.
Jace si diede una spinta per allontanarsi, e si mise incespicando in piedi. Sentì Alec al suo fianco, preoccupato, che gli teneva una mano sul braccio. C’era sangue sull’avambraccio di Jace, lì dove gli artigli dell’Eidolon l’avevano squarciato. Gli occhi blu di Alec erano pieni di panico.
“Va tutto bene,” mormorò Jace. “Va tutto bene, non usare lo stilo, non davanti a lei…”
Alec era incredulo. “Ma sei ferito.”
“Starò bene…”
Jace sentì un ansito e si voltò: Isabelle stava davanti alla mondana, la frusta stretta intorno al polso della ragazza. “Stupida piccola mondana,” fece Izzy. “Avresti potuto far ammazzare Jace.”
Gli occhi della ragazza si spostarono su Jace.
Al loro interno non c’era paura. La frusta le stava chiaramente facendo male, e lei era altrettanto chiaramente scioccata e arrabbiata. Ma non aveva paura.
“Lasciala andare,” disse Jace con dolcezza. Non aveva avuto intenzione di parlare con dolcezza o gentilezza. Il tono lo riportò indietro di molti anni, a un ragazzino che confortava un uccello, parlandogli con dolcezza, addestrandolo, accarezzando le sue ali. Lo riportò a un tempo e a un momento in cui non era stato estraneo alla gentilezza, e l’amore non era distruzione.
Ai ricordi di casa a cui teneva di più.
Non c’era motivo perché dovesse guardare questa ragazza, coi suoi capelli rossi selvaggi e gli occhi brillanti, e pensare a casa sua. Ma era così.
Isabelle la lasciò andare, la frusta che cadeva per terra. Il polso della ragazza stava sanguinando; lei, però, si rifiutava di abbassare lo sguardo per osservarlo. Alec stava dicendo qualcosa riguardo al fatto che avrebbero dovuto portarla all’Istituto, presentarla a Hodge, ma Jace stava avanzando, avvicinandosi a lei. Non poté farne a meno. Aveva la sensazione che, se fosse riuscito a metterla a fuoco, avrebbe capito che stava succedendo.
Il suo sangue stava scorrendo più velocemente. La stanza era cupa, ma gli sembrava troppo luminosa. Le voci di Alec e Isabelle erano troppo rumorose. Parlò, interrompendoli: “Hai avuto a che fare con i demoni, ragazzina? Hai camminato con gli stregoni, parlato coi Bambini della Notte? Hai…”
Il mento della ragazza si sollevò. Aveva le mani strette a pugno intorno ai fianchi. Con un pizzico di sorpresa, Jace si rese di quanto era piccola. Minuscola. Avrebbe potuto sollevarla come una bambola. “Il mio nome non è ragazzina,” gli rispose.
“Mi dispiace,” fece Jace.
Si immobilizzò. Alec e Isabelle lo stavano fissando. Sembravano sconvolti. Non poteva biasimarli. Non riusciva a ricordare l’ultima volta che si era scusato per qualcosa.
Ironicamente, la ragazza sembrava essere l’unica a non averlo sentito. La porta dello sgabuzzino si era aperta fragorosamente, e da lì aveva cominciato a filtrare della luce. Sul vano c’era qualcuno. Un ragazzo alto, con i capelli scuri e gli occhiali. Al suo fianco stava uno dei buttafuori del club.
“Clary?” chiamò il ragazzo. Stava guardando la stanza, e, basandosi sull’espressione del suo viso, era ovvio che riuscisse a vedere la rossa, ma non Alec, Isabelle e Jace.
Clary. Il suo nome non poteva essere che quello. Clary, chiarezza, la salvia sclarea [NdT: in inglese, “Clary sage”] che, secondo il folklore, donava la Vista ai mondani. Un nome che sapeva di luce, luminosità e visione. Il nome perfetto per una ragazza che sembrava in grado di vedere tutto. Di vedere attraverso tutto. Di vedere proprio attraverso di lui.
Clary lanciò un’occhiata alle sua spalle; non a tutti e tre, solo a Jace. Restò immobile mentre lo sguardo di lei lo percorreva – confuso, annebbiato, impressionato. Come se, come Amleto, stesse guardando qualcosa di meravigliosamente strano per gli occhi degli umani.
E nello sguardo di lei a Jace parve di scorgere una scintilla di rimpianto mentre si voltava e si allontanava da loro tre.

Isabelle scoppiò a ridere mentre la porta si chiudeva dietro Clary, e lanciò a Jace un’occhiata incredula. “Che cos’era quello?” chiese.
Jace scrollò le spalle, concentrandosi nel rimettere la spada angelica nella sua cintura. “Non penso che fosse una mondana con la Vista,” rispose. “Se lo fosse, in passato avrebbe già avuto modo di vedere il Mondo delle Ombre.”
“Non quello,” replicò Isabelle. “Voglio dire, è stato stranissimo e Hodge andrà fuori di testa quando gli diremo che una ragazza mondana ci ha visti, ma io parlavo di te.”
Jace alzò lo sguardo, sorpreso. Alec e Isabelle lo stavano osservando con aria grave. Era semplice notare quanto fossero simili in momenti del genere – avevano gli stessi capelli neri, la stessa serietà nell’espressione, la stessa struttura ossea beffarda. “Io che c’entro?”
“‘Hai avuto a che fare coi demoni?’” lo imitò Isabelle in un tono che a Jace parve inadeguato. “Era la tua versione di: ‘Vieni qui spesso? Che tipo di musica ti piace?’ Perché eri completamente ossessionato da lei.”
“Clary è rimasta qui per circa cinque minuti,” rispose Jace. “Non abbastanza per farmi venire un’ossessione.”
“Clary? Hai notato il suo nome?” Alec inarcò le sopracciglia. “Va bene, basta. Vieni qui.” Si portò Jace vicino, scoprendogli il braccio ferito, e tirò fuori lo stilo.
“Dovremmo trovarla,” disse Jace mentre Alec cominciava a disegnargli una runa della guarigione. “Come ho già detto, non penso che sia una mondana.”
“Beh, possiamo dirlo a Hodge,” suggerì Alec in tono ragionevole. “Ci farà sapere cosa dobbiamo fare.”
“So già cosa fare,” fece Jace, abbassando lo sguardo verso l’Iratze ormai finito sul suo braccio. La ferita si stava già chiudendo. “Devo trovarla.”
Alec, che era stato impegnato a posare lo stilo, si immobilizzò di scatto. “Perché?” chiese.
“Perché penso che fosse una Pesci e voglio chiederle conferma,” replicò Jace, irritato. “Perché poteva vederci! Deve significare qualcosa!”
“O forse no,” rispose Alec; sembrava irritato.
“A voi che importa?” domandò Jace. “Mi terrà impegnato. Il diavolo trova lavoro alle mani oziose, sapete. Dio solo sa in quali guai potrei cacciarmi altrimenti.”
“Sei pazzo,” gli disse Isabelle. “Questa storia è folle. Non ha alcun senso.”
Jace incontrò il suo sguardo. Non riusciva a trovare la forza di incrociare quello di Alec, sebbene Alec fosse una presenza sicura, costante e amata al suo fianco. Guardò quindi Izzy – Izzy, che aveva la ferocia nell’anima, che cercava l’oblio coi Nascosti, che manteneva i suoi segreti e che, sentiva Jace, era in grado di comprendere, proprio come lui, l’esatto tipo di attrazione che si prova per il voler fare cose insensate.
Isabelle gli sorrise. Era uno dei suoi sorrisi rari, quelli che in genere cercava di nascondere. “Guardati,” gli disse. “Sembra che tu ti sia svegliato.”
“Non stavo dormendo,” rispose Jace.
“Se fosse stato addormentato lo sapresti,” fece Alec. “Russa.”
Ma Isabelle si limitò solo a fare un altro sorrisino. “Forse,” disse. Alec si era sistemato al fianco di Jace, dall’altra parte, e non vedeva chiaramente l’ora di andarsene.
“Usciamo,” disse Alec, e mentre attraversavano la massiccia porta dello sgabuzzino Jace si voltò un’ultima volta, guardando oltre il punto in cui lei se n’era stata in piedi tra i cavi. Clary, la ragazza coi capelli rossi. Dov’era stata, e l’aveva visto. Non solo attraverso la magia, ma pure attraverso l’armatura che aveva indossato, attraverso le finzioni e le chiacchiere; l’aveva guardato, ed era stata curiosa e non spaventata.
Mentre tornavano dalla musica e il rumore e il calore, Jace chiuse un’unica volta gli occhi e ricordò un uccello che volava libero contro il cielo blu.

Traduzione: uno snippet di “Awake”, extra su Clary e Jace!

La nostra Cassie ci ha regalato un pezzetto di un extra presente nell’edizione speciale di “Città di Ossa” venduta da Barnes and Noble. Si tratta di “Awake”, il primo capitolo del romanzo visto dal punto di vista di Jace. :)

 

Trovate lo snippet qui di seguito, tradotto da noi, insieme all’introduzione di Cassie!

 

 

 

« “Ciao, Cassie, in [un] post hai citato un’edizione speciale di Città di Ossa con un POV di Jace; hai qualche notizia a riguardo?
PS: GRAZIE PER
[NdT: delle cose che riguardano Simon, Isabelle e Shadowhunter Academy. Per evitare spoiler, non vi diremo cosa – ma chi ha letto il sesto racconto lo sa]! <3

*Saluta* Sizzy! Nel mentre, le nuove copertine dei romanzi di TMI usciranno settimana prossima – aspettatevi di trovarle nelle librerie vicino a voi [NdT: in America, ovviamente]. L’edizione speciale di Città di Ossa è l’unica reperibile con la copertina rigida.

È disponibile solo tramite Barnes and Noble. A meno che le persone non decidano di venderla tramite eBay, non sarà mai disponibile da nessun’altra parte.

Tutte le nuove edizioni contengono delle mappe di New York (TMI) o Londra (TID) e dei miei messaggi in cui spiego un po’ perché ho scritto ogni serie. Solo l’edizione di B&N è 1) con la copertina rigida, 2) un libro che contiene la scena di apertura di Città di Ossa dal punto di vista di Jace.

Si chiama “Awake”, per via di questa citazione: Quando si trattava degli altri, era sempre come se fosse sveglio solo per metà. E quando ha incontrato te, si è svegliato. – Isabelle a Clary, Città di Vetro »

 

 

 

 

 

Jace guardò oltre Alec e Isabelle. Uccidere un demone davanti a un mondano, ammesso che non fosse per via di una minaccia immediata, era un no-no. I mondani non dovevano sapere dei demoni. Per una delle prime volte in vita sua, Jace si ritrovò indeciso sul da farsi. Non potevano lasciare la ragazza con l’Eidolon; l’avrebbe uccisa. Se avessero lasciato l’Eidolon da solo, sarebbe fuggito e avrebbe ucciso qualcun altro. Se fossero rimasti e l’avessero ucciso, si sarebbero fatti scoprire.
“Tramortiscila,” mormorò Alec a bassa voce. “Limitati a… colpirla in testa con qualcosa.”
“Va’ e basta,” disse Jace alla ragazza. “Esci fuori di qui, se sai cos’è bene per te.”
Ma lei non fece altro che puntare i piedi con più forza. Jace riusciva a vedere l’espressione nei suoi occhi, simile a punti esclamativi: no! No!
“Non andrò da nessuna parte,” gli rispose lei. “Se dovessi farlo, lo ucciderete.”
Jace dové riconoscere che era vero. “Che ti importa?” Indicò il demone con un coltello. “Non è una persona, ragazzina. Potrà sembrare una persona e parlare come una persona e sanguinare come una persona. Ma è un mostro.”
“Jace!” Gli occhi di Isabelle lampeggiarono. Erano senza fondo, neri, arrabbiati. Isabelle non si arrabbiava mai come quando Jace rischiava di mettersi nei guai o in pericolo. E adesso stava rischiando entrambe le cose. Rischiava di infrangere la Legge – parlare degli affari degli Shadowhunters con una mondana – e, cosa ancora peggiore, si stava divertendo. C’era qualcosa in questa ragazza, nella sua tempesta di capelli rossi e nei suoi scattanti occhi verdi, che lo faceva sentire come se le sue vene fossero piene di polvere da sparo e lei fosse un fiammifero.
Come se, se l’avesse toccata, sarebbe andato in fiamme. Ma del resto, lui amava le esplosioni.

Extra tradotto: numerose scene tagliate da City of Lost Souls!

Alla fine le restanti scene tagliate (sono dodici, di varie dimensioni) le abbiamo caricate oggi. ;) Speriamo vi piacciano!

PS: se vedete un “____”, è perché la parola nella versione originale del testo era stata omessa (visto che la scena tagliata era stata regalata a noi fan prima dell’uscita effettiva di Città delle Anime Perdute).

1 – Questa volta, quando Clary suonò il campanello, lei e Simon, anziché ritrovarsi nel corridoio buio davanti alla stanza della Regina, finirono in una caverna umida che sapeva di muffa; le pareti gocciolavano acqua fredda, il terreno era fangoso e marrone sotto ai loro piedi. Svariati passaggi conducevano a quella che pareva essere la stanza principale. Mentre si voltava, gli stivali di Clary scivolarono sulla pietra bagnata, e dovette afferrare il braccio di Simon per tenersi in equilibrio.
Lui stava guardando in alto, osservando le pareti della caverna, gli occhi scuri pieni di curiosità. Posò una mano sulla pietra e poi la tolse, mostrandole il palmo luminoso. “Guarda,” disse. “Muschio fosforescente.”
“Le fate lo usavano per creare delle torce,” spiegò Clary, ricordando ciò che aveva letto nel Codice. “Quello, e fuochi fatui intrappolati nel vetro.”
“Andiamo.” Simon la spinse dolcemente in avanti verso uno degli scuri passaggi che attraversavano la parete.
“Sai dove stai andando?”
“In caso di dubbio, muoviti in avanti,” le rispose. “L’ho imparato nei Boy Scout. Inoltre, vedo perfettamente bene, al buio.”
“Ci riuscirei anche io, se mi facessi una runa della visione notturna – oh!” Clary boccheggiò, e i due si fermarono mentre Meliorn gli compariva davanti, l’armatura bianca che luccicava come una stregaluce nella penombra. C’era un’espressione sgradevole nei suoi occhi chiari.
“Dunque sei tornata nella nostra terra, umana bugiarda,” disse a Clary. “Devi essere o molto coraggiosa o molto stupida se desideri presentarti davanti alla Regina dopo il trucco che hai tentato di giocarle.”
“Non lo definirei un tentativo,” osservò Clary. “L’ultima volta che ho controllato, aveva funzionato.”
“Sì,” disse Simon. Clary lo sguardò di sbieco, e lui si strinse nelle spalle. “Ti stavo solo dando manforte.”
“Cosa mi impedisce di ucciderti qui e prenderti il premio?” domandò Meliorn senza alcuna emozione.
“Due cose,” rispose Clary, contandole sulle dita. “Uno, non ce l’ho io. Ce l’ha lui.” Indicò Simon. “Buona fortuna se cercherai di ucciderlo. Due, se dovessi farlo la Regina non scoprirà mai cosa desideravo, e sai che è curiosa. Se non lo fosse, mi avrebbe tolto il richiamo, non me l’avrebbe lasciato.”
Meliorn sospirò. “Sei una sciocca del peggior genere. Quello che crede di essere intelligente. Molto bene, piccola Nephilim umana. Seguimi. Forse, se sei fortunata, la Regina ti lascerà vivere.” Si voltò e attraversò il passaggio.
“Ricordi quando pensavamo che le fate fossero piccoli esserini che vivevano nei funghi e indossavano cappelli fatti di ranuncolo?” Clary guardò Simon mentre cominciavano a seguire il cavaliere delle fate. “Non era meraviglioso?”
Simon ghignò, un lampo nell’oscurità, e le strinse la mano.

2 – Clary scosse il capo. “L’onestà è più… più dell’ordine delle parole. Dicono che le fate non sono in grado di mentire, ma tu lo fai con le tue intenzioni, il tuo atteggiamento, i tuoi gesti…”
“E gli umani no?” Lo sguardo della Regina scivolò da Clary a Simon. “Questo vampiro, questo Diurno che ti porti sempre dietro – è il ragazzo il cui bacio non desideravi, qui nella mia Corte, non è così? Ti importa qualcosa di lui, o è solo il Marchio di Dio che porta su di sé a fare in modo che tu lo voglia con te, come se fosse uno scudo? E tu,” aggiunse, voltandosi verso Simon, “tu che la amavi, adesso le presti il tuo non insignificante potere per aiutarla a trovare colui che ama di più? Cosa ci guadagni?”
Simon si schiarì la gola. “Forse è questa la differenza tra la mia specie e la tua,” disse. “A volte facciamo delle cose non per il nostro guadagno.”
“Ah,” rispose la Regina. “Per stupidità, vuoi dire.”
“Non la chiamerei così.” Clary non riuscì a non restare impressionata – l’ultima volta che erano stati lì, Simon si era sentito troppo a disagio e fuori luogo per pronunciare più di una manciata di parole; adesso difendeva le sue decisioni. “Ora, vuoi ____ o no? Ci sono delle questioni che richiedono la nostra presenza.”
“Potrei prendervelo,” rispose la Regina. “Sbarazzarsi della ragazza non sarebbe difficile, e per quanto riguarda te, Diurno, coloro che mi servono lo fanno con la loro vita. Una carica suicida potrebbe procurarti notevoli fastidi, a dispetto della tua maledizione.” Spostò lo sguardo su Simon, facendoglielo indugiare addosso.
“Sono la figlia adottiva del membro del Consiglio Lucian Graymark,” si inserì Clary. “Sono vicina ai Lightwood dell’Istituto. Varrebbe la pena di guadagnarsi la loro collera e ira solo per vendicarti del mio inganno? Inoltre – mi hanno sempre detto che le fate apprezzano l’intelligenza. Non desideri che si dica che non sai apprezzare un bel trucco, per quanto a tue spese, no?”
Clary capì guardando gli occhi della Regina sbarrarsi di aver scommesso molto – forse troppo – sull’orgoglio della fata; un attimo dopo, però, la Regina cominciò a sorridere, e le creature nella parete strillarono in tono d’apprezzamento. “Furba come tuo padre,” le disse, e Clary ebbe la sensazione di aver ricevuto un calcio nello stomaco. “Molto bene. Cosa vorresti in cambio del ___? Devo decidere se la tua proposta merita una negoziazione.”

3 – “Beh, salve, madre,” disse Sebastian; la sua voce era simile alla seta. “Ti sorprende vedermi?”

4 – Jace la raggiunse e protese le mani verso di lei; Clary le strinse e lasciò che la tirasse in piedi. I suoi occhi d’oro pallido le cercarono il viso. “Ti voglio con me,” le disse. “Ma voglio che sia una tua scelta. Una volta che saremo andati via, non potrai tornare indietro.”

5 – Jace posò ciò che aveva tenuto in mano sul davanzale e la raggiunse. Clary gli si poggiò contro, e la mano di Jace le scivolò sotto la maglia, posandosi con fare carezzevole, possessivo, sulla sua schiena. Lui si chinò per baciarla, all’inizio dolcemente; la dolcezza andò via alla svelta, però, e presto Clary si ritrovò premuta contro il vetro della finestra, le dita di Jace sull’orlo della maglia di lei – di lui
“Jace.” Clary si spostò lievemente. “Sono abbastanza sicura che le persone lì in strada possano vederci.”
“Potremmo…” Jace fece un gesto in direzione del letto. “Spostarci… di là.”
Lei ghignò. “L’hai detto come se ti ci fosse voluto un po’ per farti venire quell’idea.”
Quando Jace parlò, la sua voce suonò attutita dal collo di Clary. “Posso solo dire che fai rallentare i miei processi mentali. Adesso so cosa si prova a essere una persona normale.”
“Cosa… si prova?” Le cose che le stava facendo con le mani sotto la maglia erano una distrazione.
“È terribile. Sono già parecchio lontano dal mio numero minimo di battute spiritose, oggi.”

6 – “Vuoi che porti Isabelle?”
“Isabelle è qui?” A dispetto di tutto, Magnus riuscì a suonare divertito.
“Lei – lei, ah, ha passato la notte qui.”
“Alec ne sarà deliziato. Magari potremmo organizzare una gara per scoprire chi tra lui e Jocelyn ti ucciderà per primo.” Ridacchiò.

7 – Gli sforzi di Clary quasi risultarono sprecati quando alzò lo sguardo e vide Sebastian appoggiato contro il muro opposto del corridoio; aveva le braccia incrociate e la guardava.
Si sentì improvvisamente molto consapevole degli abiti che indossava. Lo stesso vestito a sottoveste che aveva messo per andare al club, ma senza i suoi stivali, la sua giacca e, cosa più importante, il ronzio che l’aveva guidata la notte precedente, aveva la sensazione di essere indifesa, vulnerabile. “Chi mi ha tolto le scarpe?”
“È questo che vuoi sapere?” Sebastian sembrava incredulo. “Svieni in un locale, ti risvegli ricoperta di sangue e tutto ciò che desideri sapere è dove si trovano le tue scarpe?”

8 – [NdT: detta presumibilmente ad Alec] “Non prenderla male, ma odori come Magnus.”

9 – “Hai rubato una barca,” scattò [NdT: presumibilmente Clary]. “Che devo farmene di te, ladro di barche lunatico?”

10 – “È uno Shadowhunter,” disse Jocelyn. “La sua lealtà va al Conclave e all’Alleanza.”
“È mio amico,” rispose freddamente Magnus. “La sua lealtà va a me.”

11 – La legge degli Stregoni era parecchio chiara, a riguardo: potevi amare un mortale, era accettabile, ma non spettava a te interferire con la sua mortalità. Ci voleva del tempo per abituarsi a una regola del genere… di norma finché non ti rendevi conto che essere immortale era meno un dono e più un peso.
Magnus lasciò cadere la tabacchiera sulla scrivania e prese il telefono, digitando il pulsante di chiamata rapida associato al numero di Alec. Quando Alec rispose, sembrava sia tormentato che speranzoso: “Magnus? Hai trovato qualcosa?”
“Niente. Mi spiace.”
“Oh.” La bruciante delusione fece suonare la voce di Alec più debole.
“Ma pensavo ai parabatai,” disse Magnus. “Quando i parabatai sono particolarmente intimi, riescono a sentire se l’altro è morto, o Mutato, o…”
“Lo so,” rispose Alec. “Questo lo so. L’ho sentito – quell’istante in cui Jace è morto, a Idris. Ma stavolta non è così.” Magnus riusciva a immaginarselo, gli occhi blu sul suo viso pallido, mentre si tirava una ciocca di capelli. Normalmente Alec pareva uno caduto fuori dal letto e dentro una pila a caso di vestiti, anziché aver scelto con cura gli abiti; da quando Jace era sparito, sembrava anche che non si stesse più spazzolando i capelli. “Non sento niente, semplicemente.”
“Nel senso, niente davvero? Come in… nulla?”
“Giusto…?” Alec suonò confuso.
“Questo mi dà delle idee, in effetti,” disse Magnus. “Farò tutto ciò che è in mio potere per aiutare, lo sai, vero, Alexander? Non per il Conclave, ma per te.”
“Lo so.” Alec rimase in silenzio per un attimo. “È bello sentire la tua voce, anche se non puoi fare nulla,” aggiunse, e attaccò bruscamente.
Magnus si mise accanto il telefono e rimase seduto per un attimo, abbastanza immobile da sentire il suo stesso respiro. Lo sto perdendo, pensò. Non so come né perché, ma so che è così.

12 – [Un consiglio di Jace per il combattimento] “Entra lì dentro. Ammazza un sacco di persone. Cerca di non farti ammazzare a tua volta.”

 

Extra tradotto: una scena tagliata da City of Lost Souls!

Cominciamo a pubblicarvi quella che è la più lunga tra le scene tagliate di Città delle Anime Perdute ancora (nella nostra traduzione) inedite. :)

Protagonisti dell’estratto sono Clary, Jace e Sebastian. E niente, speriamo che vi piaccia!

PS: le altre arriveranno appena possibile, sono già pronte. Magari stasera! ;)

Clary si trovava nella stanza di Jace quando lui e Sebastian tornarono a casa. Aveva trovato davvero poche cose durante la sua ricerca. Non c’era nulla, nella stanza di Sebastian, che si potesse considerare interessante, eccezion fatta per alcuni libri scritti in latino; il latino di Clary, però, non era abbastanza buono perché potesse leggerli. Sulle pareti c’erano pagine che sembravano essere state strappate da qualche vecchia guida, illustrate con schizzi a penna bianchi e neri, ma non parevano collegate le une alle altre. Nel caminetto c’erano pezzi di cenere che dalla forma ricordavano brandelli di fotografie bruciate, ma quando Clary aveva cercato di prenderli in mano si erano sbriciolati.
La stanza di Jace era quella subito accanto; era immacolata, non conteneva quasi nessuno dei suoi averi. C’erano delle armi, ma Clary non riusciva a riconoscerle, e non riconosceva neppure i libri sugli scaffali. Il suo armadio era pieno di abiti, ma, proprio come quelli nella stanza matrimoniale, erano in gran parte nuovi: doveva averli acquistati durante le settimane precedenti, visto che molti presentavano ancora la targhetta col prezzo. Non rientravano in quello che secondo Clary era lo stile di Jace. Si era sempre vestito in maniera semplice – con cose normali, a tinta unita: abiti che gli stavano bene ma non attiravano l’attenzione. Era così bello che cose simili non avevano importanza, aveva sempre pensato Clary; aveva un aspetto eccezionale anche con un semplice jeans e una t-shirt. E adesso nell’armadio ne aveva in quantità, di jeans e t-shirt, ma le camice erano griffate, i cappotti e le giacche di Burberry e Hugo Boss e Dolce & Gabbana.
Come gli abiti nell’armadio di Sebastian.
Come i vestiti costosi che aveva sempre indossato Valentine.
Clary chiuse la porta dell’armadio e si sedette sul letto di Jace, dicendosi che si stava comportando come una stupida. Gli abiti firmati non erano qualcosa di cui preoccuparsi. C’erano altri oggetti, nella stanza, che parlavano del Jace che lei aveva sempre conosciuto – la pulizia, il modo in cui aveva organizzato le sue armi sull’armadio in ordine di grandezza, i libri sul comodino. Aveva sempre usato un pugnale dalla lama sottile come segnalibro; quest’abitudine non era cambiata. La foto di loro due era sulla parete. Persino il sapone agrumato nel suo bagno era lo stesso che aveva sempre usato…
Sentì i passi sulla scala, la voci. Quella di Sebastian si fece più forte: “Dov’è?”
Clary ebbe a stento il tempo di spegnere la luce, gettarsi sul letto e rannicchiarsi con la testa sul cuscino prima che la porta si aprisse. Jace era sulla soglia, incorniciato dalla luce del corridoio; Sebastian gli stava dietro. Clary si sollevò sul gomito, battendo le palpebre con fare assonnato a dispetto del battito accelerato del suo cuore. “Siete appena tornati?”
Jace lanciò un’occhiata a Sebastian – un’occhiata che diceva chiaramente: te l’avevo detto che sarebbe stata qui. “Non ci hai sentiti salire al piano di sopra?”
Clary scosse il capo. “Scusate, ero stanca. Credo di essere ancora esausta per essere rimasta sveglia fino all’alba, la notte scorsa.” Guardò timidamente Jace. “Mi sentivo un po’ sola, quindi ho pensato che se mi fossi rannicchiata nel tuo letto…”
Sembra che stia dicendo sul serio? Il volto di Jace si era rilassato, ma Sebastian la guardava come se lei fosse fatta di vetro trasparente e lui potesse guardare al suo interno, e quanto vedeva lo stesse divertendo.
Si mise a sedere, tirando indietro i capelli, e si allungò per accendere la lampada sul comodino.
“Non…” cominciò a dire Jace, ma Clary aveva già premuto l’interruttore.
Si irrigidì. I due ragazzi la osservavano, Jace con una certa preoccupazione, Sebastian con il solito angolo della bocca arricciato in un sorriso mezzo divertito. I suoi occhi scuri le mandarono lo stesso messaggio di sempre, quello che Clary cercava ogni volta di non leggere: sappiamo, io e te. Noi due conosciamo la verità.
Ma non era stato niente di tutto questo a farla irrigidire. Quello dipendeva dal fatto che entrambi fossero ricoperti da schizzi di sangue – c’era una macchia, sulla guancia di Jace, che gli sporcava le maniche, e una chiazza sulla maglia, i bordi scuri e irrigiditi dal sangue secco; la pelle sotto sembrava integra, però. Sebastian, invece – Sebastian aveva del sangue persino tra i capelli argentei e sugli abiti; sulle mani ce n’era tantissimo, al punto che sembrava stesse indossando dei guanti rossi. Il bracciale d’argento che portava al polso, lì dove gli era stata rigenerata la mano, era sporco di sangue.
Clary sentì la sua voce come se provenisse da un posto molto, molto lontano. “Cos’è successo?”
“Abbiamo avuto un problemino,” rispose Sebastian. “Nulla che non potessimo gestire.” Piegò il capo di lato. “Sei pallida come un fantasma, sorellina. Non dirmi che non hai mai visto di peggio. Siamo Shadowhunters. È questo che facciamo.”
“Certo.” Clary aveva risposto in maniera meccanica. “È solo che non voglio che vi facciate male.”
“Allora non c’è ragione perché tu debba preoccuparti. La maggior parte di questo sangue non è di nessuno dei due.”
Clary deglutì, la gola secca. “E allora di chi è?”

Extra tradotto: una scena Sizzy tagliata da City of Lost Souls

Che ne dite, Shadowhunters, continuiamo con le scene tagliate? ;)

Questa, come dice anche il titolo del post, viene da Città delle Anime Perdute, e ha per protagonisti Simon e Isabelle. :3 Speriamo vi piaccia!

Maia li stava aspettando al McCarren Park, in uno dei sentieri stretti ricoperto dagli scheletri delle foglie cadute. Indossava una giacca di pelle grigia e un capello rosa chiaro tirato sulle orecchie, da cui i capelli selvaggiamente ricci sfuggivano creando un alone castano dorato. Accennò un saluto quando cominciarono ad avvicinarsi a lei, e le prime parole che pronunciò furono: “Avete sentito di Luke?”
Annuirono tutti – Simon aveva raccontato a Isabelle e Jordan tutto ciò che sapeva in metro – e Maia finì col camminare accanto a Jordan mentre attraversavano il parco; erano un quartetto in movimento. Jordan teneva le mani in tasca e stava parlando a bassa voce con Maia, lupo a lupo. Simon lanciò un’occhiata a Isabelle, che gli camminava silenziosamente accanto.
Il debole sole novembrino era venuto fuori da dietro alle nuvole e donava un riflesso rossastro ai suoi capelli. Isabelle sapeva dello shampoo alla mela di Simon e di Shadowhunter. “Dunque,” le disse. “Vuoi che ti chieda perché la scorsa notte eri svenuta nel mio letto, quando sono arrivato a casa, o no?”
“Non sono svenuta nel tuo letto,” gli rispose lei mentre svoltavano a sinistra, verso Manhattan Avenue. La fermata della linea G era nei paraggi, e un ragazzo stava poggiato contro il parapetto e suonava una canzone senza melodia con la chitarra. “Sono svenuta nel tuo soggiorno e Jordan mi ha messo nel tuo letto.”
“Davvero?”
“Beh, se non è stato Jordan, allora qualcuno è entrato in casa tua e mi ha messo nel tuo letto. Personalmente preferisco la teoria di Jordan. È meno inquietante.”
“Non è questo, è – che ci facevi, ubriaca, con Jordan? Lui non beve molto.”
“Immaginavo. Ha un pessimo gusto per la tequila.”
“Iz.” Simon le mise una mano sul fianco. “Voglio solo sapere perché sei venuta.”
Isabelle girò il viso dall’altra parte, i capelli di un nero brillante che le scivolavano lungo la schiena. C’era un piccolo Marchio sulla parte inferiore sinistra della sua gola, proprio sopra la clavicola. Sembrava vulnerabile, per qualche ragione. Simon avrebbe voluto sfiorarlo coi polpastrelli, ma tenne le mani in tasca.
“Tutto fa schifo,” disse Isabelle. “Ho visto Helen e Aline, la notte scorsa. Abbiamo cenato insieme. Sono così felici, e io continuavo a pensare…” Si morse il labbro. “I miei genitori stanno divorziando, penso,” disse. “Alec è felice, ma non lo vedo mai. Jace è [riadattato – scusatemi, ragazzi!]. Max è morto. Clary…”
“Capisco,” le rispose Simon, gentile. “Avevi bisogno di parlare con qualcuno e non sei riuscita a pensare a nessun’altro.”
“No!” esclamò Isabelle; c’era chiaramente della frustrazione nella sua voce. “Volevo parlare con te. Sempre – intendo, mi piace parlarti. Anche se la situazione non fosse questa, vorrei…” Lo guardò di traverso. “Intendo, siamo usciti insieme.”
“Ma non è stata – non è mai stata una cosa seria,” rispose Simon in tono imbarazzato. “Non pensavo che volessi…”
“E tu? Volevi che fosse seria?” chiese Isabelle. C’era una certa rigidità nella sua voce – orgoglio, immaginò Simon. Isabelle non era il genere di ragazza che fa la prima mossa. Non era il genere di ragazza che deve farlo.
“E tu?”
Isabelle emise un verso esasperato. “Guarda, la scorsa notte non sono venuta perché sei il numero sei su qualche lista e tutti gli altri non erano disponibili. Sono venuta perché – mi piaci. Mi fai sentire meglio. Forse ha a che fare con la tua faccia.”
“La mia faccia ti fa sentire meglio?” Quindi gli stava dicendo che lo trovava rassicurante, dolce, affidabile, tutto questo genere di cose; il genere di cose che Simon sapeva che Clary pensava di lui; il genere di cose che non avevano aiutato a far sì che lei guardasse lui anziché Jace, non per cinque minuti. E a Isabelle piacevano i ragazzi pericolosi, non quelli… rassicuranti. Rassicuranti erano gli animaletti di peluche. Come si può essere vampiri e non risultare sessualmente minacciosi? Simon non ne era certo, ma in qualche modo sapeva di esserci riuscito.
Gli fu risparmiata una conversazione ancora più straziante dall’arrivo all’appartamento di Magnus, il cui ingresso, come al solito, puzzava come la combinazione di pipì di gatto e pizza avariata. Simon seguì Isabelle su per le scale – ricordando la prima volta che era stato lì, incollato a Isabelle e segretamente speranzoso di rendere Clary gelosa, non che la cosa avesse funzionato. L’appartamento di Magnus era stato pieno di fumo color arcobaleno e Nascosti; adesso, mentre ci entravano, era silenzioso e pieno del sole di fine mattinata.
Magnus, Jocelyn e Alec stavano tutti seduti intorno a un lungo tavolo rettangolare. Magnus stringeva tra le mani una tazza di caffè; indossava una tuta verde scuro con delle strisce gialle e i suoi capelli erano la massa disordinata di chi si è appena alzato dal letto. Alec sembrava… Alec. Alzò un sopracciglio in direzione della sorella, mentre entrava nella stanza, ma non sembrava incline né a uccidere lei, né a uccidere Simon.
Ma Jocelyn guardò Simon con occhi penetranti quanto unghie. “Dov’è Clary?” gli chiese, tesa.

Extra tradotto: una scena tagliata da Clockwork Prince

Avrei dovuto caricarla ieri, Shadowhunters, ma per cause di forza maggiore non ci sono riuscita. Quindi, beh, rimedio adesso (sì, a quest’ora. LOL). <3

Si tratta di una brevissima scena tagliata da Il Principe che ha per protagonisti Jem e Tessa. :3 Speriamo che vi piacerà!

« Ho promesso al mio gruppo su Google che avrei pubblicato qualcosa per loro, una volta raggiunti i cinquemila membri. Quindi ecco una scena tagliata da Il Principe e, alla fine, una frase da Città delle Anime Perdute [NdT: la frase di CoLS ovviamente non la tradurremo XD, visto che il libro è ormai edito da un pezzo]. La scena di CP nel libro non si svolge mai, in verità, e l’ho riadattata per togliere alcuni spoiler. »

L’oscurità andava e veniva a ondate sempre più lente. Tessa stava cominciando a sentirsi più leggera; era meno come se un terribile peso la tenesse premuta giù. Si chiese quanto tempo fosse passato. Era notte, nell’infermeria, e poteva vedere Will a qualche letto di distanza dal suo, una figura acciambellata sotto le coperte che usava il braccio come cuscino per la sua testa scura. Fratello Enoch gli aveva dato una tisana da bere una volta estratto il [riadattato] dalla sua pelle, e Will si era addormentato quasi subito, grazie al cielo. Vederlo soffrire così tanto l’aveva straziata più di quanto avrebbe mai potuto immaginare.
Al momento indossava un camicia da notte bianca e pulita; qualcuno doveva averle tagliato di dosso gli abiti rigidi per il sangue secco e lavato i capelli prima di bendarla – le scendevano morbidi oltre le spalle, non più in grovigli di sangue secco.
“Tessa,” bisbigliò una voce. “Tess?”
Solo Will mi chiama così. Tessa aprì gli occhi, ma era Jem quello seduto sul suo letto a guardarla. La luce della luna che si riversava attraverso i soffitti alti lo trasformava in un essere quasi trasparente, un angelo etereo, tutto d’argento tranne che per la catena d’oro al suo collo.
Le sorrise. “Sei sveglia.”
“Mi sono svegliata, di quando in quando.” Tessa tossì. “Abbastanza spesso da sapere che sto bene, fatta eccezione per una botta in testa. Tanto rumore per nulla…” Abbassò lo sguardo e vide che Jem teneva qualcosa in mano: una grossa tazza piena di un qualche liquido che rilasciava un vapore profumato. “Cos’è?”
“Una delle tisane di Fratello Enoch,” rispose Jem. “Ti aiuterà a dormire.”
“Ma se non ho fatto altro!”
“Ed è molto divertente guardarti,” fece Jem. “Sapevi che mentre dormi storci il naso come un coniglio?”
“Non è vero,” replicò Tessa, ridacchiando.
“Invece sì,” disse lui. “Per fortuna, a me i conigli piacciono.” Le porse la tazza. “Bevine solo un pochino,” fece. “Ti fa bene dormire. Fratello Enoch sostiene che dovresti pensare alle ferite e agli sconvolgimenti del tuo spirito tanto quanto penseresti a quelli del corpo. Devi riposare la parte di te ferita prima di cominciare a guarire.”
Tessa era dubbiosa, ma prese comunque un sorso della tisana, e poi un altro. Aveva un sapore piacevole, simile a quello della cannella. Aveva a stento deglutito il secondo sorso quando si sentì pervadere da una sensazione di spossatezza. Si riappoggiò contro i cuscini, ascoltando la morbida voce di Jem raccontarle la storia di una bellissima giovane donna il cui marito era morto costruendo la Grande Muraglia cinese, e che aveva pianto così tanto per quella perdita da tramutarsi in un pesce argentato e nuotare via attraverso il fiume. Mentre Tessa si assopiva, sentì le sue dita gentili toglierle di mano la coppa e poggiarla sul tavolino vicino. Voleva ringraziarlo, ma si era già addormentata.