Capitolo tradotto: “Highborn Kinsmen”, da Lady Midnight

Come qualcuno ricorderà, Shadowhunters, qualche mese fa mi sono procurata il capitolo di Lady Midnight che era stato distribuito durante alcuni eventi in America – e avevamo pensato di pubblicarlo a febbraio del prossimo anno. ;)
Tuttavia ci siamo dette: “Perché no? Carichiamolo già!” – e quindi eccolo, per festeggiare i due anni dalla signing fiorentina di Cassie.

 

La traduzione è stata realizzata da me e Manu (che come al solito ringrazio <333), e NON PUÒ ESSERE PRELEVATA. Condividete pure il link, ci fa piacere, ma NON rubate il materiale, né coi crediti né (ovviamente) senza, perché ci è costato tempo, fatica e denaro.

 

Detto ciò – Highborn Kinsmen (riferimento ad Annabel Lee, una delle ispirazioni di The Dark Artifices) è uno dei primi capitoli di Lady Midnight. Non sappiamo di preciso quale, però. ;)

 

Buona lettura, e fateci sapere che ve ne sembra! <3 Vi ha incuriositi ancora di più?

 

 

 

 

 

Highborn Kinsmen

 

 

 

“E dove sono stati firmati i documenti della Pace Fredda?”
Era un giorno così luminoso da distrarre. La luce del sole filtrava attraverso le alte finestre e illuminava la lavagna davanti a cui Diana camminava avanti e indietro picchiettandosi la mano sinistra con uno stilo.
Emma guardò di sottecchi Julian, che però teneva il capo chino su dei fogli. Non si erano ancora parlati, se non per scambiarsi qualche parola educata a colazione. Emma si era svegliata con una sensazione di vuoto allo stomaco e le mani doloranti per quanto aveva stretto le coperte.
Inoltre, a un certo punto della notte Church l’aveva abbandonata. Stupido gatto.
“A Idris,” rispose Livvy. “Nella Sala degli Accordi. La Regina della Corte Seelie si era già nascosta, quindi i documenti sono stati firmati dal Reggente. Il Re della Corte Unseelie non si è presentato, e per questo le Fate Unseelie non fanno tecnicamente parte della Pace Fredda.”
“Corretto.” Diana sorrise. “Questo che significa per le Fate Unseelie?”
“Non sono protette dagli Accordi,” disse Ty. “È vietato aiutarle, e a loro è proibito contattare gli Shadowhunters.”
Gli Shadowhunters non possono aiutare proprio nessuna fata senza il permesso del Conclave,” aggiunse Jules. Sembrava calmo – esausto, in verità. Aveva dei cerchi scuri sotto agli occhi.
Emma e Julian non litigavano. Non litigavano mai. Emma si chiese se Jules fosse deconcentrato tanto quanto lei. Non smetteva di risentire ciò che le aveva detto: che non aveva mai voluto un parabatai. Una parte di Emma non desiderava parlarne mai più, ma l’altra voleva delle spiegazioni. Era un parabatai in generale, quello che non voleva, o lei nello specifico?
“E che cos’è il Conclave, Tavvy?” Era una domanda troppo elementare per il resto di loro, ma Tavvy sembrava felice di saper rispondere a qualcosa.
“Il governo degli Shadowhunters,” disse. “Tutti gli Shadowhunters attivi fanno parte del Conclave. Quelli che prendono le decisioni formano il Consiglio. Nel Consiglio ci sono tre Nascosti, ognuno per rappresentare una razza diversa. Gli stregoni, i licantropi e i vampiri. È dalla Guerra Oscura che non c’è più un rappresentante per le Fate.”
“Molto bene,” gli rispose Diana, e Tavvy si illuminò. “Qualcuno sa dirmi quali altri cambiamenti ha introdotto il Consiglio dopo la fine della guerra?”
“Beh, l’Accademia Shadowhunters è stata riaperta,” fece Emma. Era un argomento familiare, per lei – il Console le aveva chiesto di essere uno dei suoi primi studenti. Aveva scelto di restare con i Blackthorn, però. In parte per poter diventare la parabatai di Julian. “Adesso un sacco di Shadowhunters si allenano lì, e, certo, ci portano anche un sacco di persone che sperano di riuscire ad Ascendere – mondani che desiderano diventare dei Nephilim.”
“Il Praetor Lupus è stato ripristinato da Maia Roberts e Bartholomew Valasquez,” aggiunse Livvy, sfogliando il suo Codice.
“Non fanno parte del Conclave,” la corresse Ty. “Sono Nascosti. E il Praetor Lupus è un’organizzazione Nascosta.”
Livvy gli fece la linguaccia.
“La Scholomance,” disse Julian. I riccioli gli caddero sulla guancia, mentre sollevava la testa, scuri e brillanti. “Presso la Scholomance si allena l’élite degli Shadowhunters. Quelli che si sono diplomati con i più grandi onori dall’Accademia. Alcuni di loro diventano Centurioni, individui a cui vengono affidate delle missioni speciali. Altri vengono messi a capo degli Istituti.”
“Zio Arthur era un Centurione?” domandò Tavvy, gli occhi spalancati.
“No,” rispose Diana. “Arthur è diventato il capo di un Istituto prima della riapertura della Scholomance.”
Cristina, che si era seduta più vicina di tutti alla finestra, alzò una mano per interrompere il discorso. “C’è qualcuno che sta percorrendo il sentiero che porta alla casa,” disse. “Parecchi qualcuno, in effetti.”
Emma guardò di nuovo in direzione di Julian. Non capitava spesso che qualcuno si presentasse all’Istituto senza aver programmato la visita. Solo poche persone l’avrebbero fatto – persino la maggior parte dei membri del Conclave avrebbe prima preso un appuntamento con Arthur. Ma magari qualcuno quell’appuntamento con Arthur ce l’aveva. Anche se, stando all’espressione di Julian, in quel caso si trattava di una visita di cui lui non sapeva nulla.
Cristina, già in piedi, trattenne il fiato. “Hadas,” disse; la parola venne fuori dopo un istante di stupore. “Fate.”
Tutti scattarono verso l’unica, grande finestra che correva attraverso la parete principale della stanza. Dava sull’ingresso dell’Istituto, e sul sentiero tortuoso che correva tra l’ingresso e l’autostrada che li separava dalla spiaggia e dal mare. La luce del sole scintillò sulle briglie argentate dei tre cavalli; su ognuno di essi montava un cavaliere silenzioso senza sella.
Il primo cavallo era nero, e il suo cavaliere indossava un’armatura nera simile alle foglie bruciate. Anche il secondo cavallo era nero, e il suo cavaliere indossava degli abiti color avorio. Il terzo cavallo era invece marrone, e il suo cavaliere era ammantato dalla testa ai piedi in una veste col cappuccio color corteccia. Emma non riusciva a capire se fosse un uomo o una donna, un bambino o un adulto.
Dunque lascia che passino i cavalli neri, e poi quello marrone,” mormorò Jules. La sua spalla si scontrò con quella di Emma. Lei si morse il labbro.
“Uno in nero, uno in marrone, uno in bianco – è una delegazione ufficiale. Dalle Corti.” Julian guardò Diana dall’altra parte della stanza. “Non sapevo che Arthur avesse in programma un incontro con una delegazione delle Fate. Pensi che l’abbia detto al Conclave?”
Lei scosse il capo, chiaramente confusa. “Non lo so. Non me ne ha mai parlato.”
Il corpo di Julian era teso come una corda di violino; Emma riusciva a sentire la tensione che emanava. Una delegazione delle Fate era una faccenda rara, e seria. Prima che un incontro potesse tenersi il Conclave doveva concedere il suo permesso. Persino al capo di un Istituto. “Diana, devo andare,” disse.
Aggrottando la fronte, Diana si picchiettò lo stilo contro una mano; poi annuì. “D’accordo. Vai.”
“Verrò con te.” Emma scivolò giù dalla sua panca accanto alla finestra.
Julian, che era già diretto verso la porta, smise di camminare e si voltò. Il suo sguardo era illeggibile. Che stava pensando? “No,” rispose piano. “Va tutto bene. Ci penserò io.”
Uscì dalla stanza. Per un secondo Emma non si mosse.
In genere, quando Julian le diceva di non avere bisogno di lei, o di dover fare qualcosa da solo, Emma non ci pensava due volte. In determinate situazioni è necessario dividersi.
Ma la notte precedente aveva cementato il suo senso di incertezza: non sapeva cosa stesse succedendo a Jules. Non sapeva neanche se le avesse detto di restare perché non la voleva con sé, o se la voleva, ma era troppo arrabbiato con lei o con se stesso, o con entrambi.
Sapeva soltanto che la Gente Fatata era pericolosa, e che non avrebbe permesso che Julian la affrontasse da sola.
“Vado,” disse, e si lanciò verso la porta. Si fermò solo per prendere Cortana, che era appesa lì vicino.
“Emma,” la chiamò Diana in tono teso. “Fa’ attenzione.”
L’ultima volta che le Fate erano entrate nell’Istituto, avevano aiutato Sebastian Morgenstern a strappare l’anima dal corpo del padre di Julian. Avevano rapito Mark. Avevano ucciso il tutore dei Blackthorn.
Era stata Emma a portare al sicuro Tavvy e Dru. Aveva aiutato a salvare le vite dei fratelli e delle sorelle più giovani di Julian. Erano a stento riusciti a sopravvivere.
Ma al tempo Emma non aveva alle spalle anni di addestramento. Non aveva mai ucciso neanche un singolo demone da sola, non a dodici anni. Non aveva passato anni ad allenarsi a combattere, uccidere e difendere.
Non c’erano possibilità che se ne restasse con le mani in mano, adesso. Uscì dalla stanza, lasciando che la porta sbattesse dietro di lei.

 

Fate.
Julian corse per il corridoio e arrivò in camera sua, la mente che vorticava.
C’erano delle Fate davanti alle porte dell’Istituto. Tre destrieri: due neri, uno marrone. Un contingente dalla Corte delle Fate, anche se Julian non avrebbe saputo dire se si trattava delle Seelie o delle Unseelie. Non gli sembrava che avessero fatto sventolare un qualche stendardo.
Probabilmente desideravano parlare. Se c’era qualcosa che le Fate sapevano fare bene, era discorrere in maniera confusa con gli umani. Persino con gli Shadowhunters. Riuscivano a vedere la verità in una bugia, e la bugia al centro di una verità.
Raccolse la giacca che aveva indossato il giorno precedente. Eccola lì, nella tasca interna. La fiala che gli aveva dato Malcolm. Non aveva pensato che ne avrebbe avuto bisogno così presto. Aveva sperato…
Beh, non importa. Pensò a Emma, per un attimo, e al caos di speranze infrante che rappresentava. Non era questo il momento di pensarci, però; stringendo la fiala, Julian ricominciò a correre. Raggiunse la fine del corridoio e spalancò la porta che portava all’attico. Calpestò i gradini e irruppe nello studio di suo zio.
Zio Arthur era seduto alla scrivania, e indossava una maglietta leggermente logora, dei jeans e un paio di mocassini. I suoi capelli grigio-marroni gli arrivavano quasi alle spalle. Stava paragonando tra loro due libri parecchio massicci, mormorando e prendendo note.
“Zio Arthur.” Julian si avvicinò alla scrivania. “Zio Arthur!”
Zio Arthur gli fece cenno di andare via. “Sono nel mezzo di un qualcosa di importante. Qualcosa di molto importante, Tiberius.”
“Sono Julian.” Julian l’aveva corretto in maniera automatica. Si spostò dietro lo zio e chiuse entrambi i libri. Arthur lo guardò sorpreso, sbarrando gli occhi di un blu sbiadito. “C’è una delegazione qui. Dalle Fate. Sapevi che sarebbero venuti?”
“Sì, che gran seccatura.” Zio Arthur sospirò e fece un vago gesto in direzione del lucernario. “Messaggio dopo messaggio, quando dovrebbero sapere quanto sono impegnato.”
Julian pregò in silenzio di riuscire a mantenere la pazienza. “I messaggi, dove sono i messaggi?”
“Erano scritti su delle foglie,” rispose Arthur. “Si sono sbriciolati. Le parole sono così volubili, Julian. Sai che quando Keats è morto, aveva voluto la frase Qui giace uno il cui nome era scritto sull’acqua incisa sulla sua lapide? Un giorno tutti i nostri nomi verranno dimenticati.”
“Sì,” fece Julian.
“La mia monografia è quasi completa. Eppure hanno insistito.”
“Insistito per quale ragione, di preciso?”
“Beh, per avere un incontro, è ovvio.”
Julian prese un profondo respiro. “Conosci il perché di questo incontro, zio Arthur?”
“Sono certo che l’abbiano menzionato nelle loro lettere…” replicò vagamente zio Arthur. “Ma non me lo ricordo.” Alzò lo sguardo verso Julian. “Forse se lo sono presi i fantasmi.”
Julian si irrigidì. Arthur aveva vari tipi di giornate: quelle silenziose, quando se ne stava seduto senza rispondere a nessuna domanda, e quelle cupe, che lo facevano sprofondare in un’amara malinconia. Il fatto che avesse citato i morti implicava che questo non fosse né un giorno cupo né uno silenzioso; era uno della peggior specie, un giorno caotico, quelli in cui Arthur non faceva niente di ciò che si aspettava Julian – quando poteva scatenarsi in preda alla furia o raggomitolarsi in lacrime. Quelle giornate in cui il sapore amaro del panico riempiva la gola di Julian.
Julian mise una mano su quella di Arthur. Quella di suo zio era sottile e scheletrica; sembrava appartenere a un uomo molto più vecchio. “Vorrei che non dovessi partecipare all’incontro. Ma se non ci sarai, sembrerà sospetto.”
Arthur si tolse gli occhiali dal volto e sfregò il ponte del suo naso. “La mia monografia…”
“Lo so,” disse Julian. “È importante. Ma anche questo è importante. Non solo per la Pace Fredda, ma anche per noi. Per Helen. Per Mark.”
“Ti ricordi di Mark?” chiese Arthur. Senza occhiali, i suoi occhi erano più luminosi. “È passato così tanto tempo.”
“Non così tanto, zio,” gli rispose Julian. “Lo ricordo alla perfezione.”
“Sembra ieri.” Arthur rabbrividì. “Ricordo i guerrieri fatati. Sono entrati nell’Istituto di Londra con le armature ricoperte di sangue. Così tanto sangue, come se fossero stati tra le fila degli achei mentre Zeus faceva piovere sangue.” La mano con cui teneva gli occhiali tremò. “Non posso vederli.”
“Devi,” replicò Julian. Pensò a tutto ciò che non era stato detto: che lui stesso era stato un bambino, durante la Guerra Oscura, che aveva visto le Fate massacrare gli altri bambini, aveva sentito le urla della Caccia Selvaggia. Ma non disse nulla. “Zio, devi.”
“Se avessi la mia medicina…” disse debolmente Arthur. “Ma l’ho finita mentre non c’eri.”
“Ce l’ho io.” Julian tirò fuori la fiala dalla tasca. “Avresti dovuto chiederne dell’altra a Malcolm.”
“Non me lo sono ricordato.” Arthur si rimise gli occhiali sul naso, osservando Julian mentre versava il contenuto della fialetta in un bicchiere d’acqua sulla scrivania. “Come trovarlo… di chi fidarsi.”
“Puoi fidarti di me,” gli rispose Julian quasi strozzandosi con le parole; tese il bicchiere allo zio. “Ecco. Sai com’è fatta la Gente Fatata. Si cibano dell’incertezza umana e la usano a loro vantaggio. La medicina ti aiuterà a mantenere la calma, anche se proveranno a usare i loro trucchetti.”
“Sì.” Arthur guardò il bicchiere, in parte con desiderio e in parte terrorizzato. Il suo contenuto l’avrebbe influenzato per un’ora, forse anche meno. Dopo gli sarebbe venuta un’emicrania accecante, paralizzante, che l’avrebbe costretto a restare a letto per giorni. Julian gliela somministrava raramente proprio per questo: i postumi non valevano spesso quel momento di lucidità, ma adesso sarebbero stati necessari. Dovevano esserlo.
Zio Arthur esitò. Si portò lentamente il bicchiere alle labbra, e versò l’acqua al loro interno. Deglutì senza fretta.
L’effetto fu istantaneo. All’improvviso ogni parte di Arthur sembrò affilarsi, diventare frizzante, lucida, esatta, come uno schizzo che è stato trasformato in un disegno preciso. Si alzò in piedi e recuperò la giacca dall’attaccapanni vicino alla scrivania. “Sbrigati ad andare al piano di sotto, Jules,” disse. “Saranno nel Santuario. Di’ loro che sto arrivano.” La sua voce era calma. Normale.
Ammesso che quella cosa chiamata normalità esistesse.
“Vai, allora,” lo spronò Arthur. “Dovrò cambiarmi. Scenderò il prima possibile. Intrattienili.”
Julian si morse il labbro, e assaggiò con fare assente il sapore del sangue. Rame e sale. Diede un’occhiata al suo orologio e si diresse verso il Santuario.

 

Ogni Istituto aveva un Santuario.
Era così da sempre. Gli Istituti erano vie di mezzo tra dei municipi e delle residenze, posti in cui gli Shadowhunters e i Nascosti si presentavano per incontrare i capi della struttura. In tutta la California del sud, non c’era Shadowhunter più importante del capo dell’Istituto di Los Angeles. E il posto più sicuro in cui incontrarlo era il Santuario, lì dove i vampiri non dovevano temere il terreno benedetto, e tutti i Nascosti erano protetti da dei giuramenti.
Il Santuario aveva due porte. Una che dava verso l’esterno, e che poteva essere attraversata da chiunque; conduceva in una stanza massicciamente ricoperta di pietra. L’altra connetteva l’interno dell’Istituto e il Santuario. Solo gli Shadowhunters potevano utilizzarla. Così come la porta d’ingresso dell’Istituto, quella all’interno del Santuario lasciava passare solo coloro che possedevano sangue di Shadowhunter.
Emma si era fermata sul pianerottolo delle scale per guardare la delegazione delle Fate dalla finestra. Aveva visto i loro destrieri, senza cavalieri, legati accanto alla scalinata. Se la delegazione aveva esperienza con gli Shadowhunters, cosa probabile, li stava probabilmente già aspettato nel Santuario.
La porta per il Santuario si trovava alla fine del corridoio che conduceva all’ingresso principale dell’Istituto. Era stata realizzata con un rame che da tempo era passato dal verde al verderame; alcune rune di protezione e benvenuto percorrevano l’intelaiatura della porta, simili a viti.
Emma riusciva a sentire le voci dall’altra parte della porta: non le erano familiari; una era chiara come l’acqua, e l’altra affilata come un ramoscello che viene spezzato sotto le piante dei piedi. Strinse ancor di più Cortana e aprì l’uscio.
Il Santuario aveva la forma di una luna crescente che fronteggia le montagne – i canyon ombrosi, i cespugli argentei e verdi sparpagliati per il paesaggio. Le montagne impedivano al sole di filtrare, ma la stanza, grazie al candeliere che pendeva dal soffitto, era luminosa. La luce rimbalzava sul vetro molato e illuminava il pavimento a scacchiera, formato da quadrati di legno scuri e chiari alternati. Se ci si fosse arrampicati sul lampadario per poi guardare giù, sarebbe stato possibile notare che il pavimento aveva la forma di una runa del Potere Angelico.
Non che Emma avrebbe mai ammesso di averlo fatto.
Al centro della stanza stavano le Fate. Ce n’era solo due, una con la veste bianca e l’altra con l’armatura nera. Il cavaliere in marrone non era da nessuna parte. Entrambe avevano il viso celato. Emma riusciva a scorgere le punte delle loro dita che sporgevano dalle maniche, ma non era in grado di capire se fossero maschi o femmine.
Le riusciva di avvertire un potere selvaggio e impacciato tra loro, il bordo affannato dell’ultraterreno. Una sensazione simile alla fresca umidità dell’erba bagnata quando ti tocca la pelle, portando con sé l’odore delle radici e delle foglie e dei boccioli della jacaranda.
La fata in nero rise e si tolse il cappuccio. Emma la fissò. Aveva i capelli del verde scuro delle foglie, la pelle pallida e gli occhi del giallo dei gufi. Le sue mani erano rudi e simili alla corteccia degli alberi.
Era la fata che Emma aveva visto la notte prima al Sepolcro.
“Ci rivediamo, bionda,” le disse, e la sua bocca, che somigliava a una fessura nella corteccia, ghignò. “Sono Iarlath della Corte Seelie. Il mio compagno in bianco è Kieran della Caccia. Kieran, abbassa il cappuccio.”
La fata sollevò due mani esili; aveva le unghie quadrate e quasi traslucide. Afferrò il bordo del cappuccio e lo portò indietro con un gesto imperioso, quasi ribelle.
Emma soppresse un ansito. Era bellissimo. Non aveva la bellezza di Julian, o di Cristina – morbidamente umana –, ma somigliava alla lama tagliente, dura e scintillante di Cortana. I capelli blu scuro, del colore della vernice cobalto, circondavano un volto scolpito. I suoi occhi erano di colori diversi: quello sinistro nero, quello destro argentato. Indossava una malconcia armatura bianca che lo proclamava principe delle Fate, ma i suoi occhi – quelli lo identificavano come membro della Caccia Selvaggia.
“È per la scorsa notte?” chiese Emma, facendo correre lo sguardo da Iarlath a Kieran. “Al Sepolcro?”
“In parte,” rispose Iarlath. La sua voce aveva lo stesso suono delle foglie che scricchiolano nel vento. Delle profondità di una foresta da favola in cui vivono solo mostri. Emma si chiese se non l’avesse sentita al bar.
“È questa la ragazza?” La voce di Kieran era parecchio diversa: aveva il suono delle onde che si frangono sulla riva. Dell’acqua calda sotto una luce pallida. Era seducente, con una sfumatura di fragile gelo. Guardava Emma come se fosse un esperimento scientifico. “È graziosa,” commentò. “Non pensavo che fosse graziosa. Non l’avevi detto.”
Iarlath scosse le spalle. “Sei sempre stato parziale per quanto riguarda i biondi,” rispose.
“Okay, davvero?” Emma fece schioccare le dita. “Sono proprio qui. E non sapevo di essere stata invitata a una partita di ‘Chi è il più figo?’.”
“Io non sapevo che fossi stata invitata, punto,” replicò Kieran.
“Che maleducato,” disse Emma. “Questa è casa mia. E che ci fate qui, comunque? Siete venuti a dirmi che lui,” indicò Iarlath, “non è responsabile dell’omicidio al Sepolcro? Perché mi sembra eccessivo solo per dire che non l’hai ucciso tu.”
“Certo che non l’ho ucciso io,” scattò Iarlath. “Non essere ridicola.”
In determinate circostante, Emma avrebbe ignorato il commento. Le Fate, però, non potevano mentire. Non le Fate complete, almeno. Le mezze Fate, come Mark e Helen, erano in grado di raccontare delle bugie, ma Iarlath non sembrava una fata solo a metà.
Emma incrociò le braccia sul petto. “Ripeti dopo di me: ‘Io non ho ucciso la vittima di cui parli, Emma Carstairs’,” disse. “In questo modo saprò che è vero.”
Gli occhi gialli di Iarlath si posarono su Emma con avversione. “Io non ho ucciso la vittima di cui parli, Emma Carstairs.”
“Allora perché siete qui?” domandò Emma. “Oh, è per una di quelle connessioni mancanti? L’altra notte ci siamo incontrati e hai sentito una scintilla? Scusa, ma non esco con gli alberi.”
“Non sono un albero.” Iarlath sembrava arrabbiato; la sua corteccia si stava sbucciando leggermente.
“Emma,” la chiamò una voce dalla porta in tono d’avvertimento.
Con enorme sorpresa di Emma, si trattava di Arthur Blackthorn. Stava davanti all’ingresso del Santuario, con indosso un sobrio completo scuro e i capelli pettinati attentamente all’indietro. Quella vista fece provare una scossa a Emma; era da tempo che non lo vedeva vestito in nient’altro che maglie slabbrate su pigiami vecchi e macchiati di caffè.
Al suo fianco stava Julian, coi capelli castani tutti arruffati. Quando vide Emma, sul suo viso passò un’ombra di stupore. Emma cercò sul suo sguardo qualche segno di rabbia, ma non ne trovò nessuno – aveva l’aria di uno che ha corso la maratona, in verità, e che si sta trattenendo dall’andare in pezzi per la stanchezza e il sollievo.
“Porgo le mie scuse per il comportamento della mia protetta,” disse Arthur entrando nella stanza. “Benché non sia proibito discutere nel Santuario, è contro lo spirito del posto.” Si accomodò sull’enorme poltrona di pietra. “Io sono Arthur Blackthorn. Questo è mio nipote Julian Blackthorn.” Julian, che era in piedi di fianco alla poltrona di Arthur, chinò il capo mentre Kieran e Iarlath si presentavano. “Ora, vi preghiamo di dirci perché siete qui.”
Il convoglio fatato si scambiò delle occhiate. “Cosa,” disse Kieran, “nessuna menzione della Pace Fredda o di come questa visita sia contro la vostra Legge?”
“Mio zio non amministra la Pace Fredda,” rispose Julian. “E non è questo ciò di cui vogliamo discutere. Conoscete le regole bene quanto noi; se avete scelto di infrangerle, deve essere per una ragione importante. Se non volete condividere l’informazione, mio zio dovrà chiedervi di andarvene.”
Gli occhi di Kieran si strinsero. “Molto bene,” disse. “Siamo venuti per chiedervi un favore.”
“Un favore?” chiese Emma con stupore. I dettami della Pace Fredda erano chiari: gli Shadowhunters non avrebbero dovuto prestare soccorso né alla Corte Seelie né alla Corte Unseelie.
“Forse siete confusi,” disse Arthur in tono freddo. “Potreste aver sentito parlare dei miei nipoti; potreste pensare che perché i nostri parenti Mark ed Helen hanno sangue di fata avrete un’accoglienza più gentile di quella che potreste ricevere in altri Istituti. Ma mia nipote è stata esiliata a causa della Pace Fredda, e mio nipote ci è stato rubato.”
Il labbro di Kieran si arricciò all’angolo. “L’esilio di sua nipote è stato un decreto degli Shadowhunters, non delle Fate,” replicò. “Per quanto riguarda suo nipote…”
Il respiro di Arthur si bloccò a metà. Le mani stringevano i braccioli della sua poltrona. “La mano del Console è stata forzata dal tradimento della Regina della Corte Seelie. I guerrieri della Corte Unseelie hanno combattuto al suo fianco. Non esiste mano di fata non insanguinata. Non siamo ben disposti verso le Fate in questo posto.”
“E la Pace Fredda non è stato ciò che ci ha portato via Mark,” aggiunse Julian, le guance accese per l’emozione. “Siete stati voi. La Caccia Selvaggia. Possiamo vedere dai tuoi occhi che corri con Gwyn, non negarlo.”
“Oh,” disse Kieran con un sorrisetto sarcastico sulle sue labbra, “Non lo negherei.”
Emma si chiese se qualcun altro aveva potuto sentire il brusco respiro di Julian. “Perciò conosci mio fratello.”
Il sorrisetto non lasciò il volto di Kieran. “Naturalmente.”
Julian aveva l’aspetto di qualcuno che veniva trattenuto da una forza superiore. “Cosa sai di Mark?
“Perché fingete sorpresa?” chiese Iarlath con tono imperioso. “È follia. Abbiamo parlato di Mark della Caccia nella lettera che vi abbiamo spedito.”
Emma vide l’espressione sul viso di Julian, un lampo di shock. Fece un veloce passo in avanti, perché non voleva che fosse lui a dover fare la domanda. “Che lettera?” chiese.
“Era scritta su una foglia,” disse Arthur. “Una foglia che si è sbriciolata.” Sudava; estrasse il fazzoletto dal taschino sul petto e si asciugò la fronte. “C’erano parole che riguardavano delle uccisioni. E Mark. Non pensavo fossero reali. Ero…”
Julian fece un passo in avanti, cercando di nascondere suo zio alla vista. “Uccisioni?”
Kieran fissò Julian, e i suoi occhi bicolore si scurirono. Emma ebbe la scomoda sensazione che Kieran pensasse di sapere qualcosa del suo parabatai, qualcosa che lei stessa non conosceva. “Sai degli omicidi,” disse. “Emma Carstairs ha scoperto uno dei cadaveri la scorsa notte. Sappiamo che siete a conoscenza di episodi precedenti.”
“Perché vi interessa?” chiese Julian. “Le Fate normalmente non si immischiano nei massacri degli umani.”
“Lo facciamo se il sangue versato è sangue di fata,” rispose Kieran. Guardò le loro facce sorprese. “Chiunque sia l’assassino, sta uccidendo e mutilando anche Fate. Questo è il motivo per cui Iarlath era al Sepolcro la scorsa notte. Questo è il motivo per cui Emma Carstairs lo ha incontrato. Stavano inseguendo lo stesso assassino.”
Iarlath infilò la mano nel suo mantello e ne estrasse una manciata di mica luccicante. La lanciò in aria, dove le particelle rimasero sospese e si separarono, formando delle immagini tridimensionali. Immagini di cadaveri, cadaveri di Fate – alcuni dall’aspetto molto vicino a quello umano; alcuni Spiriti d’Acqua, con le loro branchie e i capelli verdi; alcuni Elfi, con i loro occhi completamente blu e le piccole strutture corporee. Tutti morti. Tutti avevano la pelle incisa con i segni intrecciati che avevano decorato il cadavere che Emma e Cristina avevano trovato la notte precedente.
Emma si chinò inconsciamente in avanti, nel tentativo di avere una miglior visuale sull’illusione. “Di cosa si tratta? Fotografie magiche?”
“Ricordi, conservati con la magia,” rispose Iarlath.
“Illusioni,” disse Julian. “Le illusioni possono mentire.”
Iarlath girò la mano, e le immagini cambiarono. All’improvviso Emma si trovò a fissare il cadavere dell’uomo che aveva trovato nel vicolo la notte precedente. Era un’immagine perfetta, fin nel dettaglio dell’espressione di orrore sul suo volto.
“L’hai visto,” fece Emma. “L’hai trovato prima di me. Me lo ero chiesta.”
Iarlath chiuse la mano, e gli scintillanti pezzetti di mica caddero al suolo come gocce di pioggia, mentre l’illusione svaniva. “Sì. Era già morto. Non avrei potuto aiutarlo. L’ho lasciato lì per permettervi di trovarlo.”
Emma non disse nulla. Era pressoché evidente dall’immagine che Iarlath stava dicendo la verità.
E le Fate non mentivano.
“Sappiamo che sono stati uccisi anche degli Shadowhunters,” disse Kieran.
“Gli Shadowunters vengono spesso uccisi,” osservò lo zio Arthur. “Non esiste un posto sicuro.”
“Non è così,” ribatté Kieran. “Esiste protezione là dove ci sono dei protettori.”
“I miei genitori,” disse Emma, ignorando Julian che stava scuotendo la testa nella sua direzione, come a dirle: Non dirlo, non condividere, non dare loro nulla. Sapeva che probabilmente aveva ragione – era nella natura delle Fate prendere i tuoi segreti e rivoltarteli contro. Ma c’era una possibilità, una piccolissima possibilità che sapessero qualcosa… “I loro corpi sono stati ritrovati con quegli stessi simboli, cinque anni fa. Dopo un giorno sono diventati cenere.”
Kieran la guardò con i suoi occhi scintillanti. Nessuno dei due aveva un aspetto vagamente umano: l’occhio nero era troppo scuro, quello argentato troppo metallico. “Sappiamo dei tuoi genitori,” disse. “Sappiamo della loro morte. Sappiamo del linguaggio demoniaco con cui i loro cadaveri sono stati marchiati.”
“Deturpati,” disse Emma, col respiro mozzato, e sentì gli occhi di Julian su di lei, come a ricordarle che era lì, un supporto silenzioso. “Sfigurati. Non marchiati.”
L’espressione di Kieran non cambiò. “Sappiamo anche che da anni cercate di tradurre o capire quei segni, senza alcun successo. Possiamo aiutarvi a cambiare questa situazione.”
“Cosa stai dicendo, con precisione?” chiese Julian. Gli occhi erano guardinghi; tutta la sua postura lo era. La tensione nel suo corpo era ciò che impediva a Emma di porre tutte le domande che aveva.
“Gli studiosi della Corte Unseelie hanno studiato i simboli,” disse Iarlath. “Somiglia a un antico linguaggio delle Fate. Uno esistente molto prima dell’umanità. Prima dei Nephilim.”
“Quando le Fate erano più legate ai loro antenati demoniaci,” disse Arthur con voce rauca.
Il labbro di Kieran si curvò, come se quello che Arthur aveva detto fosse disgustoso. “I nostri studiosi hanno iniziato a tradurre,” disse. Estrasse un foglio di carta sottile dall’aspetto simile a una pergamena. Emma riconobbe i disegni dei marchi che le erano ormai familiari. Quelli che erano sui cadaveri dei suoi genitori. Sotto i segni c’erano delle parole, scritte con una grafia sottilissima.
Il cuore di Emma iniziò a battere furiosamente.
“Hanno tradotto la prima riga,” disse. “Sembrerebbe essere parte di un incantesimo. Qui la nostra conoscenza ci blocca – il Popolo Fatato non si occupa di incantesimi; quella è prerogativa degli Stregoni…“
“Avete tradotto la prima riga?” esplose Emma. “Cosa dice?”
“Ve lo diremo,” disse Iarlath, “e vi consegneremo il lavoro che i nostri studiosi hanno compiuto finora, se accettate le nostre condizioni.”
Julian li fissò stringendo gli occhi. “Perché avete tradotto solo la prima riga?” chiese. “Perché non tutto quanto?”
“Gli studiosi avevano a malapena compreso il significato di quella prima riga, quando il Re della Corte Unseelie ha vietato loro di continuare,” rispose Kieran. “La magia di questo incantesimo è oscura, di origine demoniaca. Non voleva che fosse risvegliata nel regno Fatato.”
“Avreste potuto continuare il lavoro voi stessi,” disse Emma.
“Il Re ha proibito a tutte le Fate di toccare quelle parole,” sbottò Iarlath. “Ma questo non vuol dire che il nostro coinvolgimento termini qui. Crediamo che questo testo, questi segni, potranno aiutarvi a trovare l’assassino, una volta compresi.”
“E voi vorreste che noi traducessimo il resto dei simboli?” domandò Julian. “Usando la riga che avete tradotto come chiave di lettura, se non sbaglio.”
“Più di questo,” disse Iarlath. “La traduzione non è che il primo passo. Vi condurrà dall’assassino. Una volta che l’avrete trovato, lo consegnerete al Re della Corte Unseelie, davanti al quale sarà sottoposto a giudizio per l’omicidio delle Fate, e avrà giustizia.”
“Vorreste che conducessimo un’investigazione per vostro conto?” sbottò Julian. “Siamo Shadowhunters. Siamo vincolati alla Pace Fredda, proprio come voi. Ci è vietato aiutare il Popolo Fatato, ci è vietato persino intrattenervi qui. Sapete cosa rischieremmo. Come osate chiedere?”
C’era rabbia nella voce di Julian – rabbia fuori misura per una semplice richiesta, ma Emma non riusciva a ritenerlo colpevole. Sapeva cosa vedeva quando guardava le Fate, specialmente le Fate con gli occhi spezzati della Caccia Selvaggia. Vedeva le lande ghiacciate dell’isola Wrangel. Vedeva la stanza vuota dell’Istituto in cui Mark non riposava più.
“Non è soltanto la loro investigazione,” disse Emma in modo sommesso. “È anche la mia. Ha a che fare con i miei genitori.”
“Lo so,” rispose Julian, e la rabbia era svanita. C’era una sorta di dolore nella sua voce, adesso. “Ma non così, Emma…”
“Perché siete venuti qui?” lo interruppe Arthur, con l’aspetto dolorante, l’incarnato grigiastro. “Perché non da uno stregone?”
Il bellissimo volto di Kieran si distorse. “Non possiamo consultare uno stregone,” disse. “Nessuno dei Figli di Lilith vuole avere a che fare con noi. La Pace Fredda ci ha isolati anche dagli altri Nascosti. Ma voi potete. Potete andare dal sommo stregone Malcolm Fade, o dallo stesso Magnus Bane, e chiedere una risposta alle vostre domande. Noi siamo incatenati, ma voi…” Pronunciò la parola con disprezzo. “Voi siete liberi.”
“Siete venuti dalla famiglia sbagliata,” replicò Arthur. “Ci state chiedendo di infrangere la Legge per voi, come se avessimo un qualche riguardo speciale per il Popolo Fatato. Ma i Blackthorn non hanno dimenticato cosa avete preso loro.”
“No,” disse Emma. “Abbiamo bisogno di quel foglio di carta, abbiamo bisogno…”
“Emma.” Lo sguardo di Arthur era tagliente. “Basta.”
Emma abbassò lo sguardo, ma il sangue le ribolliva nelle vene, una determinata melodia di ribellione. Se le Fate se ne fossero andate portando via quel foglio di carta con loro, avrebbe trovato un modo per rintracciarle, avere l’informazione, apprendere quello che voleva sapere. Un modo qualsiasi. Se anche l’Istituto non poteva assumere quei rischi, lei poteva.
Iarlath guardò Arthur. “Non credo tu voglia prendere una decisione così in fretta.”
La mandibola di Arthur si indurì. “Perché pensi che potrei pentirmene, vicino?”
I Buoni Vicini. Un vecchio, vecchissimo termine per indicare il popolo fatato. Fu Kieran a replicare. “Perché abbiamo qualcosa che volete sopra ogni altra. E se ci aiuterete, siamo disposti a concedervela.”
Julian impallidì. Emma, guardandolo, fu per un momento troppo coinvolta nella sua reazione per comprendere lei stessa quello di cui stavano parlando. E quando lo fece, il suo cuore prese a battere in modo irregolare.
“Di cosa si tratta?” sussurrò Julian. “Cosa avete che ci interessa?”
“Oh, andiamo,” disse Kieran. “Cosa pensi possa essere?”
La porta del Santuario, quella che dava sull’esterno dell’Istituto, si aprì, e la fata con gli indumenti color marrone entrò. Si muoveva con grazia e in modo silenzioso, senza esitazione o trepidazione – non c’era nulla di umano nei suoi movimenti. Entrando nella decorazione della runa angelica sul pavimento, si fermò. La stanza era in completo silenzio mentre sollevava le mani verso il cappuccio e – per la prima volta – esitava.
Le sue mani erano umane, le dita lunghe e con una leggera abbronzatura.
Familiari.
Emma non respirava. Non riusciva a respirare. Julian aveva l’aspetto di qualcuno che stesse vivendo un sogno. Il volto di Arthur era inespressivo, confuso.
“Togli il cappuccio, ragazzo,” disse Iarlath. “Mostra il tuo viso.”
La mani familiari si strinsero sul cappuccio e lo tirarono indietro. Spingendo, e poi tirando via il mantello dalle sue spalle, come se la stoffa fosse incollata alla pelle in modo poco confortevole. Emma vide in un lampo un corpo snello e flessuoso, capelli dorati, pelle abbronzata, mentre il mantello veniva tirato via e scivolava sul pavimento formando una pozzanghera scura.
Un ragazzo era al centro della runa, affannato. Un ragazzo che sembrava un diciassettenne, con capelli chiari che si arricciavano come rami di acanto, attorcigliati a rametti e rovi, lunghi fino alle spalle. Gli occhi mostravano l’ambiguità della Caccia Selvaggia: due colori – uno color oro, l’altro blu Blackthorn. I suoi piedi erano scalzi, neri per la sporcizia, i vestiti rappezzati e strappati. La pelle mostrava centinaia di cicatrici.
Un’onda di vertigini colpì Emma, insieme a un terribile miscuglio di orrore e conforto e stupore. Julian si era irrigidito, come se fosse stato colpito da uno shock elettrico. Vide le sue labbra tirarsi, i muscoli delle guance contrarsi nervosamente. Non aprì la bocca; fu Arthur a parlare, sollevandosi per metà dalla sua poltrona, con voce debole e incerta.
Mark?
Gli occhi di Mark si spalancarono, confusi. Aprì la bocca per rispondere. Iarlath si rivoltò contro di lui. “Mark Blackthorn della Caccia Selvaggia,” sbottò. “Non parlare finché non avrai il permesso per farlo.”
Le labbra di Mark si chiusero di nuovo. Chinò il capo.
“E tu,” disse Kieran, alzando una mano mentre Julian iniziava a muoversi, “rimani dove sei.”
“Cosa gli avete fatto?” Gli occhi di Julian lanciavano lampi. “Cosa avete fatto a mio fratello?
“Mark appartiene alla Caccia Selvaggia,” disse Iarlath. “Se scegliessimo di riconsegnarvelo, sarebbe solo per nostra volontà.”
Arthur era crollato di nuovo nella poltrona alle sue spalle. Osservava come avrebbe fatto un gufo Mark e gli ospiti fatati. Il colore grigio era di ritorno sul suo volto. “I morti camminano e i perduti ritornano,” disse. “Dovremmo esporre bandiere blu dalle torri lassù.”
Kieran strinse gli occhi. “Che cosa sta dicendo?”
Julian guardò Arthur, poi Mark, poi le altre due Fate. “È in stato di shock,” disse. “La sua salute è debole; lo è dalla guerra. L’avete scioccato.”
“Viene da un vecchio poema degli Shadowhunters,” disse Emma. “Mi sorprende che non lo conosciate.”
“I poemi contengono parole vere,” osservò Iarlath, e c’era dell’ironia nella sua voce, tendente al sarcasmo. Emma si chiese se rideva di loro o di se stesso.
Julian fissava Mark, sul viso un’espressione di shock che non accennava a diminuire e di desiderio. “Mark?” disse.
Mark non sollevò lo sguardo.
Julian aveva l’aspetto di qualcuno colpito da dardi elfici, le insidiose frecce fatate che si infilavano sottopelle e rilasciavano un veleno mortale. Qualunque accenno di rabbia che Emma avesse provato nei suoi confronti la sera prima scomparve. L’espressione sul suo viso le dava la sensazione di ricevere pugnalate nel cuore. “Mark,” ripeté ancora una volta, e poi in un mezzo sussurro, “Perché? Perché non può parlarmi?”
Le arterie del collo di Julian pulsavano in modo energico. Emma se ne accorse e odiò le Fate, in modo improvviso e violento, perché trattenendo Mark, avevano nelle loro mani anche il fragile e umano cuore di Julian.
“Gwyn gli ha vietato di parlare fino alla fine delle contrattazioni,” disse Kieran. Lanciò uno sguardo a Mark, e c’era qualcosa di freddo nella sua espressione. Odio? Invidia? Disprezzava Mark per le sue origini per metà umane? Lo disprezzavano tutti? In che modo avevano dimostrato il loro odio in tutti quegli anni, quando Mark era a loro disposizione?
Emma sentiva il modo in cui Julian si stava costringendo a non avvicinarsi a suo fratello. Parlò per lui. “Perciò è Mark la vostra moneta di scambio.”
Un lampo di rabbia attraversò il viso di Kieran, improvviso e spaventoso. “Perché devi dire cose ovvie? Perché tutti gli umani lo fanno? Stolta ragazza…”
Julian si mosse; la sua attenzione venne strappata via da Mark, la schiena si addrizzò, la voce si indurì. Sembrava calmo, ma Emma, che lo conosceva bene, poteva sentire le lame ghiacciate nella sua voce. “Emma è la mia parabatai,” disse. “Se le parlerai ancora una volta con quel tono, ci sarà del sangue sul pavimento del Santuario, e non mi importa se mi condanneranno a morte per questo.”
I bellissimi e strani occhi di Kieran brillarono. “Voi Nephilim siete fedeli ai compagni che vi scegliete, devo ammetterlo.” Fece un gesto sdegnoso con la mano. “Suppongo che Mark sia la nostra moneta di scambio, se vuoi dirlo così, ma non dimenticare che è colpa dei Nephilim se ne abbiamo bisogno. C’è stato un tempo in cui gli Shadowhunters avrebbero investigato riguardo alle morti del popolo fatato solo perché credevano più nel loro compito di proteggere che nel loro odio.”
“C’è stato un tempo in cui il Popolo Fatato ci avrebbe restituito uno dei nostri, se lo avesse preso,” disse Arthur. “Il dolore della perdita è da entrambe le parti, come la perdita di fiducia.”
“Beh, dovrete fidarvi di noi,” disse Kieran. “Non avete nessun altro. O sbaglio?”
Ci fu un lungo silenzio. Lo sguardo di Julian tornò su suo fratello, senza poterci fare nulla, come se fosse attratto da lui con un laccio. “Perciò volete che troviamo il responsabile per queste uccisioni,” disse. “Che fermiamo gli omicidi delle Fate e degli umani. E in cambio ci darete Mark, se avremo successo?”
“La Corte è pronta a essere più che generosa,” disse Kieran. “Vi daremo Mark adesso. Vi aiuterà nelle vostre investigazioni. E quando le investigazioni saranno finite, potrà scegliere se rimanere con voi o tornare nella Caccia.”
“Sceglierà noi,” disse Julian in tono freddo. “Siamo la sua famiglia.”
Gli occhi di Kieran lampeggiarono. “Non ne sarei così sicuro, giovane Shadowhunter. Quelli della Caccia sono leali alla Caccia.”
“Lui non è della Caccia,” disse Emma. “È un Blackthorn.”
“Sua madre era una fata,” disse Kieran. “E lui ha cavalcato con noi, raccolto i defunti con noi, ha raggiunto livelli eccezionali nell’uso dei dardi elfici e delle frecce. È un formidabile guerriero, come Fata, ma non è come voi. Non combatterà come voi. Non è un Nephilim.”
“Sì, lo è,” disse Julian. “Il sangue degli Shadowhunters fa la razza. La sua pelle tollera i Marchi. Conosci le leggi.”
Kieran non ribatté, ma fissò Arthur. “Soltanto il capo dell’Istituto può decidere riguardo a questa materia. Dovresti lasciare che tuo zio parli liberamente.”
Emma fissò Arthur; lo fecero tutti. Arthur stringeva in modo nervoso e irritato il bracciolo della sua poltrona. “Vorreste quella fata qui in modo che possa riportarvi le nostre mosse,” disse infine, con voce tremante. “Sarà la vostra spia.”
Quella fata. Non Mark. Emma guardò Mark, ma se un lampo di dolore aveva attraversato la sua faccia impietrita era stato invisibile.
“Se avessimo voluto spiarvi, ci sarebbero stati modi più facili,” disse Kieran con un tono di freddo rimprovero. “Non avremmo avuto bisogno di consegnarvi Mark – è uno dei migliori guerrieri della Caccia. Gwyn sentirà la sua mancanza. Non sarà una spia.”
Julian si allontanò da Emma, cadde sulle ginocchia vicino alla poltrona di suo zio. Si chinò verso di lui e sussurrò ad Arthur, ed Emma cercò di ascoltare quello che diceva, ma poté comprendere solo alcune parole – “Fratello” e “investigazione” e “uccisioni” e “medicina” e “Conclave”.
Arthur sollevò una mano tremante, come per ridurre in silenzio il  nipote, oi si voltò verso le Fate. “Accettiamo la vostra offerta” disse. “A patto che non ci siano trucchi. Alla fine dell’investigazione, quando il responsabile sarà catturato, Mark compirà liberamente la scelta di restare o andarsene.”
“Naturalmente,” disse Iarlath. “A patto che l’assassino venga consegnato a noi. Vogliamo quello con le mani sporche di sangue – non sarà sufficiente dire ‘è stato fatto da questo o da quello’ o ‘i vampiri sono responsabili’. L’assassino o gli assassini saranno messi nelle mani delle Corti. Noi avremo la nostra giustizia.”
Se foste capaci di giustizia, adesso non saremmo qui, pensò Emma, ma non disse nulla.
“Prima giurate,” ordinò Julian, gli occhi verde-blu scintillanti e duri. “Dite: ‘Giuro che quando i termini dell’accordo saranno soddisfatti, Mark Blackthorn potrà decidere da solo se desidera restare parte della Caccia o tornare dalla sua famiglia come Nephilim’.”
La bocca di Kieran si strinse. “Giuro che quando i termini dell’accordo saranno soddisfatti, Mark Blackthorn potrà decidere da solo se desidera restare parte della Caccia o tornare dalla sua famiglia come Nephilim.”
Emma guardò Mark. Era inespressivo, immobile come era rimasto per tutto il tempo, come se non stessero parlando di lui, ma di qualcun altro. Sembrava in grado di guardare attraverso le mura del Santuario, osservare magari oceani distanti o un palazzo persino più distante.
“Allora penso che abbiamo un accordo,” rispose Julian. “Che Raziel ci aiuti,” mormorò.
Le due Fate si scambiarono un’occhiata, e poi Kieran andò da Mark. Posò le sue mani bianche sulle spalle di Mark e gli disse qualcosa in una lingua gutturale che Emma non riusciva a comprendere – non somigliava a niente che avesse insegnato loro Diana, né al discorso alto e flautato delle Corti, né a qualunque altro linguaggio magico. Mark non si mosse, e Kieran si allontanò, per niente sorpreso.
“È vostro, per ora,” disse guardando Arthur. “Gli lasceremo il suo destriero. Si sono… affezionati.”
“Non potrà usare il cavallo,” rispose Julian in tono duro. “Non a Los Angeles.”
Il sorriso di Kieran era pieno di disprezzo. “Penso che scoprirete che questo può usarlo.”
“Dio!” A urlare era stato Arthur. Barcollò in avanti tenendosi la testa tra le mani. “Fa male…”
Julian si spostò al fianco dello zio, allungandosi per afferrargli il braccio, ma Arthur si scostò e si alzò in piedi, il respiro incerto. “Dovrete scusarmi,” disse. “La mia emicrania. È insopportabile.”
Sembrava stare tremendamente poco bene, questo è certo. La sua pelle era del colore del gesso sporco, e il colletto della camicia gli stava attaccato alla gola per il sudore.
Kieran e Iarlath non dissero nulla. E lo stesso fece Mark, che stava ancora dondolando sul posto, gli occhi fissi sul pavimento. Le Fate osservavano invece Arthur con una bruciante curiosità nello sguardo. Emma riusciva a leggere i loro pensieri. Il capo dell’Istituto di Los Angeles. È debole, malato…
La porta interna scricchiolò, e Diana entrò nella stanza. Sembrava tranquilla come al solito. I suoi occhi scuri guardarono la scena che le stava davanti; non sembrava né sorpresa né preoccupata. “Arthur,” disse. “Sei richiesto al piano superiore. Vai. Accompagnerò il convoglio all’esterno per discutere l’accordo.”
Da quanto stava qui fuori a spiarci?, si chiese Emma mentre Arthur, con un’espressione disperatamente grata, superava Diana e raggiungeva la porta. Diana sapeva essere silenziosa come un gatto, quando lo desiderava, quindi era chiaro che li stesse ascoltando.
“Sta morendo?” domandò Iarlath con una certa curiosità, seguendo con lo sguardo Arthur mentre lasciava il Santuario.
“Siamo mortali,” rispose Emma. “Ci ammaliamo, invecchiamo. Non siamo come voi. Ma non dovrebbe sorprendervi.”
“Basta,” disse Diana. “Vi condurrò fuori dal Santuario, ma prima – la traduzione.” Allungò una mano scura e sottile.
Kieran le passò un foglio quasi trasparente, guardandola con un’espressione storta. Diana abbassò lo sguardo per osservarlo. “Che dice la prima frase?” chiese Emma, incapace di fermarsi.
Diana aggrottò la fronte. “Fuoco all’acqua,” rispose. “Che significa?”
Iarlath le lanciò un’unica occhiata gelida, poi si mosse per raggiungerla. “Scoprirlo è il vostro lavoro.”
Fuoco all’acqua? Emma pensò ai corpi dei suoi genitori, affogati e poi sbriciolatisi come la cenere. Al corpo dell’uomo nel vicolo, bruciato e poi inzuppato nell’acqua di mare. Guardò Julian, chiedendosi se la sua mente stesse percorrendo gli stessi pensieri – ma no, lui stava osservando il fratello, senza muoversi, come se fosse congelato.
Emma desiderava mettere le mani sul foglio, ma Diana l’aveva già messo nella sua giacca, e stava conducendo le due Fate verso l’uscita del Santuario. “Capite che dovremo investigare su questa faccenda senza che il Conclave lo sappia,” disse mentre Iarlath le si affiancava. Kieran stava dietro di loro, accigliato.
“Capiamo che temete il vostro governo, sì,” rispose Iarlath. “Li temiamo anche noi, gli architetti della Pace Fredda.”
Diana non abboccò. “Se per caso doveste contattarci durante l’investigazione, dovrete farlo con molta attenzione.”
“Verremo solo nel Santuario, e voi potrete lasciare qui i vostri messaggi,” disse Kieran. “Se dovessimo sentir dire che avete parlato del nostro accordo con qualcuno al di fuori di queste mura, specialmente con dei non Nephilim, resteremo molto scontenti. Anche Mark ha giurato segretezza alla Caccia. Scoprirete che non disubbidirà.”
La luce del sole filtrò all’interno del Santuario mentre Diana apriva le porte esterne. Emma provò una fitta di gratitudine per la sua insegnante, mentre Diana e le due Fate sparivano. Gratitudine per aver risparmiato Arthur – e per aver risparmiato a Julian un altro secondo in cui avrebbe dovuto fingere di stare bene.
Perché Jules stava guardando suo fratello – finalmente lo stava davvero guardando, senza che nessuno vedesse o giudicasse le sue debolezze. Senza che nessuno, all’ultimo istante, gli portasse di nuovo via Mark.
Mark sollevò lentamente il capo. Era sottile come un’asse, molto più piccolo e ossuto di quanto lo ricordasse Emma. Non sembrava essere invecchiato tanto quanto si era affilato, come se le ossa di mento, guance e mascella fossero state ridefinite utilizzando degli strumenti precisissimi. Era magro ma grazioso, in quel modo tipico delle Fate.
“Mark,” sospirò Julian, ed Emma ripensò agli incubi che avevano svegliato Julian nel corso degli anni, chiamando il fratello, Mark, e a quanto sembrava disperato, perso. Adesso era impallidito, ma i suoi occhi splendevano come se stesse osservando un miracolo. Ed effettivamente era una specie di miracolo, pensò Emma: le Fate non restituivano ciò che avevano preso.
O, almeno, non lo ridavano mai senza cambiarlo.
Emma sentì improvvisamente il gelo correrle nelle vene, ma non emise neanche un verso. Non si mosse mentre Julian faceva un passo in direzione del fratello, e poi un altro, e poi parlava con voce rotta. “Mark,” sussurrò. “Mark. Sono io.”
Mark guardò Julian dritto in viso. C’era qualcosa di strano nei suoi occhi di due colori diversi; quando Emma l’aveva visto per l’ultima volta, aveva tutti e due gli occhi blu, e la biforcazione sembrava parlare di qualcosa di rotto, in lui, come un pezzo di ceramica che si è scheggiato sulla parte smaltata. Guardò Julian, osservando la sua altezza, le sue spalle larghe e la figura alta e dinoccolata, i suoi capelli castani arruffati, i suoi occhi da Blackthorn, e parlò per la prima volta.
La sua voce suonò ruvida, raschiata, come se avesse urlato a lungo.
“Padre?” chiese, e poi, mentre Julian prendeva un respiro turbato, gli occhi di Mark ruotarono all’indietro e lui collassò sul pavimento, svenuto.

17 commenti su “Capitolo tradotto: “Highborn Kinsmen”, da Lady Midnight

  1. Se non rompo troppo, volevo chiedervi una cosa. Leggendo i vostri post e commenti su Facebook, non ho capito se voi sapete la data di pubblicazione di LM in Italia, a grandi linee, e vi hanno chiesto di non rivelarla, o se invece avete il buio totale anche voi.
    Grazie ancora, vi adoro! Sono anni che vengo a vedere ogni giorno il vostro sito e col tempo ho iniziato ad apprezzare sempre di più la vostra gentilezza, professionalità e il vostro operato. Oggi commento per la prima volta, ma credetemi, vi sorveglio da un sacco di tempo! :-D Se non ci foste voi… :heart: :heart: :heart:

    • Ciao! :*

      Per prima cosa, ti ringraziamo tantissimo: facciamo questo “lavoro” (chiamiamolo così) per aiutare gli altri fan, e sapere di essere effettivamente utili ci rende contentissime. <333 E, soprattutto, ci rende orgogliose sapere che apprezzi il nostro modo di gestire il sito e i suoi canali – davvero, è sempre un piacere e un onore sentirsi dire cose simili. <3
      Speriamo che continuerai a seguirci, e che non deluderemo mai le tue aspettative!

      Quanto alla data italiana, ci è stato detto in che mese dovrebbe uscire il libro, sì. :) Però la casa editrice non sa ancora se ce la farà, e ci è stato chiesto di aspettare finché le cose non saranno un po' più ufficiali.

      Appena ci verrà dato il via libera (speriamo presto!), lo comunicheremo immediatamente.

      • Primo: sono così contenta di parlare con voi! E’ talmente tanto tempo che leggo i vostri tweet, post, messaggi, e sapere che questo è indirizzato a me mi fa davvero tanto felice. E’ quasi come se mi stesse scrivendo Cassie…
        Secondo: grazie per la delucidazione, e grazie per il capitolo tradotto: è assolutamente meraviglioso, ora però mi avete messo la pulce e vorrei andare avanti… E’ il bello di Shadowhunters, è vero.
        Grazie, grazie ancora Roro e Manu! :heart: :heart: :heart:

      • Noi siamo sempre qui/in pagina/praticamente ovunque, se vuoi parlarci! :* Non farti mai problemi, rispondiamo più che volentieri – ci fa piacere chiacchierare!
        (E awww, è un complimento enorme quello che ci fai. >///< Sul serio, grazie.)

        Eh, a chi lo dici! ;__; Abbiamo terminato la lettura del capitolo mesi fa e stiamo letteralmente smaniando per il seguito. Non vediamo l'ora che esca il librooo! *Ha bisogno di Emma e Julian e di tutti gli altri*

      • Attenta Roro, rischi di creare un mostro! :-D
        Abbiamo bisogno di Emma! E Julian! E Alec! E Clary! E Tessa! E… okay, la smetto. Buonanotte ragazze, un abbraccione mega! Vi meritereste… non lo so nemmeno io. Vi va bene una giornata con i Malec? <3

  2. @Hermione Fraywood Herondale: non mi permette più di risponderti! :(

    Comunque, è un rischio che non mi spaventa, non preoccuparti. XDDD

    ‘Notte anche a te (e una giornata coi Malec ci farebbe ovviamente MOLTO piacere <333)! :*

    • Che bello! Aspettatevi di vedermi saltar fuori di tanto in tanto allora! O forse di poco in poco… :-D
      Per quanto riguarda questa famosa giornata coi Malec, vi dispiace se mi accodo e andiamo a dare un salutino anche ai Sizzy? Adoro Alec, è il mio personaggio preferito! E Magnus è così… così… oh, lo sapete. ;) <3 Notte, notte! Bacioni! :kiss: :heart:

  3. Ragazzi siete davvero incredibili io vi seguo sempre e non deludete mai anzi con questo capitolo a sorpresa siete andati anche oltre le aspettative! :happy: Però da adesso non riesco a pensare quanto a lungo dovremmo aspettare per avere lady midnight in italiano :crazy:……e poi quanto mi piacerebbe poter verdere la copertina originale nell’edizione italiana! Ma so che non accadrà mai! Vabbè accontentiamoci :yes: grazie ancora per quello che fate

  4. Oddio grazie mille per questo regalo stupendo!! Siete mitiche! Le migliori! Adesso speriamo che ci siano altri regalini da parte di Cassie

  5. Pingback: Immagine “spoiler” da Lady Midnight: “This is not a love story” » Shadowhunters.it

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