Extra tradotto: una scena tagliata da City of Lost Souls!

Cominciamo a pubblicarvi quella che è la più lunga tra le scene tagliate di Città delle Anime Perdute ancora (nella nostra traduzione) inedite. :)

Protagonisti dell’estratto sono Clary, Jace e Sebastian. E niente, speriamo che vi piaccia!

PS: le altre arriveranno appena possibile, sono già pronte. Magari stasera! ;)

Clary si trovava nella stanza di Jace quando lui e Sebastian tornarono a casa. Aveva trovato davvero poche cose durante la sua ricerca. Non c’era nulla, nella stanza di Sebastian, che si potesse considerare interessante, eccezion fatta per alcuni libri scritti in latino; il latino di Clary, però, non era abbastanza buono perché potesse leggerli. Sulle pareti c’erano pagine che sembravano essere state strappate da qualche vecchia guida, illustrate con schizzi a penna bianchi e neri, ma non parevano collegate le une alle altre. Nel caminetto c’erano pezzi di cenere che dalla forma ricordavano brandelli di fotografie bruciate, ma quando Clary aveva cercato di prenderli in mano si erano sbriciolati.
La stanza di Jace era quella subito accanto; era immacolata, non conteneva quasi nessuno dei suoi averi. C’erano delle armi, ma Clary non riusciva a riconoscerle, e non riconosceva neppure i libri sugli scaffali. Il suo armadio era pieno di abiti, ma, proprio come quelli nella stanza matrimoniale, erano in gran parte nuovi: doveva averli acquistati durante le settimane precedenti, visto che molti presentavano ancora la targhetta col prezzo. Non rientravano in quello che secondo Clary era lo stile di Jace. Si era sempre vestito in maniera semplice – con cose normali, a tinta unita: abiti che gli stavano bene ma non attiravano l’attenzione. Era così bello che cose simili non avevano importanza, aveva sempre pensato Clary; aveva un aspetto eccezionale anche con un semplice jeans e una t-shirt. E adesso nell’armadio ne aveva in quantità, di jeans e t-shirt, ma le camice erano griffate, i cappotti e le giacche di Burberry e Hugo Boss e Dolce & Gabbana.
Come gli abiti nell’armadio di Sebastian.
Come i vestiti costosi che aveva sempre indossato Valentine.
Clary chiuse la porta dell’armadio e si sedette sul letto di Jace, dicendosi che si stava comportando come una stupida. Gli abiti firmati non erano qualcosa di cui preoccuparsi. C’erano altri oggetti, nella stanza, che parlavano del Jace che lei aveva sempre conosciuto – la pulizia, il modo in cui aveva organizzato le sue armi sull’armadio in ordine di grandezza, i libri sul comodino. Aveva sempre usato un pugnale dalla lama sottile come segnalibro; quest’abitudine non era cambiata. La foto di loro due era sulla parete. Persino il sapone agrumato nel suo bagno era lo stesso che aveva sempre usato…
Sentì i passi sulla scala, la voci. Quella di Sebastian si fece più forte: “Dov’è?”
Clary ebbe a stento il tempo di spegnere la luce, gettarsi sul letto e rannicchiarsi con la testa sul cuscino prima che la porta si aprisse. Jace era sulla soglia, incorniciato dalla luce del corridoio; Sebastian gli stava dietro. Clary si sollevò sul gomito, battendo le palpebre con fare assonnato a dispetto del battito accelerato del suo cuore. “Siete appena tornati?”
Jace lanciò un’occhiata a Sebastian – un’occhiata che diceva chiaramente: te l’avevo detto che sarebbe stata qui. “Non ci hai sentiti salire al piano di sopra?”
Clary scosse il capo. “Scusate, ero stanca. Credo di essere ancora esausta per essere rimasta sveglia fino all’alba, la notte scorsa.” Guardò timidamente Jace. “Mi sentivo un po’ sola, quindi ho pensato che se mi fossi rannicchiata nel tuo letto…”
Sembra che stia dicendo sul serio? Il volto di Jace si era rilassato, ma Sebastian la guardava come se lei fosse fatta di vetro trasparente e lui potesse guardare al suo interno, e quanto vedeva lo stesse divertendo.
Si mise a sedere, tirando indietro i capelli, e si allungò per accendere la lampada sul comodino.
“Non…” cominciò a dire Jace, ma Clary aveva già premuto l’interruttore.
Si irrigidì. I due ragazzi la osservavano, Jace con una certa preoccupazione, Sebastian con il solito angolo della bocca arricciato in un sorriso mezzo divertito. I suoi occhi scuri le mandarono lo stesso messaggio di sempre, quello che Clary cercava ogni volta di non leggere: sappiamo, io e te. Noi due conosciamo la verità.
Ma non era stato niente di tutto questo a farla irrigidire. Quello dipendeva dal fatto che entrambi fossero ricoperti da schizzi di sangue – c’era una macchia, sulla guancia di Jace, che gli sporcava le maniche, e una chiazza sulla maglia, i bordi scuri e irrigiditi dal sangue secco; la pelle sotto sembrava integra, però. Sebastian, invece – Sebastian aveva del sangue persino tra i capelli argentei e sugli abiti; sulle mani ce n’era tantissimo, al punto che sembrava stesse indossando dei guanti rossi. Il bracciale d’argento che portava al polso, lì dove gli era stata rigenerata la mano, era sporco di sangue.
Clary sentì la sua voce come se provenisse da un posto molto, molto lontano. “Cos’è successo?”
“Abbiamo avuto un problemino,” rispose Sebastian. “Nulla che non potessimo gestire.” Piegò il capo di lato. “Sei pallida come un fantasma, sorellina. Non dirmi che non hai mai visto di peggio. Siamo Shadowhunters. È questo che facciamo.”
“Certo.” Clary aveva risposto in maniera meccanica. “È solo che non voglio che vi facciate male.”
“Allora non c’è ragione perché tu debba preoccuparti. La maggior parte di questo sangue non è di nessuno dei due.”
Clary deglutì, la gola secca. “E allora di chi è?”

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