Traduzione: un estratto da The Iron Trial!

Shadowhunters, per ringraziarvi di tutto l’impegno profuso nell’iniziativa per Città di Cenere (siamo ancora tra le tendenze italiane!), ecco il nostro “regalino”. ;) Un estratto di The Iron Trial!

 

Come alcuni di voi sapranno, l’editore inglese di Magisterium (serie middle grade co-scritta da Cassie e Holly Black) ha creato un “giochino” per presentarci il primo romanzo – ogni mese si sblocca una nuova missione, e ogni missione regala un contenuto speciale sul libro.

Quest’estratto proviene da lì. ;)

 

Nel caso dovessero servirvi informazioni su L’Anno di Ferro (questo il titolo italiano del primo romanzo, che verrà pubblicato in Italia sempre dalla Mondadori), le trovate in questa sezione del sito: qui.

 

 

 

 

 

 

 

Le speranze di Tamara vennero infrante il giorno successivo, quando furono riportati nel posto che Call aveva soprannominato “Stanza della Sabbia e della Noia” per terminare la divisione. Mancava ancora un sacco di sabbia. Call si sentì nuovamente colpevole.

“Ma quando avremo finito,” chiese Aaron a Master Rufus, “potremo fare altre cose, vero?”

“Concentratevi sulla missione attuale,” rispose enigmaticamente il mago, mentre usciva attraverso la parete.

Con profondi sospiri, i tre si sedettero e si misero a lavoro. Il dividere la sabbia continuò per il resto della settimana, con Tamara che passava il tempo dopo le lezioni insieme a sua sorella o con Jasper o con altri studenti che parevano di famiglia ricca, e Aaron che il tempo lo passava con chiunque, mentre Call se ne stava rinchiuso in camera loro. La divisione proseguì pure la settimana successiva – e la pila di sabbia sembrava sempre più grande, come se qualcuno non volesse permettere al test di finire.

Call aveva sentito parlare di un tipo di tortura per cui una goccia d’acqua colpisce la fronte di una persona, ancora e ancora, finché non impazzisce. Prima non aveva mai compreso come funzionasse, ma adesso sì.

Dev’esserci un modo più semplice, pensò, ma la parte della sua mente dedicata al progettare doveva essere la stessa utilizzata dalla magia, perché proprio non gli riusciva di pensar nulla.

“Insomma,” disse alla fine, “voi ragazzi siete bravi con questa roba, giusto? I migliori maghi tra quelli che hanno sostenuto il test. In cima alla classifica.”

Gli altri due lo guardarono, gli occhi vitrei. Aaron aveva l’aria di uno che è stato colpito da un masso volante mentre nessuno lo stava osservando.

“Immagino di sì,” rispose Tamara. L’idea non sembrava eccitarla troppo. “I migliori del nostro anno, in ogni caso.”

“Okay, beh, io sono terribile. Il peggiore. Ero all’ultimo posto, e ci ho già rovinato le cose, quindi è ovvio che non so nulla. Ma dev’esserci un metodo più veloce. Qualcosa che dovremmo fare. Una qualche lezione che dovremmo imparare. Vi viene in mente qualcosa? Qualsiasi cosa?” Nella voce aveva un tono di supplica.

Tamara esitò. Aaron scosse il capo.

Call vide l’espressione di Tamara. “Che? C’è qualcosa?”

“Beh, ci sono alcuni principi magici, alcuni… modi speciali per attingere agli elementi,” disse, le trecce nere che ondeggiavano mentre si spostava per sedersi in un’altra posizione. “Roba che Master Rufus probabilmente non vuole che sappiamo.”

Aaron annuì con entusiasmo; la speranza di riuscire a uscire dalla stanza gli illuminò il viso.

“Ricordate cos’ha detto Rufus riguardo al sentire il potere nella terra e tutta quella roba lì?” Tamara non li stava guardando. Stava osservando la pila di sabbia come se si stesse concentrando su qualcosa di molto distante. “Beh, c’è un modo di ottenere più potere, più velocemente. Ma dovete aprirvi agli elementi… e, beh, mangiare un granello di sabbia.”

“Mangiare la sabbia?” fece Call. “Dev’essere uno scherzo.”

“È pericoloso, per via di tutta quella roba del Primo Principio della Magia. Ma funziona per lo stesso motivo. Sei più vicino all’elemento – nel senso, se stai facendo magia della terra, mangi pietre o sabbia, i maghi del fuoco possono mangiare fiammiferi, quelli dell’aria potrebbero consumare sangue. Non è una buona idea, ma…”

Call pensò a Jasper che ghignava col dito insanguinato in bocca, durante la Prova. Il suo cuore cominciò a battere forte. “Come fai a saperlo?”

Tamara guardò la parete. Prese un respiro profondo. “Mio padre. Mi ha insegnato come fare. Per le emergenze, ha detto, ma per lui andare bene a un test è un’emergenza. Non l’ho mai fatto, però, perché mi fa paura – se prendi troppo potere e non riesci a controllarlo, potresti essere trascinato in un elemento. Ti brucia l’anima e la rimpiazza con fuoco, aria, acqua, terra o caos. Diventi una creatura di quell’elemento. Come un elementale.”

“Una di quelle robe a forma di lucertola?” chiese Aaron.

Call si sentì sollevato dal fatto di non essere stato lui a porre quella stessa domanda.

Tamara scosse il capo. “Ci sono elementali di ogni dimensione. Piccoli come quelle lucertole o grandi e gonfi di potere, come le viverne e i draghi e i serpenti marini. O persino alti come un umano. Quindi dovremo fare attenzione.”

“So stare attento,” disse Call. “Tu, Aaron?”

Aaron si passò una mano ricoperta di granelli di sabbia tra i capelli biondi e scrollò le spalle. “Tutto è meglio di questo. E se dovessimo finire più velocemente rispetto alle previsioni di Master Rufus, ci darà qualcos’altro da fare.”

“Okay. Non penso che funzionerà.” Tamara si leccò la punta del sito e lo utilizzò per toccare la pila di sabbia. Un paio di granelli rimasero incollati. A quel punto si mise il dito in bocca.

Call e Aaron la imitarono. Mentre Call si piazzava il dito umido tra le labbra, non poté non chiedersi cos’avrebbe pensato se una settimana prima gli avessero detto che sarebbe finito a mangiar sabbia seduto in una caverna sotterranea. La sabbia non aveva un cattivo sapore – non sapeva di niente, in effetti. Buttò giù i granelli ruvidi e attese.

“E ora?” domandò dopo qualche secondo. Cominciava a innervosirsi un pochino. A Jasper non era successo niente, durante la Prova, si disse. Non sarebbe successo niente neanche a loro.

“Ora ci concentriamo,” spiegò Tamara.

Call guardò la pila di sabbia. Questa volta, mentre faceva scivolare i suoi pensieri su di essa, riuscì ad avvertire ognuno dei piccoli granelli. Minuscoli pezzi di conchiglia scintillavano nella sua mente, accanto a pezzi di cristallo, e pietre giallastre incastrate tra le rocce. Cercò di immaginare di sollevare l’intera pila di sabbia con le mani. Sarebbe stata pesante, e la sabbia gli sarebbe scivolata tra le dita e si sarebbe accumulata sul pavimento. Tentò di cancellare tutto ciò che gli stava intorno – Tamara e Aaron, la pietra fredda sotto di lui, il debole fruscio del vento nella stanza – e indirizzò la sua concentrazione sulle uniche due cose importanti, se stesso e la pila di sabbia. La sabbia gli parve completamente solida e leggera, come polistirolo. Sarebbe stata semplice da sollevare. Poteva tirarla su con una sola mano. Con un dito soltanto. Con un… pensiero. Immaginò di sollevarla e separarla…

La pila di sabbia barcollò, facendo cadere qualche granello dalla cima, e poi si sollevò. Rimase sospesa sulle loro teste come una piccola nuvola temporalesca.

Tamara e Aaron la fissarono entrambi. Call ricadde sulle mani. Le gambe gli formicolavano come se le avessero punte spilli e aghi. Doveva essersi seduto nella maniera sbagliata. Era stato troppo concentrato per rendersene conto.

“Adesso è il vostro turno,” disse, e gli sembrò che le mura fossero più vicine, di sentire le pulsazioni della terra sotto di sé. Si chiese come sarebbe stato affondare nel terreno.

“Assolutamente,” fece Aaron. La nuvola di sabbia si divise in due metà, una composta di sabbia chiara, l’altra scura.

Tamara sollevò le mani e disegnò delle pigre spirali nell’aria. Call e Aaron osservarono con stupore la sabbia turbinare in schermi diversi sopra di loro.

La porta si spalancò. Master Rufus stava sulla soglia, il viso impassibile come una maschera. Tamara emise un piccolo squittio, e la pila fluttuante di sabbia cadde a terra, rilasciando sbuffi di sabbia che fecero soffocare Call.

“Che avete fatto?” domandò Master Rufus.

Aaron sembrava pallido. “Io… noi non intendevamo…”

Master Rufus gesticolò bruscamente nella loro direzione. “Aaron, fa’ silenzio. Callum, vieni con me.”

“Che?” cominciò Call. “Ma io – non è giusto!”

“Vieni. Con. Me,” ripeté Rufus. “Adesso.”

Call si sollevò cautamente in piedi, la gamba debole che gli bruciava. Lanciò un’occhiata a Aaron e Tamara, ma i due si stavano osservando le mani; non guardavano lui. E questo è quanto, per quel che riguarda la realtà, pensò mentre seguiva Master Rufus fuori dalla stanza.

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